Il mal d’Africa? Cura global!
Oggi in Europa si va diffondendo il pregiudizio che vuole l’agricoltura moderna interessata più ai profitti che alla sicurezza dei prodotti, e per nulla preoccupata dell’impatto ambientale. Sono insinuazioni cui la recente diffusione di “mucca pazza” e, subito dopo, dell’afta epizootica ha dato nuova forza…
Negli Usa non abbiamo avuto casi d’afta epizootica. Tuttavia anche qui l’idea che prima dell’avvento dell’agricoltura moderna l’uomo potesse godere d’alimenti più sicuri e “puliti” è piuttosto diffusa, sebbene si tratti di un mito che non trova alcun riscontro nella realtà. Cosa che anche oggi possiamo verificare facilmente osservando i paesi in via di sviluppo dove sopravvive la cosiddetta agricoltura biologica (perché i fertilizzanti moderni sono troppo costosi). Nel caso dell’afta epizootica poi, la curva della diffusione passa attraverso l’India, il Bangladesh, il Nepal e il Tibet… paesi che non conoscono allevamenti intensivi né uno stile di vita evoluto e dove non vengono impiegate le moderne tecniche agricole. Il primo focolaio d’afta del Regno Unito non si è diffuso in quello che io classificherei come allevamento tecnologicamente avanzato. Il problema dell’afta, così come è stato sollevato, è il tipico esempio di malattia che negli allevamenti moderni, rigidamente controllati dal punto di vista igienico-sanitario, non viene tollerata. È una malattia arrivata in Europa nella metà del XIX secolo, che ha fatto registrare alcune epidemie all’inizio del XX. Negli anni ’20 i contadini inglesi hanno deciso per votazione se controllare il morbo limitando i danni, visto che l’afta raramente è una minaccia per la vita dell’uomo (ordinariamente causa un mal di gola) o abbattere tutti gli animali malati per annientarlo. Negli allevamenti moderni l’afta significa diarrea e perdite di peso delle bestie con la conseguenza di una produzione di latte ridotta. Per questo gli allevatori inglesi degli anni ’20 decisero di mantenere la buona salute di tutti i propri animali, anche a costo di ricorrere a quelle estreme misure necessarie per debellare la malattia. Nel Terzo Mondo, per esempio in Africa, i contadini affrontano di continuo i problemi legati alle malattie come la peste bovina, pressoché sconosciuta dagli allevatori dei paesi sviluppati. Si tratta insomma di malattie che oggi sono endemiche solo nei paesi più poveri, mentre i paesi tecnologicamente più avanzati hanno cibi di così alta qualità e a tal punto igienicamente testati che la diffusione di una qualsiasi malattia diventa un caso mediatico. Quante persone contraggono la Bse? Se consideriamo quante persone muoiono in tutto il mondo per malattie trasmesse attraverso la carne, il numero di chi contrae malattie nutrendosi della carne proveniente da allevamenti moderni è così esiguo che tutti (giustamente) ci agitiamo molto quando veniamo a conoscenza di un singolo caso. Negli Usa del 1900, 1 bambino ogni 10 moriva nel suo primo anno di vita, un altro bambino su 10 moriva prima di raggiungere i 5 anni (e in totale 1 bambino ogni 5 prima del suo quinto compleanno). Oggi questo numero è di 7/8 bambini ogni 1000. Per i neri americani, siamo intorno ai 14 bambini ogni 1000. E mentre la tecnologia moderna vuole che ognuno raggiunga questi livelli, noi cosa facciamo? Condanniamo ad esempio l’agricoltura moderna sulla base degli stessi standard elevati che essa ha permesso di raggiungere e che nessun altro sistema di produzione agricolo ha mai raggiunto. Quella moderna è la forma di agricoltura più pulita e più sicura che il mondo abbia mai conosciuto. Peccato che ogniqualvolta compaia un problema, con la segnalazione di pochi casi di una malattia, il popolo dell’agricoltura organica e Greenpeace (davvero bravi a procurarsi pubblicità) comincino a diffondere dichiarazioni e giudizi falsi, riconoscendo in ogni problema un risultato dell’agricoltura moderna – e non ho ancora capito se questo metodo sia da attribuire alla malafede o se si tratta di fanatici che credono davvero in quello che dicono. Sono le stesse accuse, false, che ascoltiamo quando negli Usa di tanto in tanto si verificano epidemie di batterio patogeno come l’Escheritia coli 0157H7 e la responsabilità viene