Il limbo kosovaro
Una santabarbara pronta ad esplodere nuovamente. La presenza della Kfor (la forza di pace della Nato su mandato Onu) in Kosovo garantisce quel minimo di sicurezza indispensabile per vivere. Ma si tratta di pace armata e probabilmente solo apparente: non per niente gli americani hanno prolungato l’affitto della propria base di Camp Bondsteel fino al 2099. I confini della regione, che durante il dominio dei serbi erano minati, ora, dopo la bonifica, consentono il passaggio di armi, droga e prostituzione. Il Kosovo è diventato un’area di parcheggio per merci illegali destinate in gran parte ad altri porti. Abbiamo ascoltato il presidente Ibrahim Rugova parlare di miglioramenti nel suo ufficio di Mother Teresa Street a Pristina, sorvegliato a vista dalle sue guardie del corpo: «Ho presentato al Pontefice il progresso del nostro popolo e ho chiesto a lui di aiutarci per rendere indipendente il nostro paese». E sull’integrazione fra maggioranza albanese e minoranza serba: «Ci sono rappresentanti serbi in parlamento e nelle amministrazioni locali».
Probabilmente le intenzioni sono più che genuine, ma la sensazione è che abbia fretta, terribilmente fretta, di far apparire normale una realtà in cui per molti kosovari la guerra non è mai terminata e fra le etnie regna un odio infinito. Se prima del conflitto erano gli albanesi a temere con ragione le violente pretese dei serbi, adesso le parti si sono invertite: è la sparuta rappresentanza serba rimasta nel Kosovo ad avere paura. Abbiamo attraversato Gorazdevac, un villaggio ai confini col Montenegro, circondato dalla task force italiana Aquila. A Gorazdevac non si entra e non si esce se non si è perquisiti da cima a fondo: i militari italiani fanno il loro dovere, ma nonostante questo l’estate scorsa, nei pressi di un torrente, una persona ha fatto fuoco uccidendo tre bimbi serbi che stavano giocando innocentemente. Nelle ultime elezioni tutte le 960 anime di quel villaggio hanno votato per il partito di Milosevic. Raccontava un colonnello italiano che un commerciante di Gorazdevac quando esce fuori per vendere la merce è costretto a cambiare la sua targa per mimetizzarsi con le altre auto. Da queste parti, però, la gente ha un fiuto particolare per il vicino di origine etnica diversa: lo si osserva nei lineamenti, lo si annusa e lo si snida fino a farlo scomparire negli altopiani che qui non mancano, tra l’omertà dei più. Una ragazza serba confidava che mai e poi mai sarebbe uscita da Gorazdevac e se lo avesse fatto sarebbe stato solo per raggiungere il fidanzato in Germania. E se i soldati italiani dovessero andar via? «Semplice, torneranno i serbi», parole e musica del capovillaggio di Goradzevac.
Certo‚ qualcuno che lavora per la pace c’è: don Lush Gergj, prete cattolico albanese, da una parte e padre Ksenofont, sacerdote ortodosso serbo, dall’altra, ma basteranno per il miracolo di una vera integrazione? Un’altra gatta da pelare per Rugova saranno le miniere kosovare, principale fonte di ricchezza del paese. A tutt’oggi sono inattive perché mancano gli investimenti e perché soprattutto è da dirimere un conflitto giuridico essenziale: a chi appartengono, alla Serbia o al Kosovo? In un paese che sopravvive a stento e che sta uscendo lentamente dalla tragedia della guerra c’è anche chi finanzia la costruzione delle moschee che, sostengono i militari italiani, sono in aumento. Certo, i conflitti religiosi in queste zone non esistono, ma c’è la possibilità che chi muore, o quasi, di fame scelga di inserirsi in organizzazioni che finanzieranno i suoi studi all’estero, in paesi intenzionati ad interferire. Alla fine di quest’anno il Kosovo sarà chiamato alle elezioni. Chi andrà alle urne? Solo gli albanesi o anche i serbi? Padre Ksenofont, serbo di Decani, ha già detto la sua: «Rugova non ci rappresenta».
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