Il Leibniz show di Celentano
Dal punto di vista formale Celentano fa qualcosa che assomiglia più ad un film che ad un programma tv. Le sue scenografie sono contesti in cui si svolge l’azione e non sfondi; luci e inquadrature risultano molto studiate; gli stacchi non vengono inutilmente moltiplicati; la pluralità delle telecamere serve alla molteplicità delle azioni e dei set, e non alle nevrosi della regia. Le pause sono da cinema. I costi ricordano la fiction. Tutto lo show ha una liturgia sceneggiata e reiterata, con i suoi simboli (l’acqua, la donna-tenebra), i gesti (le mosse, le smorfie), i ritmi (l’alternanza parole-musica). Ciò è frutto di una trama voluta con cura e di una costruzione nella quale il contesto è studiato per ricomprendere anche le improvvisazioni. Anche dal punto di vista dei contenuti somiglia a un film: “The Truman Show”. L’ottimo scenografo, Gaetano Castelli, ha ricostruito in uno studio immenso un mondo, analogo a quello di Truman: c’è una via (Gluk?) con lucciole annesse, case, distributori di benzina, un bar, l’acqua, la terra e la sabbia, il sole e la luna. E c’è una piazza centrale, con tavolo, dal quale parla lui, Celentano. Noi siamo al di qua, un po’ in ombra, comunque dietro le sbarre. Laggiù, in fondo ad un sentiero da pistoleri, c’è la libertà. Chissà se anche Celentano, come Truman, inoltrandosi verso il limbo azzurro che delimita l’orizzonte, ha incocciato contro una parete di scenografia. Perché è chiaro che, per quanto grande una messinscena possa essere, sempre dei limiti deve avere. Ed è chiaro che, pur nella indubbia cura della confezione, sempre di un mondo chiuso stiamo parlando. E’ il mondo di Celentano, un mondo che contiene tutto, come le monadi di Leibniz, ma osservato da un certo punto di vista. Quale punto di vista? Direi che è l’angolazione dell’istinto naturale. Lo si è visto nel talk sugli OGM. Celentano è simpatia, intuizione, sentimento, “ho letto che”, “mi sa che” “non so perché, ma sento che hai torto!” Giuliano Ferrara al confronto era un gigante: lì rappresentava la Ragione. Il terzo convitato, nella immagine platonica, era il cavallo della concupiscenza, quello che tira in basso. Vedremo se il buon selvaggio molleggiato continuerà a navigare, come Truman, con la sola bussola dell’istinto, che lo porta talvolta a dire cose giuste, ma per un ragionamento sbagliato, come nel discorso sulla eutanasia. Bel pericolo: anche a scuola insegnano che seppure il risultato non venisse, l’importante è che il procedimento sia corretto.
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