Il lato oscuro della quarantena

Di Rodolfo Casadei
13 Aprile 2020
A tutti quelli che già dopo dieci giorni di confinamento sono approdati nel Nirvana, vorrei dire di darsi una calmata
quarantena coronavirus

E del lato oscuro, vogliamo parlarne? Intendo dire il lato oscuro che è in noi: i nostri difetti, le nostre cattiverie, i nostri vizi. Tutte cose che la quarantena e l’isolamento forzato amplificano. Perdonatemi, ma la “grande occasione” rappresentata da questa condizione anomala alla quale da settimane siamo condannati, che secondo assorti guru dovrebbe favorire la revisione di vita, l’esame di coscienza, una spiritualità più profonda ed essenziale, la scoperta del vero sé, eccetera eccetera, prima di tutto e obiettivamente ha delle conseguenze negative su di noi. Senz’altro ha delle conseguenze negative sulla salute fisica e mentale. Ci protegge dall’infezione da Covid-19, – è il motivo per cui siamo agli arresti domiciliari – ma risveglia o innesca altre patologie, a ciascuno la sua: a me ha risvegliato la colite con cui combatto da una vita, tanto che dopo le prime due settimane ho dovuto modificare radicalmente la mia dieta (niente più derivati del latte, alcol, cioccolato, melanzane, legumi vari, ecc.).

Poi, lasciando perdere le nevrosi, c’è l’acuirsi delle inclinazioni psicologiche problematiche: chi già di suo è introverso si ripiega su se stesso ancora di più, il taciturno diventa completamente muto, il lamentoso diventa insopportabile, il logorroico intontisce chi ha la sfortuna di vivere con lui, il pignolo diventa il rompicoglioni di casa, l’invadente diventa arrogante, il tipo solitario sprofonda nell’autismo. Per non parlare poi dei maniaci dell’igiene e degli ipocondriaci: questi giorni sono il loro D-day, sono il loro sbarco di Normandia; in carne e ossa dentro casa vostra o presenti virtualmente sui social, vi ossessionano dalla mattina alla sera cercando di farvi passare per criminali untori al minimo accenno di insofferenza nei riguardi del regime di segregazione sociale vigente.

Ho usato fin qui desinenze maschili, ma avrei potuto usare ugualmente quelle femminili, ovviamente; ho usato la terza persona singolare e plurale, ma avrei potuto usare la prima persona singolare: il lato oscuro è il mio lato oscuro, ne sono consapevole ogni giorno di più, lo vedo allargarsi come una macchia; lo strofino via ma il giorno dopo lo ritrovo, dentro e fuori di me. Si compiace di tutti e sette i vizi capitali meno la gola, come ho già spiegato, e si sofferma soprattutto sull’accidia (detta anche oziosità) e sull’ira. Ci vuole niente per scivolare nell’indolenza, per disperdere l’attenzione nei mille rivoli dell’informazione online e dei social. O per pronunciare o scrivere parole di troppo: un rimprovero sproporzionato a chi ti sta vicino, un commento violento a un post in rete; cose che si fanno e che si subiscono, naturalmente.

Nella quarantena da epidemia si manifesta a scadenze più ravvicinate del solito l’avvoltoio di Facebook. L’avvoltoio di Facebook è quell’”amico” che non interviene mai, che non mette mai un like neanche quando postate la citazione più azzeccata del mondo, il vostro più riuscito exploit giornalistico, letterario, artistico, fotografico, ecc., la battuta più tagliente, l’allusione più intelligente. Aspetta anni interi fino al giorno in cui vi esponete su un argomento controverso, su una questione caratterizzante, su una faccenda delicata. Allora salta fuori dal suo nascondiglio e vibra il suo fendente, con la più sprezzante delle smorfie, perché comprendiate che vi ha sempre tenuto d’occhio, che ha sempre saputo che siete dalla parte sbagliata e adesso gli avete offerto l’imperdibile opportunità per notificarvelo. 

