IL MATRIMONIO POCO GAYO

Sono favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto, siano esse eterosessuali che omosessuali. Credo che sia opportuno riconoscere loro diritti quali, per esempio, l’assegnazione di case popolari (per entrambi) o l’ingresso nelle liste per l’assegnazione dei posti negli asili pubblici (per i figli di coppie eterosessuali). Nonostante questo mi sono formato la convinzione che il diritto al matrimonio sia solo per le coppie eterosessuali.
Dà ragione di questo non solo la fede, ma anche la definizione stessa del termine. “Matrimonio”: unione di un uomo con una donna, regolata dalle leggi civili e canoniche, avente come scopo la convivenza in un’unica famiglia e la procreazione. Non è questa solo una mera definizione da vocabolario della lingua italiana ma una consolidata terminologia che si fonda e si basa su un’identità ed una cultura. Il vocabolario non fa altro che testimoniarla come espressione definita e contestualizzata nella società. Definire “normale” un matrimonio tra gay non vuol dire semplicemente apporre una modifica di legge al nostro ordinamento, bensì annullare concezioni identitarie, stravolgere le basi della nostra convivenza.
Del resto non riesco a comprendere perché un gay senta il bisogno di manifestarsi con la stessa prassi di un eterosessuale. Sono profondamente convinto che un valore aggiunto alla nostra società possa apportarlo qualunque individuo, quindi anche un omosessuale, non capisco però l’esigenza di annullare le diversità. La diversità viceversa dovrebbe essere una risorsa da valorizzare.

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