attribuita agli allevamenti intensivi. Poiché le malattie si propagano velocemente, oltre il confine dei singoli paesi, e il problema che oggi affligge l’Africa può arrivare negli Usa nel giro di una settimana, quando spunta una nuova malattia in qualsiasi luogo del pianeta le istituzioni americane come il Cdc (il Centro per il controllo delle malattie di Atlanta) spediscono i loro uomini per aiutare ad arginarla. Così la Fda (organo di controllo americano responsabile per alimenti e medicinali), divisione ispezione mammiferi, ha studiato gli allevamenti di ogni paese del mondo e ha scoperto che non esiste nessuna stalla immune da questo batterio. Ciononostante i fautori del biologico continuano a sostenere che esso è stato diffuso dall’agricoltura intensiva. E lo ripetono tanto ossessivamente che di frequente il loro giudizio rimbalza sui media e la gente ci crede perché lo legge sui giornali – come quando i ministri dell’agricoltura della Svezia e della Germania parlavano dell’agricoltura biologica “ecologicamente compatibile”, più sicura e più pulita (curiosamente, l’ultima volta che il ministro dell’agricoltura tedesco favorì l’agricoltura biologica fu durante gli anni ’30…). Una vera sciocchezza. Non è affatto più pulita, né tanto meno più sicura. Non esiste nessuna prova scientifica per affermarlo. Inoltre è un’agricoltura di bassa densità (cioè con rese inferiori): chi produrrà il cibo necessario al sostentamento di una popolazione mondiale in continua crescita? Oggi possiamo avere cibo più sicuro e per la prima volta nella storia possiamo bere acqua pulita. Chi rimpiange “l’acqua pura” di cui godevano i nostri antichi progenitori, sappia che difficilmente questi potevano verificare che un castoro non vi avesse appena depositato i suoi escrementi, o che al fondo di quell’acqua apparentemente limpida giacesse una carcassa d’animale morto. Le riserve d’acqua sono state sempre contaminate, non importa quanto limpide e pulite apparissero. Nel mio ultimo libro (Agricolture and Modern Technology: A Defense, Iowa University Press, giugno 2001, 320 pp.) vengono descritte le malattie come la tularemia e la trichinosi che gli uomini contraggono maneggiando gli animali o mangiandoli dopo averli uccisi. Sono state una costante lungo tutta la storia dell’uomo e solo col XX secolo si è trovato il modo di debellarle. Così oggi possiamo godere di carne sicura grazie a controlli e comportamenti resi possibili dalle moderne tecnologie. Insomma, l’idea di tornare all’agricoltura organica è un totale non-problema.
Perché allora ci sono così tante persone che tornano (o almeno vorrebbero tornare) all’agricoltura biologica? Molti insistono sull’importanza di pratiche agricole ecologicamente compatibili (nessun pesticida, nessun fertilizzante, ecc.).
La questione dei pesticidi è totalmente falsa. È sufficiente coltivare una pianta, far crescere qualcosa che contenga sostanze nutritive per gli uomini per accorgersi che costituisce un richiamo anche per insetti, topi, funghi, virus, batteri e che occorre proteggerlo. Gli uomini lo hanno fatto utilizzando arseniato, nicotina, rame aceto-arseniato e diverse altre tossine, una delle quali è il rotenone, commercializzato negli Usa e in Europa per l’agricoltura organica e impiegato come veleno per topi per circa 500 anni. Studi recenti hanno dimostrato che l’arsenico distrugge il sistema endocrino, mentre il rotenone provoca il morbo di Parkinson nei topi. Gli ambientalisti si preoccupano tanto per tutti i generi di pesticidi sintetici (organo-clorine) perché li ritengono disgregatori del sistema endocrino, ma stanno promuovendo l’impiego di un prodotto che secondo studi recenti conduce al morbo di Parkinson. Inoltre per verificare se le organo-clorine distruggono il sistema endocrino il Nas (l’Accademia delle scienze americana) ha ultimato uno studio (molto prestigioso: quando affronta problemi così seri il Nas consulta i migliori scienziati su tutti gli aspetti critici e istituisce una commissione per esaminare tutti i dati disponibili) che trae questa conclusione: non c’è evidenza scientifica che i pesticidi sintetici alterino il sistema endocrino, né si può immaginare una modalità concreta di come possano esserlo.