Non c’è da meravigliarsi di tutto ciò, perché nella condizione innaturale dell’isolamento l’uomo e la donna danno il peggio di sé. Danno il peggio di sé nel mentre che danno anche il meglio: è vero che in questi giorni si mangia meglio, le case sono più pulite, si riesce a scambiarsi più delle solite quattro parole coi figli e con la moglie, si sta più a lungo al telefono con gli anziani genitori, ecc. Semplicemente perché la quarantena è come il deserto: amplifica percezioni, inclinazioni e sentimenti, qualunque essi siano. Chi è stato nel deserto – quello fisico, quello fatto di dune di sabbia e di rocce vulcaniche – sa cosa intendo. Nel grande niente del deserto per prima cosa si comincia a vedere meglio e a sentire meglio: man mano che soggiornate vi accorgete di forme che parevano indistinte, appaiono tracce che erano già lì ma non notavate, il minimo suono ha l’espressività di una voce. Nello stesso tempo lievita tutto ciò che avete dentro: tristezza o gioia, abbattimento o entusiasmo, poeticità o prosaicità, sensualità o spiritualità, ecc. Perciò il consiglio è: se siete accentuatamente tristi, se siete particolarmente depressi, se siete molto arrabbiati, non andate nel deserto, perché starete peggio. I guai cominciano quando vi ritrovate nel deserto della quarantena per imposizione delle autorità: non potete mutare la vostra situazione, perciò se avete la sfortuna di una condizione psicologica già problematica, rischiate davvero di affondare.

Ma per fortuna, come dicevo, si amplificano anche gli elementi positivi, e questa è una delle due ragioni per cui ho deciso di vivere questo periodo della vita secondo la regola di san Luigi Gonzaga, il giovanissmo nobile che rinunciò alla successione dinastica per farsi gesuita, e che appena 23enne morì di peste accudendo i malati.

Come scriveva qualche tempo fa Pier Luigi Colognesi,

«Le biografie di san Luigi Gonzaga raccontano un episodio di quando il giovane nobile, che aveva abbandonato tutto per farsi gesuita, era in collegio. Stavano giocando a palla e, forse per istigare gli amici alla virtù della vigilanza, uno chiese ai compagni: “Se vi dicessero che tra venti minuti c’è la fine del mondo, cosa fareste?”. In una devota gara di zelo, le risposte furono del tipo: “Correrei a confessarmi”, “andrei in chiesa a pregare”, “cercherei il mio padre spirituale”. Il giovane Luigi, no; sorprendendo tutti rispose: “Continuerei a giocare a palla”».

Non tutti possono seguire la regola di san Luigi Gonzaga: anche in tempi straordinari, continuare a fare quello che si faceva nei tempi ordinari. Se uno faceva il cameriere o il ristoratore prima dell’epidemia, non può continuare a farlo ora; se correva per preparare le Olimpiadi, adesso non può farlo. Ma molti di noi possono almeno in parte continuare a fare quello che facevano prima: l’insegnante può continuare a insegnare da casa, il giornalista può continuare a documentarsi e a scrivere dalla sua stanza, si possono fare riunioni di lavoro in teleconferenza, ecc.

Certo, qualcosa manca: al giornalista manca quella parte essenziale del lavoro che è andare sul posto, assistere a un evento, ascoltare dal vivo i protagonisti di una storia, ecc. Ma potere continuare a fare almeno in parte quello che si faceva prima è decisivo, per almeno due ragioni: la prima è che nella tua vita “di prima” c’era un equilibrio, la vivevi in quel dato modo proprio perché realizzava in te la preminenza delle tue virtù sui tuoi vizi, perché teneva a bada il tuo lato oscuro; la seconda, e molto più importante, ragione è che se qualcosa aveva senso prima dell’epidemia, continuerà ad averlo anche nell’epidemia.

