Il lavoro della pace
Mercoledì scorso la realtà della morte ci ha toccati da vicino, svegliandoci dal torpore dell’assuefazione alle notizie, purtroppo quotidiane, di attentati in Medio Oriente. Si è così dissolta l’idea di pace alla quale vorremmo abituarci: una pace così astratta e ideologica (per cui basta appendere una bandiera) da diventare irrealizzabile e improponibile. Essere realisti implica invece una cosa diversa. Appare chiaro che all’Irak non servono facili istinti pacifisti o idealismi, ma un reale impegno di costruzione di pace, di cui il primo passo è la ricostituzione della coscienza di popolo degli irakeni, un popolo che per decenni ha dovuto rinunciare alla propria identità e libertà. Tutto ciò è impossibile senza il diffondersi di un profondo senso di responsabilità, tra gli iracheni e tra di noi. È evidente che ritirarsi oggi sarebbe una sconfitta per tutti: la pace non è una sorta di felicità tanto perfetta quanto introvabile, ma un metodo di lavoro che richiede il sacrificio personale e che non può rifiutare la realtà del male, del dolore e della morte.
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