D’altra parte, se una pianta non è adeguatamente protetta, produce tossine essa stessa. Ogni pianta è una piccola industria chimica. Lo sappiamo perché alcuni tra i più potenti veleni conosciuti sono naturali, vengono dalle piante: la patata e il pomodoro per esempio fanno parte di quella famiglia di piante che verso sera rilasciano veleni (la Belladonna produce glico-alcaloidi, il veleno utilizzato dai Borgia). La patata sintetizza un glico-alcaloide chiamato solanina. Se non bisogna preoccuparsene è solo perché ne produce una quantità minima, il guaio è che esistono varietà di patata capaci di produrne un quantitativo sufficiente a disporne il ritiro da tutti i mercati. Ecco perché tutte le nuove varietà di patata vengono testate e una varietà molto buona di patata americana che hanno cercato di far crescere in Svezia ha cominciato a produrre solanina. L’interpretazione più ragionevole per la presenza di questi metaboliti secondari nelle piante è che fungono da difesa in caso di un attacco da parte di parassiti. Perciò una pianta che non viene protetta produrrà più tossine di un’altra pianta sottoposta a trattamento con pesticidi sintetici. Secondo le ricerche di B. Ames (il più autorevole tossicologo americano) che ha ricevuto l’appoggio di due diversi studi del NAS (uno del 1973 e l’altro del 1976), il 99,99% delle tossine che ingeriamo derivano dalle piante e non dai prodotti sintetici che vengono utilizzati in agricoltura. Ames stima che ogni giorno noi ingeriamo 1,5 grammi di tossine “naturali” e meno di 1 milligrammo di pesticidi sintetici. E che mediamente una tazza di caffè contiene una quantità di tossine naturali superiore al quantitativo di tossine sintetiche che noi ingeriamo in un intero anno. Oltre a circa 1000 composti che devono ancora essere esaminati… Insomma, l’idea di un ambiente libero da tossine, o di un cibo totalmente privo di tossine è semplicemente priva di senso.
Lei sembra voler dire che chi vuole un’agricoltura biologica non conosce né la natura né l’agricoltura. Gli entusiasti del biologico sostengono però che sia un metodo più sicuro. Sul problema della sicurezza alimentare, ci può fare un confronto fra la situazione nei paesi più sviluppati e quelli dove l’agricoltura biologica è una pratica comune?
Nei paesi più sviluppati la gente non si ammala di malattie trasmesse dall’acqua inquinata. Né di quelle tante malattie che nei paesi poveri rappresentano lo standard di vita. L’avvelenamento alimentare e diverse tipologie di patologie legate al cibo sono una regola in questi paesi, dissenteria, diarrea, colera. Le morti per diarrea colpivano 4/5 milioni di bambini ogni anno soltanto fino a 20-25 anni fa. Oggi la diarrea causa ancora la morte di circa 1 milione di bambini. Tuttavia, come appare dalle cifre, grazie alle tecniche contro la disidratazione sviluppate dalla scienza e dalla tecnologia moderna molti bambini possono essere curari e non morire. I poveri del mondo mangiano cibi contaminati da ogni sorta di fungo che noi semplicemente butteremmo via e bevono acqua inquinata, perché non hanno alternative se non la morte per fame. Esiste ad esempio una malattia provocata dalla segale e dalle arachidi infette da un fungo che produce una tossina chiamata Aflatossina B. Questa tossina determina il restringimento delle vene, dolore acuto e infine la pazzia. I raccolti di noccioline o di mais che tendono ad esserne infestati vengono regolarmente saggiati per determinare il livello di Aflatossina B. Negli Usa la tolleranza è di 20-25 parti per miliardo, superata questa soglia il prodotto viene distrutto. L’Europa, che aveva un livello di tolleranza simile, ha preferito abbassare questo limite di 10 punti, senza alcuna ragione apparente se non quella di impedire che 600 milioni di dollari d’importazioni dall’Africa possano competere col mercato locale. Gli africani sono comprensibilmente poco contenti di questa decisione.
