Il mellifluo Lazio e lo “stato gay”

Di Lorenzo Albacete
14 Giugno 2000
West Side Story

Questa settimana ai cittadini di New York è stato presentato il nuovo candidato repubblicano per il Senato, Rick Lazio, che a novembre correrà contro Hillary Rodham Clinton. Stando alla sua “immagine”, che è tutto ciò che conta, il tranquillo e mellifluo Lazio, con la sua aria da ragazzino, è certo molto diverso dal rude e coriaceo sindaco Rudy Giuliani, che ha sostituito dopo l’uscita dalla corsa elettorale a causa della malattia. Tanto che la prima polemica Lazio l’ha innescata per la sua insistenza a convincere la gente di essere duro quanto basta. Questa settimana ha dichiarato: “Non sono una mammola”.

Una parola che si usa per indicare un uomo effeminato, niente affatto “politicamente corretta”. Ora Lazio sta cercando di dimostrare che con quel commento non intendeva offendere i gay. Infatti, anche se probabilmente non si aspetta che i gay votino per sostenerlo (con Hillary come sua avversaria), nessun politico saggio offenderebbe una comunità così influente e potente.

Oggi negli Usa, se le richieste dei gay sono ostacolate in termini di libertà civili, gli americani sono portati a riconoscere come legittime molte loro rivendicazioni. La battaglia gay è inserita tra le rivendicazioni di riconoscimento avanzate dalle diverse componenti di una società multiculturale che cercano di avere una parte nella ricerca della libertà americana. L’analogia corrente è con la lotta dei neri americani per ottenere la piena integrazione nella società. Gli orientamenti sessuali, e l’appartenenza al genere maschile piuttosto che a quello femminile, sono infatti considerati irrilevanti quanto il colore della pelle. Ciò che conta è “l’individuo” spogliato da tutti questi aspetti. Una separazione che permette di considerare l’individuo come una “astrazione”, il che è poi perfettamente in linea con la teoria politica dominante, descritta nelle università come “politica razionale”. In questo contesto per “ragione” si intende una logica dei concetti astratti espressi matematicamente. Si tratta solo di scovare l’equazione giusta. La vita politica è diventata un problema di concetti.

In questo periodo una della opere teatrali più popolari a New York è “Copenaghen”, sul rapporto tra il fisico Neil Bohr e Werner Heisenberg, il padre della meccanica quantistica. Un programma di informazione televisiva ha intervistato alcune persone del pubblico scoprendo che nessuno sapeva dare una spiegazione scientifica del “principio di complementarietà” e di quello di “indeterminazione”, elaborati rispettivamente da questi due studiosi e fondamentali per capire l’azione del dramma. Ma a tutti lo spettacolo era piaciuto perché confermava l’esperienza comune in tantissime sfere della vita contemporanea, specialmente quella politica. Mentre la guardavano, per loro “complementarietà” significava poter essere due cose diverse nello stesso tempo, e “indeterminazione” l’incapacità di giudicare la realtà per quella che è. E’ solo un problema di concetti matematici e di equazioni. Proprio come la “politica razionale”. Augusto Del Noce del resto lo aveva previsto: l’esito logico della deriva moderna dalla realtà all’astrazione è lo “stato gay”. Tutti i cittadini ormai non sono che dei quanti.

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