Il grande tranello
Mark McKinnon, decorato stratega della comunicazione di George W. Bush, va pavoneggiandosi del fatto che «l’entertainment è il prodotto più esportato dagli Usa». Si dice sicuro che «quando la gente vede la libertà, se non ce l’ha, la desidera». Epperò non è americano ma europeo purosangue il John de Mol che ha fornito a McKinnon l’arma tattica più pericolosa, il “Grande fratello”. Partito dall’Olanda nel 1999, l’angelo vendicatore della Endemol ha fatto stragi in oltre 20 paesi del mondo. Se in Spagna e in Italia è riuscito a surclassare calcio e Sanremo a suon di semisesso e minirisse, in Germania ha sbancato a suon di supersesso e colpi lesbo. E mentre da noi già si travestiva da isola dei famosi, pranzo dei vecchi o danza dei tristi, un mese fa il “Grande fratello” finalmente sbarcava anche in Medio Oriente. In Bahrain, per la precisione. Con un nome vagamente saddamita (“Al-Raìs”), si dotava di astuti trucchi (tipo quartieri separati per uomini e donne, con annesse sale preghiera orientate verso la Mecca) per penetrare inosservato e noiosissimo nelle case del paese confessionalmente ostile all’entertainment. Ma un bacio galeotto schioccato da un partecipante maschio sulla guancia di una partecipante femmina rivelava alla maggioranza parlamentare islamica tradizionalista del Bahrain la vera identità del prodotto democratizzante. La folla subito mangiava la foglia, accusava di immoralità l’emittente, molestava la squadra di produzione dell’Al-Akh Al-Akbar pan-arabo e otteneva la sospensione del programma. In una settimana: più veloce di “Shock and awe”.
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