Molti credono che i fertilizzanti sintetici sono nocivi per l’ambiente e per l’agricoltura, mentre il concime naturale è più pulito ed efficace.
Beh il punto è semplice: quando si coltiva una pianta in un luogo e poi la si mangia in un altro, si estrae nutrimento dal terreno. È come scavare per estrarre minerali. Per certe tipologie di suolo molto ricche ci vuole un po’ di tempo, ma infine le sostanze nutritive si esauriscono e bisogna rimpiazzarle. Non utilizzare concime di origine umana (ma chi è a favore del biologico non vuole impiegare neanche i rifiuti urbani trattati) significa allevare più animali, ma i fautori dell’agricoltura organica sono anche vegetariani… Molto del concime animale proviene dai cavalli. Possiamo tornare al passato e utilizzare i cavalli anziché i trattori, ma ciò significa occupare un 50% di terreno in più per nutrirli (nel 1900, negli Usa e in Europa, 1/3 di tutte le terre coltivate erano assegnate al nutrimento dei cavalli). Ed è facile immaginare cosa significherebbe per l’ambiente. Inoltre è cosa certa che il concime trasmette malattie. Chi e favorevole al biologico tenta di contestarlo, osservando che il contadino può distruggere tutti gli agenti patogeni presenti nel letame con tecniche adeguate di compostaggio. Non giurerei però sul fatto che i contadini verifichino, termometro alla mano, il raggiungimento della temperatura necessaria a neutralizzarli. Occorre superare i 160 gradi Fahrenheit perché ci sono prove che l’E. coli riesce a sopravvivere a questa temperatura fino a 6 mesi in un mucchio di compost. Inoltre se ognuno si preoccupa per gli insetti e per i batteri che si adattano ai pesticidi e acquisiscono resistenza agli antibiotici, ci potrebbero essere batteri che allo stesso modo sviluppano una resistenza alle temperature elevate. Senza contare che il concime naturale è altamente inaffidabile come concime: puoi trovarne con il 38-43% di azoto (il principale agente nutritivo) ma anche con il 3-8%! L’agricoltura biologica non è utile a niente se non a creare una piccola elite farisaica, compiaciuta della propria virtù perché può permettersi il lusso di pagare a prezzi più alti un prodotto che probabilmente è di qualità inferiore. Il fatto poi che il biologico costa più caro significa che ha rese inferiori e che bisogna impiegare più terra per le coltivazioni. Si sente spesso dire: “dateci la possibilità di sviluppare l’agricoltura organica!”. Ma l’uomo impiega il biologico da migliaia di anni, non è certo una novità!
Ci può dare un chiaro esempio di prodotto Ogm la cui superiorità su un analogo prodotto convenzionale o biologico sia dimostrabile?
