Il mondo di creta di Varda

Di Calò Livné Angelica
19 Giugno 2003
La vita è sacrificio, attesa e appartenenza a un popolo. Parla Varda Yatom, scultrice israeliana di fama mondiale che vive e insegna in un kibbutz

Varda Yatom mi accoglie nel suo studio: un’antica costruzione araba che sorge al centro del kibbutz. Si siede tra le sue ceramiche e inizia a parlare.
«Ho iniziato a creare quando sono arrivata a Sasa. Ero molto giovane, avevo 19 anni. A quei tempi c’era la “stanza degli hobbies”, per distrarsi nel tempo libero e, tra le altre cose, c’era la creta. Non avevo mai studiato arte, ma a volte sfogliavo un libro di Storia dell’Arte e provavo a copiarne le forme. Iniziai a lavorare la creta e a modellare. E da quel momento non smisi più!».

Come su un’altalena dondolata da qualcuno
«I miei lavori sono in ceramica e questa è una cosa particolare nell’ambito dell’arte. La ceramica è usata per il lavoro di vasi, di piastrelle e chi lavora la ceramica non è considerato un artista ma un artigiano. Un’artista può usare stracci, legno, ferro o qualunque altro materiale e la sua creazione verrà considerata arte. Io uso molti materiali ma la creta è il materiale che “sento di più”. La sento in mano e passa nel modo più spontaneo. Dal primo momento che ho toccato la creta ho sentito che l’essenza dell’uomo, il suo posto nel mondo e nell’universo, divenivano l’argomento principale della mia vita e che dovevo esprimere le associazioni e le similitudini che scaturivano dalla mia cultura e dal mio essere ebrea attraverso l’arte. Dalla cultura della Bibbia per esempio, immagini che porto da sempre con me e che si sprigionano a seconda dei periodi della mia vita come il “sacrificio”, il sacrificio di Isacco. Quando il mio primogenito si arruolò all’esercito scolpii una statua: “Il sacrificio” perché era come se stessi immolando mio figlio. Anche la Shoah è un argomento presente nella mia identità, forse nell’identità di ogni ebreo. I miei genitori fuggirono dalla Russia e dalla Polonia prima della guerra e vennero a vivere in Israele, ma tutta la loro famiglia rimase lì e fu sterminata. Anche la lingua ebraica e i simboli tipici di Israele sono nelle mie sculture. Vorrei cercare di esprimere i sentimenti primordiali e più profondi dell’uomo: come la paura, perché penso che qui in Israele si stia vivendo una situazione costante di paura. O l’incognito che regna nelle situazioni insolubili che viviamo mentre non sappiamo quando e se ci sarà una soluzione. Molti dei miei soggetti sono in una posa che dà il senso della primordialità: ad esempio, siedono, ma accovacciati, come sono soliti sedere nelle tribù primitive. È una posizione scomoda che non è possibile mantenere a lungo e sembra stabile ma è precaria. A volte i personaggi sono seduti su un’altalena che rappresenta un altro simbolo instabile come il mondo e come Israele dove non si sa bene in mano di chi sia la propria vita. Quella sensazione di non avere la terra sotto i piedi, di essere sospesi a mezz’aria. Non sei sicuro, l’esistenza tutta è instabile. Non sai cosa succederà domani, non sai chi gestisce la tua vita, se veramente puoi influire sulla tua stessa esistenza. Ti dondoli su questa altalena ma sei anche in qualche modo dondolato da qualcosa, da qualcuno».

Barche immobili in attesa
«La vita del kibbutz è un microcosmo. Vivo intensamente il kibbutz con tutte le sue peculiarità e le sue incongruenze con la tensione costante tra aspirazione e idelogia, tra utopia e realtà. Io sento moltissimo questa tensione e cerco di esprimerla nei miei lavori. Ognuno pensa di aver trovato la chiave della perfezione, della felicità, ogni tanto nascono nuove utopie che assicurano una vita migliore e questo crea tensioni poiché tra l’idelogia e la realtà c’è un’enorme differenza. Le ideologie nascono con tante speranze ma, quando vengono tradotte in realtà, lasciano dietro sé gente delusa, infelice, offesa. Gli uomini guardano la stessa cosa ma non vedono allo stesso modo. Ognuno arriva a differenti conclusioni. Questa cosa mi affascina. Il pensiero dell’uomo, il modo di vedere le cose. Il modo in cui a volte devi abituare il tuo pensiero a vedere in un altro modo ciò che vedi. Quando i miei figli sono entrati, uno dopo l’altro, nell’esercito, il pensiero che avrebbero potuto uccidere, che avrebbero dovuto imparare a difendersi dopo che li avevo cresciuti come li avevo cresciuti, era un pensiero che mi attanagliava. Un pensiero che non avevo mai avuto, che non avrei mai pensato di dover avere mai. Come si usava la forza e l’ingenuità dei miei figli per scopi con i quali non ero assolutamente d’accordo. Il servizio militare, la legittimità di un soldato ad uccidere, la guerra, la violenza e la consapevolezza di essere parte di una realtà nella quale non ho la possibilità di cambiare nulla, di non aver alternativa, sono argomenti che mi opprimono ed esprimo questa sofferenza in gran parte dei miei lavori. Nel ciclo di lavori “Barche immobili” esprimo proprio questo. Le barche siamo noi, così in alto mare e immobili perché bloccate. Ho scolpito solo le carcasse di queste barche, perché assomigliano allo scheletro umano. Siamo incastrati, senza possibilità di uscire. Avremmo tutti la possibilità ma dei pesi enormi ci trascinano verso il fondo. Non sappiamo in quale direzione navigare. Siamo in uno stato di insicurezza. Siamo in uno stato di continua attesa. Non possiamo costruire. Non possiamo creare. Questo è anche il mio dilemma costante. Restare o andarmene? Continuare a vivere la mia vita qui o andare via, salvare la vita dei miei figli? Ho tutto chiaro nella testa. So esattamente qual è il nostro destino. Sono pessimista. E d’altro canto so che non abbiamo nessun altro posto al mondo dove vivere. Noi ebrei non siamo stati mai comodi per nessuno e saremo il prezzo, saremo il pagamento, il sacrificio per “risollevare le sorti del mondo”. Sento questo insopportabile stillicidio che si esplica sotto forma di antisionismo, sotto forma di anti-Israele. Ma la verità è che si vuole eliminare il popolo ebraico. Lo vedo da come i media ci denigrano e ci demonizzano».

