Il kamikaze che lasciò Ella Fitzgerald
Il giorno che l’amico giornalista gli aveva raccontato la storia di Mohammed, Luca Doninelli lo incoraggiò a farne un libro. Insistette parecchio e a più riprese. Inutilmente. Così decise di farlo lui. «L’amico giornalista è Imad Al-Atrache. Lavora da Bruxelles per Al Jazeera. Naturalmente Naghib gli somiglia poco o nulla. Come la vicenda che ha preso una direzione diversa, altra. Romanzata, insomma». Un caffé in compagnia dello scrittore Luca Doninelli per conversare del suo ultimo La polvere di Allah, libro che nasce dalla circostanza concreta di un’amicizia, di un pezzo di strada fatto insieme con Imad, libanese, musulmano, conosciuto a Milano nella redazione del Sabato, allora vivace e acuto settimanale. «Ho provato a immedesimarmi con un personaggio cercando di capire quale impeto di bellezza ci può essere in chi fa un’esperienza umana diversa dalla tua; che ha un’origine diversa dalla tua». Così Luca, narratore e testimone, va a Parigi per incontrare Naghib che non vede da dieci anni. Di tanto in tanto qualche telefonata. Sa bene dell’impossibilità di riannodare il filo dell’amicizia come se nulla fosse. Il rapporto non è mai qualcosa di scontato. è una conquista. Scrive Doninelli a proposito del Naghib ritrovato che è un’altra persona: «L’allegria un po’ cialtrona da giovane arabo dalla prodigiosa intelligenza ha lasciato il posto a una freddezza piena di imminenze».
Il rischio che quell’amicizia si sgretoli c’è tutto. L’Occidente, l’islam, lo scontro di civiltà. Lo smarrimento e la paura. «Ma il cristianesimo educa a una normalità non paurosa perché ha saputo – come spiega il Patriarca di Venezia Angelo Scola nel suo bellissimo saggio Una nuova laicità – recepire, farlo proprio e potenziandolo al massimo, il principio di secondarietà che vi era nella cultura romana, ovvero la capacità di una cultura di fare uso delle altre perché non ha paura. Voglio dire che, comunque, prima di tutto c’è un’umanità e che le domande che costituiscono quell’umanità sono le stesse in ciascuno. Io ho anche scritto questo libro per continuare a parlare, per tenere aperta questa possibilità». Ma, come apprendiamo nello sviluppo della storia il giovane Mohammed, grande amico di Naghib, non lascia aperta la porta alla domanda, al mistero. La sua drammaticità religiosa, perfino alta e affascinante, quando diventa operativa cede all’ideologia. Alla distruzione di sé e degli altri. Un cedere al nulla abbandonando la vita. Come è tremenda la sua trasformazione, da giovane brillante, colto, ironico, amante della buona musica, della voce magica di Ella Fitzgerald, del ballo, delle ragazze, del viaggio e della letteratura a discepolo di uno dei suoi amici giramondo con cui discuteva fino a notte fonda. Che Doninelli nel libro non nomina mai ma che da queste poche righe capiamo tutti chi sia. Eccole: «Un giovane anche lui ricchissimo, alto e magro, che conosceva bene l’America, e che piaceva tanto anche a Omar perché parlava lentamente e sempre a voce bassa, tenendo le mani sospese nell’aria, come se le stesse appoggiando alla tastiera di un pianoforte, e quando parlava tutte le altre voci si smorzavano». Omar è il cugino di Mohammed che, riconoscendo nei ragionamenti di quel magnetico personaggio qualcosa di profondamente stonato, anziché fare il terrorista in Afghanistan come il parente, sceglie Il Cairo e l’insegnamento universitario.
Sette minuti di gorgheggio
«Mohammed lascia la bellezza e le sue passioni. Non ascolta più Ella in How high light the moon. Sette minuti di gorgheggio continuo dove a un certo punto non sai più se ascolti una voce umano o un usignolo che canta alla luna. è un po’ come quando vediamo giocare Maradona. Dio l’ha fatto così», dice Doninelli. A cui giriamo la riflessione di un Mohammed che manca nell’esperienza l’appuntamento con la verità pur mosso da domande profondamente vere. «Questo non è un libro dove mi preme far passare le mie teorie. Però mi pare evidente l’impossibilità di un passaggio umano dall’intuizione all’esperienza. Perché questo passaggio nella storia lo compie solo Gesù Cristo. La questione riguarda anche l’Occidente che sta tentando di eliminare il cristianesimo. Non a caso il nucleo della storia si svolge a Parigi, la capitale malata dell’Europa, e che lo è stata del cristianesimo. Con due milioni perfettamente integrati ed otto milioni di diseredati, con la bomba ad orologeria delle banlieu che potrebbe esplodere nuovamente. Parlo così perché in quei quartieri ci sono stato».
Il terrorismo nasce in università
I fatti piccoli e grandi che succedono nel libro tra presente, ricordi e rivelazioni, paiono suggerire come il centro vitale della deriva ideologica, in ogni caso tragica, sia farina del solito sacco, che appartiene tutto agli intellettuali. Quasi che, pur non facendone una tesi, Doninelli abbia buttato lì una piccola esca. «Se guardiamo la storia l’unico fatto popolare è il cristianesimo, fin dalla nascita. Prendiamo i Demoni di Dostoevskij. Sono pochi intellettuali che istillano l’ideologia comunista. è andata proprio così. Lo stesso vale per il terrorismo islamico che è venuto fuori in qualche università. L’idea comunque è che tutto parta dalle élite. Ha ragione Pietro Citati quando afferma che il cristianesimo è nato tra prostitute, ladri, gabellieri romani, pubblicani. Sono appena tornato da Firenze, piazza Santa Croce. Davanti la chiesa, sul lato destro, bellissimi palazzi, sul lato sinistro edifici popolari. In quel momento ho avuto la percezione di un mondo in cui ricchi e poveri vivevano la stessa vita. E questo è possibile solo nel cristianesimo. Oggi nessuno costruisce più così perché manca il popolo». Imad ha letto la Polvere di Allah. Doninelli ci dice che sul principio l’amico s’è arrabbiato. Poi si è addolcito. «Imad sa che il libro l’ho dedicato a lui. Con affetto. Un affetto virile, sofferente, ma sempre affetto».
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