Il magistrato suona sempre due volte
Pare che, alla vigilia del voto in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera deciderà se concedere o no ai magistrati di Milano il via libera a utilizzare le intercettazioni telefoniche di Massimo D’Alema & C. per l’inchiesta sull’affaire Unipol-Bnl («e se la Camera le autorizzasse – dice a Tempi una fonte autorevolissima della procura milanese – è improbabile che l’attuale ministro degli Esteri riesca a evitare almeno uno dei due avvisi di garanzia ipotizzabili a suo carico»), la buon anima di Bettino Craxi sia apparsa in sogno all’ultimo presidente dei Ds rinfacciandogli le memorabili dichiarazioni che, il 10 gennaio del 1993, D’Alema stesso affidò ai taccuini di Repubblica: «Craxi se ne deve andare. Si può, si deve difendere come cittadino. La pretesa di trasformare il suo processo in un processo alla democrazia è folle, pericolosa, non lo salverà. Questa battaglia sacrosanta per la moralizzazione non deve concedere nulla al qualunquismo antidemocratico, dobbiamo buttare l’acqua sporca, non il bambino».
E Veltroni infierisce
Ora la situazione è questa per D’Alema, che sta sospeso tra l’acqua sporca e la rinascita dall’utero Ds come un bel bambino partitodemocratico: i magistrati milanesi sono convinti che sarebbe addirittura meglio un “no” chiaro, altisonante, berlusconiano, dalla Giunta della Camera. Ma siccome non ci sperano, dato che non ritengono la politica così stupida da buttare altra benzina sul fuoco delle liste beppegrillo, scommettono sulla soluzione bizantina (cioè un “sì” condizionato all’uso delle intercettazioni solo per suffragare le accuse contro Giovanni Consorte) o, più probabile, sull’opzione Latorre, il senatore dalemiano per il quale il Senato è orientato a rinviare ogni decisione a dopo la sentenza della Corte costituzionale attesa per il 24 ottobre. Se la giunta della Camera scegliesse questa seconda strada, infatti, per D’Alema (e Piero Fassino e lo stesso Nicola Latorre) il giudizio sarebbe rinviato a (parecchio) dopo i balli per il Pd (14 ottobre) e i cotillon per la Cosa rossa (20 ottobre). In entrambi i casi, però, dicono a Milano, «D’Alema non se la caverebbe con un “ha da passà la nuttata”».
Non più di due settimane orsono, Walter Veltroni sosteneva su Micromega che «sia Fassino che D’Alema hanno chiesto alla Camera di autorizzare le intercettazioni che li riguardano. Nessun limite verrà frapposto all’azione dei giudici». Cos’è che ha convinto il presidente dei Ds a cambiare linea, a sparare ad alzo zero sul gip Clementina Forleo e a dirsi «preoccupato per la perdita di credibilità della giustizia» a causa dell’accusa («un atto illegittimo») che lo riguarda? Probabilmente il “fuoco amico” di Beppe Grillo, applauditissimo dai militanti Ds per le sue bordate alla Festa dell’Unità di Milano. E, soprattutto, la preoccupazione per il convergere della stampa governativa sulle posizioni di quella che da tempo ha smesso di credere alla “superiorità morale” della leader ship della Quercia. Di là Repubblica che manda a dire, per la penna di Giuseppe D’Avanzo, che D’Alema deve affrontare il processo. Di qua Giuliano Ferrara, che non si lascia scappare la sostanza dell’affare e spiega l’improvvisa svolta dalemiana con un fotogramma che devasta la buona reputazione del suo ex compagno di partito: «Colto con le mani nella marmellata, il vicepremier va all’attacco. Non deve rispondere a nessuna domanda sui 48 milioni di euro in due pacchetti pari pari fermi e pronti sui conti di Consorte e Sacchetti». D’accordo, al momento i 48 milioni congelati sui conti della coppia Unipol sono fuori dall’inchiesta. Ma se tu dai un dito agli inquirenti oggi, e non mandi al macero quelle intercettazioni scabrose, chi garantisce che domani il processo penale non ti prenderà il braccio?
