Il mondo, come lo fa Dio, è buono

Di Tempi
01 Marzo 2001
Immaginiamo tre grandi pensatori a passeggio nel bellissimo Central park di New York

Immaginiamo tre grandi pensatori a passeggio nel bellissimo Central park di New York. Uno è l’ebrea Hannah Arendt, sfuggita all’Olocausto, ha seguito tutto il processo al gerarca nazista Eichmann (che ha firmato la condanna a morte di centinaia di migliaia di ebrei), ha scritto un libro il cui titolo (La banalità del male) contiene in nuce il (suo) pensiero che segue: «È anzi mia opinione che il male non possa mai essere “radicale”, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una “sfida al pensiero”, come ho scritto, perché il pensiero vuol andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la “banalità”. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale». J. Glenn Gray, fine filosofo, non è d’accordo: «Come lei sa, io ho dovuto interrogare centinaia di questi funzionari nazisti, durante e dopo la guerra. [Eichmann] mi è sembrato adattarsi bene al loro modello. Siamo ben lontani dall’immagine romantica del “malvagio”. (…) Che [il male] non abbia né realtà metafisica né profondità, è una tesi cui voglio oppormi… Mi colpisce come la cosa pressoché più platonica di tutto il Suo pensiero». Il terzo compagno di questa passeggiata immaginaria sarebbe monsignor Luigi Giussani, il quale (è nostra personalissima opinione) probabilmente darebbe ragione ad entrambi, completando però il loro pensiero con un’osservazione che traiamo dal suo ultimo libro L’autocoscienza del cosmo, nato da conversazioni a tavola con giovani impegnate nel cammino delle verginità cristiana: «Perché l’uomo vuole la morte? “Dio ha fatto l’uomo per la felicità”, e questo è evidente che lo vuole, ma perché “l’uomo vuole la morte?”. Ma cosa vuol dire? “E l’uomo di fatto cerca la morte”: è l’ultimo a credere nella felicità come suo destino, alla possibilità che ogni giornata rappresenti un impegno del suo cuore verso ciò per cui è fatto, si rifiuta di fare la fatica necessaria per mettere il cuore più centrato verso l’oggetto. Eh sì, quanto siamo stati giocati, su questo, dal male! Perciò bisogna tornare a prima, prima del male, prima che il male sia penetrato a complicare; bisogna ritornare a prima. E il prima cos’è? L’uomo come l’ha fatto Dio, prima dell’intervento di satana, cioè del “padre della menzogna”, prima della menzogna. Ma, per esempio, quanti di noi si alzano al mattino guardando la giornata come un pezzo dell’avventura del desiderio della felicità o del bene, e poi riducono tutta la percezione delle cose a una domanda di convenienza o meno, e fanno coincidere questa convenienza con la facilità, col piacere, con l’istintività, invece che seguire, cercando di chiarirla ai propri occhi, l’attrattiva più grande?»

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