Sul versante dell’impiego dei pesticidi, ad esempio il mais Bt che produce una proteina tossica per gli insetti come la Piralide, un parassita del mais. Questa proteina viene normalmente prodotta dal batterio Bacillus thuringensis: l’agricoltura organica usa un bacillus vivo, mentre nel mais Bt è presente soltanto la tossina. Il guaio è che studi recenti hanno mostrato che il Bacillus thuringensis fa parte del gruppo chiamato Bacillus cereus comprendente anche il Bacillus anthracis, noto per essere mortale (qualcuno ricorderà il tentativo di Saddam Hussein di avviarne la produzione). C’è allora una possibilità che, per qualche motivo, il Bacillus thuringensis vivo possa diventare patogeno, perché possiede tutti i geni necessari o acquisire facilmente quelli mancanti per formare l’anthrax. Personalmente non credo che l’agricoltura biologica che impiega il Bacillus vivo possa trasmettere un contagio capace di uccidere milioni di persone, ma ho voluto ugualmente ascoltare il parere di tossicologi ed entomologhi. In quanto alle probabilità, è decisamente assai più facile che l’agricoltura biologica con l’impiego del Bacillus scateni una strage piuttosto che si realizzi uno qualsiasi dei pericoli sconosciuti immaginati dagli ecologisti contrari agli Ogm e al mais Bt. Ciò che fanno gli ambientalisti è giocare sul fatto che la scienza moderna non può accettare nessuna affermazione assolutamente definitiva (la cosiddetta “ipotesi nulla”). Tutto quello che la scienza può dire è: «gli esperimenti fino ad oggi condotti dicono che la probabilità di un certo risultato è molto piccola». Ma non si può dire che qualcosa ha probabilità zero di accadere. Non c’è niente di assolutamente sicuro. Stare seduti su una sedia non è sicuro. Noi naturalmente siamo fiduciosi che non si scateni un terremoto e che il pavimento non ceda, ma sappiamo che non esiste un fenomeno sicuro al 100%. Gli ecologisti giocano sulle paure della gente, puntando proprio sul fatto che non si può dimostrare che il cibo Ogm è assolutamente sicuro. Senza rendersi conto che le proposte alternative da loro suggerite sono ancor meno sicure. Ho partecipato a convegni dove i commissari europei, che non sono tecnofobi e sostengono l’agricoltura moderna, hanno cercato di spiegare il “principio di precauzione”. A meno che tale principio non si traduca in un ragionevole “occorre adottare precauzioni e stare attenti”, non ha davvero alcun significato, perché nella sua forma più semplice, quella che gli ambientalisti vorrebbero far passare, diventa: “se c’è la minima possibilità di rischio, evitala”. Peccato che tutto nella vita dell’uomo abbia in sé una possibilità di rischio! Inoltre hanno cercato di far entrare nel Protocollo di Montreal una norma secondo la quale un paese può limitare le importazioni di un certo prodotto anche in assenza di prove evidenti di pericolosità, basta la possibilità del pericolo. Il punto è che ogni cosa ha in sé la possibilità di diventare pericolosa. Il risultato sarebbe la creazione di una sorta di sacerdozio (in questo caso un sacerdozio ambientalista) che ti dice: questo è potenzialmente pericoloso, quello invece no. Allora ignoriamo tutti i pericoli potenziali del biologico, ma proclamiamo la pericolosità potenziale delle biotecnologie. Non servono prove. La società verrebbe ridotta alle convinzioni irrazionali di una minoranza che sa utilizzare i mass media. George Monbiot, un estremista dell’ecologia, ha fatto questa affermazione paradossale sul principio di precauzione: «anche se fossero sicure, non vorremmo ugualmente le nuove tecnologie, perché non possiamo fidarci degli uomini». Qualcuno ha osservato che quelli come lui si sarebbero opposti all’introduzione del fuoco. Ed è vero!
Il mais Bt protegge contro gli infestanti e produce il mais più pulito che sia mai stato conosciuto. Quando la piralide attacca una pianta di mais causa delle ferite con relativo danno della produzione e inoltre trasmette il marciume della pannocchia. Si tratta di un fungo (Fusarium) che produce una tossina nota come fumonisin capace di entrare nel ciclo alimentare degli animali (pecore, maiali, cavalli) e può causare anche la morte. Sappiamo da studi epidemiologici condotti in Africa che il consumo di mais contenente fumonisin (qui la gente lo mangia perché non ha altre alternative), è associato a diverse forme di cancro. I test sul frumento Bt hanno invece verificato un calo del 98% di tossina rispetto al frumento coltivato biologicamente o secondo le tecniche convenzionali dell’agricoltura moderna.
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