Il guastafeste di Kabul

Di Barchiesi Andrea
30 Settembre 2004
Squalifica i candidati che promuovono i diritti delle donne, ha il diritto di correggere le leggi. Fazl Hadi Shinwari, presidente della Corte suprema, conta più del voto popolare

Kabul. Elezioni vere, le prime della storia afghana, le più fragili per come sono state confezionate! La vera bomba in questo periodo incerto e colmo d’inquietudine non l’hanno fatta esplodere i talebani ma un “cavallo di troia” dal quale è uscito il candidato Latif Pedram. Quarantenne, poeta, romantico di altri tempi si è permesso di sostenere che le donne, in caso di violenza subita all’interno della propria famiglia, hanno tutto il diritto di abbandonare mariti e casa. Il proclama, che ha sbalordito la società afghana dove solo l’uomo è in grado di ripudiare la moglie, è giunto alle orecchie di Fazl Hadi Shinwari, presidente della Corte suprema, che dopo diverse riunioni ha deciso di eliminare dalla corsa per le presidenziali Pedram, ritenendolo colpevole di un crimine contro il Corano. Per entrare meglio nel nocciolo del problema bisogna leggersi due articoli fondamentali della nuova Costituzione afghana, il 119 e il 121, dai quali si capisce come il concetto di democrazia occidentale debba fare i conti con le tradizioni e la cultura islamica. D’altronde l’Afghanistan, ad eccezione del periodo storico a cavallo tra il 1963 e il 1970, non ha conosciuto mai un modello di governo simile al nostro. Il primo articolo afferma che i giudici della suprema corte debbono giurare in nome di Allah e attuano la giustizia in accordo con la religione islamica. Il secondo ribadisce che la Corte suprema, oltre a svolgere i compiti della nostra Corte di cassazione, può riformare le leggi, i decreti, i trattati internazionali, le convenzioni e provvede anche alla loro interpretazione secondo i princìpi della Costituzione. Simile alla nostra Corte costituzionale con due assi nella manica in più: svolge le funzioni del Consiglio superiore della magistratura e in più da sola può modificare le leggi. Potere immenso e illuminante! Ma non basta. Della Corte suprema fanno parte nove giudici tutti ulema: otto di loro sono sunniti, uno solo è sciita. Restano in carica dai quattro ai dieci anni. E per essere eletti bisogna conoscere bene la legge afghana oppure la giurisprudenza islamica: un dato importante, visto che questo organo ha preso il via prima dell’attuazione della Costituzione e anche dopo, con la carta in vigore, quando verranno rieletti i nove membri lo si dovrà attuare ispirandosi a queste regole. Formalmente gli ulema che studiano esclusivamente la religione islamica rappresentano un mondo a parte rispetto agli organi governativi ed elettivi dell’Afghanistan ma nella sostanza, come nel caso di Pedram, hanno avuto il loro peso. è vero che i nove giudici della Corte suprema non rientrano nel consiglio ristretto degli ulema ma provengono dallo stesso seme e in questo paese una loro parola può aprire molte porte. E che possano condizionare la vita dei cittadini afghani in base alla propria credenza e alle regole dettate dal Corano è scontato. Si potrebbe citare il processo che è stato intentato a Jonathan “Jack” Idema, l’americano che aveva predisposto una prigione privata nella sua guest-house dove teneva rinchiusi gli afghani che secondo lui avevano connivenze coi talebani. è stato condannato a 10 anni ma durante il procedimento preliminare, quello della costituzione delle parti e dell’ammissione delle prove, un giudice della Corte suprema, che secondo le leggi internazionali non aveva il diritto di intervenire, si è alzato dal fondo e ha cominciato a lanciare accuse dettagliate nei confronti dell’americano, facendo imbestialire i difensori. In quella stanza si è avuta la sensazione che quelle parole colme di risentimento costituissero una sentenza anticipata per Jack, che se nel primo giorno si era rivolto rabbiosamente contro l’ulema definendolo terrorista, durante l’udienza finale, intuendo da dove spirasse il vento, ha chiesto umilmente scusa sostenendo di amare i musulmani e di volersi convertire all’islam. Basta guardare la storia di Shinwari, ottantenne presidente del massimo organo afghano. Ci ha ricevuto una volta nel suo ufficio, cordiale, disponibile e attento alle questioni religiose italiane: «è italiano e cattolico? Bene, io rispetto il Papa, sono venuto anche a Roma, ma da voi molti cristiani non osservano la religione», è stato il suo ammonimento. Chi è Shinwari, oltre ad essere l’uomo con il quale si dovranno confrontare tutti gli uomini di potere afghani? è sunnita e la sua vita è un inno all’insegnamento religioso: da quando nasce, vicino a Jalalabad dove