Il grande freddo

Di Vites Carla
02 Agosto 2000
Gli esisti sconfortanti di una ricerca (condotta su 7.400 docenti di 2.300 istituti di ogni ordine e grado) sulla scuola italiana: per il 91,7% degli intervistati “oggi conta solo il denaro” e “la nostra è una professione in declino”. Quasi come in un sincero e amaro libro-diario scritto da un professore prematuramente scomparso. Il fallimento della Cgil-scuola e un grido di autenticità anche da sinistra: “esiste un mestiere più bello del mio?”

“Professoressa cara, lei è laureata e guadagna manco due milioni al mese, viene a scuola con la Uno e sta dentro tre camere e cuina; mio padre c’ha la terza media, guida una BMW, abbiamo una villa con tre bagni e la Jacuzzi. E allora perché mi devo dannare l’anima e perdere tempo a studiare?”
(da: Registro di classe, Sandro Onofri, ed. Einaudi 2000).

Le folle dell’ideologia rivoluzionaria di cui ci siamo pasciuti neanche tanto tempo fa, quando a scuola, dietro un banco di Media Superiore c’eravmo seduti noi, si aprono impietose e devastanti dovunque, basta guardarsi attorno.

Ma colpisce, anzi ferisce non poco, vedere le gole profonde da cui irrompe la melma, il fango, l’oblio di ogni speranza, spalancarsi in queste memorie raccolte dai files di un computer dove giacevano abbandonate dopo la morte precoce del loro autore, Sandro Onofri, appunto.

Registro di classe è un’appassionata dichiarazione d’amore ad un lavoro, ad una professione, quella dell’insegnante, tanto vilipesa e snaturata al giorno d’oggi, ma anche un malinconicissimo canto del cigno di chi non può aspettarsi più nulla da ciò su cui tanto si era impegnato.

Leggendo questo breve libro non si sa se essere più addolorati per il disincanto velato pesantemente di sconfitto che lo ferma (“Sono disgusto da tutto questo, dagli alunni che pensano a quanto prendono i compagni invece che mettersi con la testa a studiare, dalla mia rassegnazione a fare il minimo indispensabile e niente di più per non perdersi per la strada la maggior parte degli studenti, dall’impossibilità, tutto sommato, di portare dentro scuola la mia vita”) ovvero arrabiarsi per la fraternità con cui l’ideologia, svenduta per anni e anni, a quei giovani, che noi fummo e di cui Onofri fa parte (nasce nel ’55), continua ad inficiare, della sua ottusità quel “che resta” dell’oggi.

L’ideologia fraterna è quella che, davanti al nullissimo quotidiano in cui vegetano i ragazzi (“Se tento di aprire un piccolo spazio per infilare di straforo la mia passione in quello che faccio, nelle mie lezioni, è fallimento. Risatine, occhi che e ne vanno, richieste di andare in bagno”), fa opporre all’insegnante Onofri la citazione tratta dagli Errata di Georg Steiner che suona: “con quale giustificazione, salvo il mio gusto e la mia vanità personali, pretendo di lottare contro la cultura popolate e ciò che offre, a vite per altri versi monontone e menomate, come Don Chisciotte contro i mulini? Secondo criteri pragmatici e democratici, secondo la giustizia sociale, la risposta è: nessuna.”
E’ con un bel cul-desac di relativismo coerente con se stesso e con la sua matrice culturale marxiana che quest’insegnante dopo anni di lotte appassionate è costretto a misurarsi impotente.

Non era infatti la filosofia marxista quella che costiuiva “la vera scoperta del concreto, l’inizio del vero realismo che distrugge le questioni scolastiche?”
E allora perché sconvolgersi se a questo intellettuale – insegnante tutto dedito alla causa di “lottare furiosamente per anni per estirpare dai pensieri degli alunni l’osceno vessillo posto in cima dai nostri papà e dalle nostre mamme, per piantarne un altro che non sia di nuova conquista ma di ritrovata indipendenza” capita di constatare che, invece, “è ogni giorno più consistente il bagaglio che devo lasciare ogni mattina fuori dal cancello: nessuno dei miei poeti preferiti, nessuno dei miei film, nessuno dei miei musicisti preferiti. Insegno non il mio sapere, coi suoi limiti, ma anche con le sue urgenze, bensì un sapere impersonale, agnostico, ragionevole. Sono non un pedagogo, né uno scrittore che insegna, ma un professionista dell’educazione che fa onestamente ma non in maniera brillante, perché non può, non gli interessa il suo mestiere.”?

Il sapere, “che non è più semplice sapere, ma agire ed operare” è stata la pseudo contrapposizione all’idealismo, senza però mai uscirne, con il conseguente svolgimento attualistico-relativistico, direbbe Del Noce.

Documentazione scabrosa di quanto l’esito del pensiero di sinistra, sulla scuola, sul fatto educativo in particolare, sia equivalso nel suo manifestarsi storico al maturare inesorabile del nichilismo contemporaneo è la descrizione che Onofri fa dei suoi ragazzi, della sua “mitica” scuola pubblica paragonati ai ragazzi se non altro capaci di far casino (quello giusto), della sua generazione: “I miei alunni restano per la maggior parte del tempo con le mani buttate sul banco e la testa buttata sulle mani, le palpebre a metà dalle 9 alle 13. Indifferenti apatici indolenti. Non hanno interessi, non hanno passioni neanche in quel modo arruffone e divampante tipico degli adolescenti”.

Per fortuna che arriva, anche per il docente impegnato e di sinistra, ciò per cui il reale, quello vero, quello cioè scampato ad un’analisi marx-progressista della storia, è capace di abbracciare l’individuo, misurandolo con quel metro così a-scientifico e a-ideologico che è la gratuità semplice dell’esistenza per quella che è (e che Dio solo sa far essere): è il momento , forse l’unico in cui ad Onofri scappa una piccola ma vera esplosione di gioia: “Ecco: è mezzogiorno, è un autunno di sole fresco, ho appena perso una partita di calcetto coi miei amici studenti, e adesso sono qui, a ridee con loro che fanno i buffoni e mi prendono in giro. Esiste un mestiere più bello del mio?”.

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