Ti senti ebrea?
«Certo! Io faccio parte del popolo ebraico. Sono ebrea, seguo la sorte del mio popolo. Come posso non essere ebrea? Come potrei non essere Varda? Sono Varda, ebrea, basta, non si puo non essere se stessi! Non è qualcosa che si può scegliere. Sono nata e cresciuta così, questa è la mia lingua, la mia cultura, il mio modo di pensare. Sono io. Per salvarmi non diventerei un’altra. Potrei salvarmi fisicamente, ma il mio spirito? Che ne sarebbe del mio spirito? La mia vita non avrebbe valore! Restare in vita con un’altra identità è come morire. Non mi importa che mi uccidano. Voglio esistere con la mia identità. Viviamo con una spada di Damocle sul capo ma ciò che mi turba non è la possibilità di salire su un autobus e disintegrarmi. È una minaccia piu terribile che grava in questo momento su tutto il popolo d’Israele. È questo modo elegante, sofisticato con cui si fa passare Israele da colpevole, da aguzzino nei confronti dei palestinesi».

L’arte come educazione
«L’educazione per me è una missione. Attraverso l’arte insegno i valori in cui credo. Credo profondamente che attraverso l’arte si possa educare e risvegliare. In ogni essere umano ci sono “forze creative” e il compito dell’educatore è dare la fiducia in se stessi e la possibilità di credere nella propria creatività. Anche nei miei lavori non uso tecniche complicate, perché voglio arrivare a una verità pura, interiore, primordiale e attraverso il tocco delle dita, del ritmo e delle energie parlo semplicemente affinché chi guarda le mie opere non si soffermi ad analizzare la tecnica complicata con cui ho espresso le mie emozioni, ma capti queste emozioni nella loro semplicità. Amo quando qualcuno entra nel mio studio e mi dice: “Mi viene voglia di lavorare, di prendere della creta e creare qualcosa!”. Vorrei dare la sicurezza, la consapevolezza delle proprie possibilità. “Non è difficile, tocca la creta e inizia a lavorare, racconta te stesso, esprimi ciò che hai dentro di te, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti”».

Come crescere un figlio
«La cosa più importante è il percorso, ciò che hai vissuto, che hai scoperto nel corso del lavoro e non il risultato e creare con la creta è un mezzo importantissimo nell’educazione, nella formazione. La creta è duttile, malleabile, si fa modellare, non è marmo che rimane statico. È come se ci dialogassi, sei davanti a qualcosa con cui dialoghi. Parli, lui risponde e assisti a ciò che accade, assisti a una nascita e io dico sempre ai miei studenti: “È come crescere un figlio”. Cosa vuoi che sia tuo figlio quando crescerà? Vuoi che cresca come ti eri prefisso, guardando dritto verso un traguardo, senza ascoltarne le predisposizioni e le attitudini o vuoi sentirlo, vedere le sue reazioni, sviluppare le sue peculiarità, scoprire insieme le sue specialità? Succedono delle cose e bisogna essere accorti. Non si può essere prigionieri di un pensiero. Questo è anche il modo di crescere dei bravi figli. Che sanno ascoltare il loro cuore».

Quando i cannoni tuonano le muse tacciono. In Israele non è così!
«Gli ebrei sono un popolo creativo, un popolo che fa di continuo il suo esame di coscienza. È un popolo laborioso, con una grande motivazione, hanno una grande disciplina, una grande volontà a riuscire. Si sente l’influsso della diaspora, l’essere stati una minoranza, la volontà di dimostrare il proprio valore e di riuscire. Quando ero ad Alfred mi distinguevo per la quantità di ore che riuscivo a dedicare al lavoro. Non lavoravo per vendere, creavo ciò che sentivo dentro e che mi sembrava giusto, chi ero io come essere umano, come ebrea, come israeliana. Una volta chiesi a un collega cosa lo ispirasse a creare “Vado alle mostre, vedo ciò che si vende di più e lavoro a seconda di ciò che va di moda!”. Questo significa lavorare partendo dall’esterno e non dal tuo io interiore. In Israele oggi siamo occupati con domande sulla nostra esistenza e gli artisti creano per rispondere a queste domande».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.