Il Mandela dei Balcani

Di Nucci Alessandra
06 Marzo 2003
28 anni nel Gulag in una cella senza letto e senza coperte. Le persecuzioni di allora e le difficoltà di oggi. Intervista a Pjeter Arbnori, ex presidente del Parlamento albanese

In Albania al di sopra di una certa età quasi tutti hanno storie di gulag nel proprio passato, e il Comitato per le libertà di Tirana ha assemblato una serie di attivisti democratici e deputati al Parlamento con alle spalle lunghe storie di persecuzioni. Ma Pjeter Arbnori, deputato ed ex-Presidente del Parlamento d’Albania, è quello che fra tutti ha le carte più “in regola”: i suoi 28 anni di internamento gli hanno guadagnato il soprannome di “Mandela dei Balcani”, rispettato ovunque per l’indomita coerenza con cui ha affrontato uno dei sistemi carcerari più truci dei comunismo. L’interesse del personaggio nasce da questo curriculum, e dalla militanza ininterrotta anche dopo, nell’Albania di oggi, dove ha trovato il modo di rischiare la vita per protestare contro i soprusi del regime.
Lei è finito in coma per lo sciopero della fame dichiarato nel 1997, perché lo fece?
Secondo la legge, quando in Parlamento c’è un’interpellanza la Tv deve trasmettere il dibattito. Io ho presentato un’interpellanza, parlavo dell’indennizzo spettante ai prigionieri politici del regime, ma questa volta le telecamere non c’erano. Era il 1997, eravamo appena passati all’opposizione, dopo i brogli elettorali seguiti al rovesciamento del governo di Sali Berisha, e ci stavano facendo vedere subito che la musica era cambiata. Ho protestato. Loro hanno tergiversato. Ho protestato ancora. Poi ho dichiarato lo sciopero della fame, come quando ero nel gulag e le guardie mi riservavano speciali “attenzioni”. Ho digiunato dal 19 agosto 1997 al 9 settembre 1997. Su pressioni internazionali vararono un emendamento alla Costituzione che garantisce contro la censura. È noto come “Emendamento Arbnori”, ma è rimasto a lungo solo una buona teoria.
E oggi?
Oggi (sorride) ci sono altri trucchi. Trasmettono tutto ma quando ci sono interpellanze nostre che danno fastidio, tolgono la luce! Una settimana fa, a tre quarti di Tirana hanno tolto l’elettricità. Eravamo in aula e ci hanno telefonato le televisioni private per avvertirci.
28 anni di prigionia non l’hanno domata?
Ma anche nel gulag mantenevo la protesta, infatti mi aggiunsero 10 anni di condanna ai 25 iniziali per aver organizzato la resistenza dei carcerati. Fui relegato in una cella senza letto, senza coperte, per coprirmi non avevo neanche i pantaloni. Ricordo che la finestra in alto era spalancata ed entrava la neve. Erano 15 gradi sotto zero.
Come fece a non morire?
Credo in Dio. Sono cattolico. È Lui che mi ha salvato.
Per coloro che non protestavano com’era il trattamento?
Un capitolo delle mie memorie si chiama “il cesso in prigione”, e si riferisce alla tortura fisica e psicologica di essere rinchiusi anche fino a 24 ore alla volta, senza poter andare in bagno. Scoprii che alcuni avevano studiato la tecnica di tenersi sempre l’acqua in bocca senza mandarla giù, per non disidratarsi e allo stesso tempo riuscire a fare meno pipì.
Oggi com’è la vita in Albania?
I problemi sono tanti, servono strade e centrali elettriche, l’acqua non è erogata tutto il giorno, tuttora gli edifici non hanno sistemi di riscaldamento, non c’è distribuzione del gasolio e del metano, gli ospedali sono fatiscenti e arretrati. Ma soprattutto manca la sicurezza, e così gli investimenti dall’estero non arrivano.
C’è libertà oggi in Albania?
La gente è libera di parlare, ma le televisioni e i giornali sono a libro paga del governo, i giornali indipendenti sono solo due o tre. Le elezioni non sono oneste ed eque, e la legge dà tutto il potere in materia a una commissione elettorale formata da 5 membri di sinistra e da 2 che potrebbero essere di destra, ma non c’è nessuno del nostro Partito democratico. Io sono a capo di un Forum per i diritti umani, che si batte contro gli arbitri e le violenze della polizia ed ho l’aiuto di Amnesty International.

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