Il migliore ispettore è il Papa

Di The Silver Team
06 Febbraio 2003
L’ulteriore stretta dei tempi dettata dagli Usa nei confronti della guerra all’Irak lascia sempre più perplessi

L’ulteriore stretta dei tempi dettata dagli Usa nei confronti della guerra all’Irak lascia sempre più perplessi. La strada è quella indicata con chiarezza dalla risoluzione 1441 dell’Onu che ha dato il via alla missione degli ispettori delle Nazioni Unite e del Direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica. Hans Blix, capo degli ispettori delle Nazioni Unite in missione in Irak, ha dichiarato che queste prove certe non ci sono, anche se è altrettanto certo che Saddam non sta collaborando. Molti dubbi andrebbero verificati attraverso una proroga del termine ultimo per la consegna del rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. A questo seppur fragile spiraglio risponde la decisione del Presidente Bush di attaccare l’Irak anche da solo, se necessario, tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile, sulla scorta di un giudizio sulle ispezioni rilasciato da un “altissimo funzionario” dell’Amministrazione Bush al Washington Post e pubblicato la scorsa settimana dal Corriere della Sera che pressappoco suona così: “Non si può dichiarare che l’Irak è pulito o sporco. Il presupposto è che sia colpevole, non innocente. Nel suo caso, il grigio è nero”. Il commento a questa presa di posizione lo lasciamo alle parole che il Papa ha detto lunedì 13 gennaio, in occasione dell’Udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le Nazioni. Come ricordano la Carta delle Nazioni Unite e il Diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni, né vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari». Non c’è dubbio che la Chiesa cattolica stia ponendo la questione su un livello ben più profondo di come vorrebbe certa pubblicistica pacifista. Come ha sottolineato la Congregazione per la dottrina della fede nella sua recente nota sull’impegno politico: «Una visione irenica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre “frutto della giustizia ed effetto della carità”; esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica». La Chiesa pone dunque la pace fra le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili che pongono in gioco l’essenza dell’ordine morale e il bene integrale della persona. Hanno destato un certo scalpore in questi giorni le ripetute dichiarazioni del presidente Cossiga. Dopo aver ricordato di essere e di essere sempre stato con gli Stati uniti, il Presidente ha affermato che, posto di fronte a una possibile scelta, avrebbe optato per l’obbedienza al Papa. Ce n’è d’avanzo per accorgersi che questa volta la Santa Sede è scesa in profondità nel suo interrogare le coscienze.

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