Il grande gioco in Asia centrale
La grande operazione antiterrorismo di George W. Bush si sta intrecciando sempre più con la politica antiterroristica di Vladimir Putin, iniziata due anni fa con la seconda offensiva russa in Cecenia. Dietro i bombardamenti asiatici e caucasici si sta ridisegnando uno scenario assai vasto di riferimenti politici ed economici, che dai tempi della caduta del regime sovietico non ha ancora trovato un suo equilibrio definitivo. Una delle direttive fondamentali della politica putiniana è infatti quella di una certa riaggregazione degli ex-fratelli sovietici, oggi legati dal filo sottile della Comunità degli Stati Indipendenti. Si tratta di una questione assai complessa, che comprende risvolti etnici (diversi milioni di russi sono rimasti “allo sbaraglio” in quei paesi), interessi economici (le vie del petrolio e di tanti tipi di commercio, fino al narcotraffico) e equilibri politici (le classi dirigenti della Csi si spartiscono l’eredità del vecchio Pcus). Il conflitto afghano permette ora di sbloccare molte situazioni che in questi anni hanno continuato a tenere alta la tensione, senza riuscire a stabilizzarsi. I punti più caldi sono in Caucaso, al confine tra Cecenia, Georgia e Abkhazia, e proprio alle porte del regno dei talebani, in Tajikistan. La frontiera georgiana è infatti la principale valvola di sfogo del terrorismo ceceno; da anni Mosca e Tbilisi si palleggiano le accuse di sostegno all’uno o all’altro dei gruppi armati, essendo la zona contesa anche tra la parte georgiana e l’etnia degli abkhazi (che hanno il proprio centro a Suchumi, a due passi dalla villa estiva di Putin a Soci), con l’esercito russo stanziato tra i due con funzioni di “pacificazione”. Nei giorni scorsi si sono riaccesi dei conflitti proprio nella zona dei villaggi armeni dell’abkhazia, teatro di scorribande di terroristi arabo-ceceni, generalmente collegati all’organizzazione di Bin Laden. Anche il Tadzhikistan vive da anni in situazione di perenne conflitto tra etnie e gruppi terroristici, in buona parte legati alla guerra civile afghana, ed è anch’esso controllato da forze armate russe “pacificatrici”.
Torniamo nelle grande madre Russia
Se Putin cerca di approfittare della congiuntura internazionale per imporre la propria linea in tutta la Csi, diversi paesi cercano al contrario di legarsi maggiormente agli Stati Uniti, oggi alleati della Russia, appoggiando a parole o nei fatti l’operazione anti-talebana. Da notare che nei paesi la cui dirigenza è più chiaramente sbilanciata a favore di Washington (Ucraina, Georgia, Kazachstan, Tajikistan), in realtà la popolazione è in grande maggioranza entusiasta di Putin, e sogna di tornare tra le braccia rassicuranti della madre Russia. In questo gioco multifaccia ci sono anche paesi che aspirano a ruoli di mediazione e neutralità di tipo svizzero, come il Turkmenistan, o di tipo arabo-moderato come l’Uzbekistan, paese dalle grandi tradizioni dell’islam culturalmente più raffinato scuole teologiche di Samarcanda, Tashkent e Bukhara. Tra il Caucaso e l’Asia centrale è quindi in gioco non solo e non tanto la sicurezza del sistema di vita occidentale, che ovviamente è ciò che più di tutto sta a cuore agli americani e agli europei, ma in buona parte anche il nuovo scenario della politica mondiale nel XXI secolo, che preoccupa assai di più le popolazioni dell’Oriente e del Sud del mondo.
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