Guido Rossi e D’Ambrosio alle armi
Resta il fatto che qualcosa di appiccicaticcio resta sui polpastrelli. Dunque, anche ammesso che la Giunta parlamentare trovi la quadratura del cerchio, i problemi dei Ds resterebbero tali e quali. Implacabile questa Forleo. «Già, perché se quelle conversazioni con Consorte non fossero state trascritte per sua esplicita disposizione, il fascicolo del caso Unipol-Bnl sarebbe zeppo di “omissis” – dice la nostra fonte giudiziaria – e oggi l’opinione pubblica non conoscerebbe lo scarto che c’è tra dichiarazioni pubbliche sul primato dell’etica, sulla politica separata dagli affari, e la realtà». I magistrati milanesi sembrano paghi di aver dimostrato che il re del “primato morale” è nudo. E considerano ormai ininfluente il fatto che, in un modo o nell’altro, per l’opposizione della Giunta o per i buoni uffici dell’avvocato Guido Rossi (il legale amico della procura di Milano che prima ha scritto il memoriale che ha impedito per via giudiziaria a Unipol di acquistare Bnl, poi è stato l’avvocato d’affari di Bnp Paribas, la banca francese che alla fine ha acquistato Bnl, e ora difende D’Alema dai pm che lui stesso gli ha scatenato contro), il vertice Ds riesca a difendersi “dal processo” piuttosto che “nel processo”. Ma pensavano seriamente che un gip che una volta dichiarò «andrei al forno crematorio piuttosto che ripudiare il mio lavoro» si facesse intimidire dall’avvocato Guido Rossi o dall’ex procuratore capo di Milano (e attuale senatore Ds) Gerardo D’Ambrosio, che settimana scorsa, proprio nei giorni “caldi” per il destino di D’Alema & C., ha organizzato al tribunale di Milano un’allegra rimpatriata con un folto gruppo di amici magistrati?
Nella memoria difensiva di D’Alema le nostre fonti giudiziarie leggono una chiara presa di distanza da Consorte. «Lo hanno scaricato». Scaricato o meno, è certo che qualche precauzione il compagno C. deve averla presa. Lo ha fatto capire già il 22 luglio scorso, quando in un’intervista alla Stampa non spiegò soltanto che si considera vittima di «una congiura bella e buona», ma sottolineò che «nessuno ha notato che erano sempre loro a chiamare me e mai io a telefonare».
Una nomination anche per Visco
Intanto un’altra tegola sta per cadere sulla testa dei leader della Quercia. Nelle prossime settimane dovrebbe infatti arrivare anche un rinvio a giudizio per il diessino e viceministro dell’Economia Vincenzo Visco, indagato per tentato abuso d’ufficio e minacce dopo la denuncia di Roberto Speciale. A detta dell’ex comandante della Guardia di Finanza, nel luglio 2006 Visco avrebbe esercitato pesanti pressioni per convincerlo a trasferire quattro alti ufficiali in servizio in Lombardia che indagavano sul caso Unipol-Bnl. Ed «è un fatto – dicono alla procura di Milano – che quel conflitto tra viceministro con delega alla Guardia di Finanza e vertici delle Fiamme Gialle ha rallentato l’acquisizione della documentazione relativa ai politici». Ora sembra pressoché assodato che Visco dovrà rispondere in tribunale dalle accuse dell’ex numero due della Gdf. Pare infatti che solo una piccola divergenza di vedute (sorta improvvisamente tra il pm Angelantonio Racanelli e il procuratore capo Giovanni Ferrara) osti ancora alla comunicazione del rinvio a giudizio. Che comunque, a meno di un improbabile colpo di scena, dovrebbe essere ufficializzato entro fine settembre.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!