comincia a impartire le prime lezioni nelle madrasse, fino a due anni fa quando smette d’insegnare e si dedica anima e corpo alla sua nuova attività. Dribbla con estrema astuzia russi e talebani perché per 13 anni si occupa da mullah delle scuole in Pakistan. Sta discretamente lontano dal jihad anche se facilmente ne intuisce i meccanismi per farsi avanti prepotentemente durante la liberazione dell’Afgha-nistan: entra con l’Alleanza del Nord, i mujaheddin, lavora a fianco di Dostum, Fahim, Ismail Khan, Massoud, gli uomini che hanno scritto le ultime importanti pagine del paese. Lui si limita ad insegnare e illustrare il Corano, gli altri a combattere per farsi largo. A Kabul fonti ben informate sostengono che non abbia più contatti con i suoi vecchi collaboratori ma non è un caso se si è trovato ad essere eletto presidente della Corte suprema prima della nascita della Costituzione: l’hanno portato sul piedistallo quelli dell’Alleanza del Nord. E non è per pura combinazione che ora i giochi si disputeranno tra l’uomo messo in campo dagli americani, Hamid Karzai, e quelli dell’Alleanza del Nord, in primis Dostum e Qanuni. Escluso Fahim dal grilletto facile che attualmente si trova al ministero della Difesa e con Ismail Khan che nella ricca Herat è stato appena deposto da Karzai e sta a guardare dalla finestra come si svilupperanno i giochi. Gli altri quattordici candidati, che hanno dovuto pagare una cauzione in denaro e portare in dote un numero minimo di elettori per partecipare alla lotta per la poltrona presidenziale, dovrebbero essere gli spettatori della corsa dei favoriti. Tutti, però, saranno costretti a sottostare alla dura lex sed lex di Shinwari che, viste le amicizie, rappresenta una bella testa di ponte dell’Alleanza del Nord nel cuore del governo centrale. Qanuni è un ex mujaheddin di una cinquantina di anni che per prepararsi all’appuntamento si è dimesso dal ministero dell’Educazione. I suoi obiettivi sono quelli di molti: primo fra tutti una maggiore stabilità che dovrà crescere secondo le leggi del Corano. Ci vorrebbe un libro per raccontare Dostum, 55 anni, uzbeko dalle mille risorse. Potente, con un esercito che lo protegge, vive a Mazar-e Sharif. Era l’uomo di fiducia del presidente Najibullah, nell’Afghanistan del Nord durante l’era russa. Quando vennero i mujaheddin, una sera Najibullah decise di fuggire in India ma all’aeroporto di Kabul fu fermato proprio dai soldati di Dostum che gli sbarrarono il passo e lo rispedirono indietro. Di lì a poco, Najibullah venne brutalmente preso negli uffici dell’Onu dai talebani e pubblicamente impiccato. Prima coi russi poi coi mujaheddin a combattere i talebani nelle montagne del Nord: un tipo poco raccomandabile questo Dostum affermano con rancore a Kabul dove i mujaheddin non sono molto amati per tutte le razzie e gli spargimenti di sangue avvenuti durante le lotte fratricide. Ma quello che decide la capitale non è detto che rispecchi l’andamento delle province, dove Karzai non sempre riesce a mettere il naso, per cui l’ago della bilancia adesso sta in perfetto equilibrio tra i tre concorrenti. Resta la storia di Pedram e Shinwari: un’avvisaglia di quello che potrebbe accadere dopo le elezioni e una cartina di tornasole per verificare in quale angolo di Kabul si annidi il vero potere. «Non so se le donne seguiranno il mio cuore ma mi risulta che molte ragazze negli ultimi giorni si sono iscritte al mio partito», fa sapere Pedram che rifiuta di tornare a vivere in Francia per continuare a seguire la sua linea politica qui in Afghanistan. All’interno del suo partito, che conta 28.500 iscritti, l’atmosfera è incerta visto che molti non sanno più se votare o meno e per chi a queste elezioni. Ma soprattutto sono convinti che si è trattato di un grosso errore quello di escludere la propria punta di diamante e considerano Shinwari pazzo. Non si dà pace e promette battaglia con un ricorso alla commissione elettorale Pedram, che cerca di tenersi a galla anche se sa che la partita vera si sta disputando in altre stanze. C’è da aggiungere che in questa vicenda non si è macchiata le mani l’Unama, l’ufficio che coordina le attività delle agenzie Onu in Afghanistan. «Se diventerò presidente di questo paese voglio cambiare completamente gli articoli 119 e 121 della Costituzione», ci ha confidato Pedram che stava lasciando Kabul, andandosene in un’altra città afghana. Per ora solo un’illusione visto che il primo, e finora unico oppositore di Shinwari, il simbolo dell’immagine rivoluzionaria dei costumi afghani, si è dovuto inchinare, suo malgrado, alla legge del più forte. E come lui lo faranno tutti gli altri.

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