Il monaco-chirurgo che combattè al fronte e divenne vescovo
Antonij Bloom (1914-2003) è stato uno dei grandi testimoni dell’Ortodossia russa del XX secolo. Nato e cresciuto fuori della sua patria, nella quale non poté a lungo tornare nella sua qualità di emigrato, dovette compiere a sua volta un lungo tragitto per recuperare quella fede che lo ha reso poi uno dei grandi maestri della spiritualità cristiana contemporanea. Anzi, la tragedia della rivoluzione e dell’emigrazione si ripercosse così fortemente sul suo animo, che, come disse lui stesso, dovette impiegare molto tempo per capire che la legge della vita non era quella della giungla e dell’insensibilità.
Quella che scoprì non fu però la sensibilità vaga di tanti spiritualismi moderni, ma la presenza di un Cristo che poteva parlare all’uomo contemporaneo, alle sue debolezze e alle sue sconfitte, non partendo dall’alto di una divinità irraggiungibile e astratta, ma facendosi intimo e simile in tutto all’uomo stesso; cacciato e isolato, il povero emigrato Antonij Bloom capì di non essere più solo quando si rese conto che in Cristo, «per amore dell’uomo, Dio aveva voluto farsi proprio così: indifeso, vulnerabile fino in fondo, senza forza né potere, disprezzabile per coloro che credono solo nel trionfo della forza».
Un giovane ateo, che era stato deluso dalla giungla umana e che cercava nella lettura del Vangelo solo lo strumento per meglio negare Dio, iniziò allora un cammino di fede che lo avrebbe portato a un impegno sempre più grande come uomo e come credente. La professione di medico e l’impegno nella resistenza francese durante la seconda guerra mondiale sono solo uno degli esempi di questa umanità viva e pienamente ritrovata; e nel cuore, alla base, di questa pienezza umana c’è esattamente la fede: Antonij Bloom parte per il fronte come chirurgo, nel 1939, solo dopo aver pronunciato segretamente i voti monastici, e quando diventa monaco nel 1943 questo non gli impedisce di continuare il proprio lavoro di medico nella resistenza antinazista.
NON UNIFORMITA’, MA UNICITA’
Poi verrà l’ordinazione sacerdotale, nel 1948, e il suo trasferimento in Inghilterra come sacerdote della Chiesa ortodossa russa, legata a quel patriarcato di Mosca che soffriva allora per una delle più crudeli persecuzioni della storia dell’umanità e al quale Antonij aveva voluto restare legato, per poter partecipare anche in questo modo alle sofferenze visibili di Cristo. Verrà poi consacrato vescovo nel 1957, e sarà sino alla morte non solo il grande pastore della comunità ortodossa in Inghilterra ma, ancora più profondamente, in un mondo non ortodosso e, per certi versi, neppure cristiano, il grande testimone della Chiesa universale, della Chiesa cristiana che sa vincere le proprie divisioni convertendosi continuamente a Cristo e trovando in questa conversione le ragioni della propria unità e dell’unicità di ciascuno dei suoi membri e delle sua parti: «Non attraverso l’uniformità possiamo riunirci tra noi – diceva il metropolita Antonij -, ma grazie all’unità che si rende possibile solo attraverso l’unicità».
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