Questa è l’intuizione del giovane san Luigi: se Dio, se il senso della vita è presente, riconosciuto e affermato in ogni cosa nel tempo della quotidianità, continuerà ad esserlo anche nel tempo apocalittico. L’apocalisse rivela il senso che già c’è, non crea un senso nuovo (apocalisse significa, appunto, rivelazione). «Ma così ti neghi la possibilità di un cambiamento, così ti precludi la possibilità di imparare da ciò che accade, decidi pregiudizialmente che questo tempo non porterà nulla di nuovo», osserverà qualcuno. Questo richiamo è molto giusto, ma se mi guardo intorno finora non ne vedo i frutti: mi sembra al contrario che ognuno si incaponisca nelle convinzioni che aveva prima che l’epidemia scoppiasse.

I critici della globalizzazione, i declinisti e gli apocalittici (nel senso popolare del termine) insistono che è arrivato il momento del crollo del sistema; i progressisti, i mondialisti, i cosmopoliti annunciano l’avvento del governo planetario e il trionfo delle tecnologie che ci salveranno; i sovranisti rivendicano di avere sempre avuto ragione nel difendere la ragion d’essere delle frontiere e nell’essere stati euroscettici; gli europeisti ribattono che proprio questa crisi spingerà i governi europei verso quell’unione completa a cui si erano sempre sottratti; keynesiani e anticapitalisti festeggiano la fine delle politiche dell’austerità e la ripresa in grande stile della spesa pubblica; tedeschi e olandesi dicono ancora una volta “niet” a forme anche larvate di mutualizzazione del debito dei paesi dell’Ue come hanno sempre fatto da quando esiste l’euro. E per finire amaramente, quelli che ce l’hanno su col Papa e coi vescovi continuano ad avercela su col Papa e coi vescovi trovando nuovi motivi di conferma ai loro precedenti anatemi, mentre quelli che ce l’hanno su con quelli che ce l’hanno su col Papa e coi vescovi continuano a braccare questi ultimi e ad additarli al pubblico ludibrio dedicando a questa attività tesori di energie e di zelo che potrebbero essere meglio spesi.

Altro che “kairos”, il tempo del compimento del Vangelo di Marco! Qui siamo ancora all’Ecclesiaste: «Niente di nuovo sotto il sole». Inquisitori ed eretici continuano ad affrontarsi rinfacciandosi inquisizione ed eresia (nessuno dei due riuscirà mai a incastrare l’altro in una delle due definizioni). E per fortuna chi si è sempre tenuto fuori da questa guerra di religione continua a farlo, non perché sia un cristiano migliore o perché non abbia un giudizio sullo specifico delle questioni in gioco, o per vigliaccheria, ma perché è consapevole dei propri limiti. E quel po’ di ragione di naturale e quel po’ di Grazia che ha ricevuto cerca di investirli in modi più redditizi per sé e per il prossimo. Forse nella sua suggestiva parabola dei talenti alla figura negativa del servitore che ha seppellito la moneta sotto terra Gesù avrebbe dovuto aggiungere quella di chi spreca i propri numerosi talenti nel gioco d’azzardo per provare il piacere non tanto di vincere quanto di vedere perdere gli altri. (Vedete cosa fa la quarantena: ci si mette a discettare pure sulle parabole di Nostro Signore).

In conclusione: a tutti quelli che già dopo dieci giorni di confinamento comunicavano sui social o sulle edizioni elettroniche di periodici vari che avevano riscoperto il senso della propria vita, che Gesù aveva già riempito ogni interstizio della loro noia/paura, o che erano approdati al Nirvana, io direi di darsi una calmata. Tutto questo entusiasmo non convince. Il Vangelo racconta che i quaranta giorni di Gesù nel deserto non sono stati una passeggiata: ha passato più tempo a combattere contro le tentazioni di Satana che a sperimentare la sua unione mistica col Padre. Ci vuole un po’ di umiltà da parte nostra.

Foto Ansa

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