Il mondo visto da Aboud

Di Khoury Maria C.
26 Luglio 2001
C’è aria di guerra tra Israele e Autorità palestinese. Si può immaginare quale sia la condizione dei giovani e giovanissimi dell’uno e dell’altro campo. È indubbio, però, che i ragazzi palestinesi, schiacciati tra l’incudine dell’odio propagandato dagli attacchi suicidi degli estremisti islamici contro la popolazione ebraica e il martello delle ritorsioni israeliane, si trovino nella condizione di non aver più nemmeno spazi immaginari di protezione per la loro crescita. Una testimonianza dal Patriarcato latino di Gerusalemme. Una insegnante nel villaggio cristiano palestinese di Aboud racconta…

Mentre le bombe cadevano sul villaggio vicino al mio alle otto di sera, facendo tremare porte e finestre della casa, ho avuto la sensazione di non aver altro da fare che continuare a leggere i saggi che mi avevano dato al villaggio di Aboud. Se avessi smesso di leggere, il terrore si sarebbe impadronito di me. Dopo sei mesi di terrore israeliano in Terra Santa, non ci si ferma più ad ascoltare il rumore degli spari; si cerca solo di concentrarsi il più possibile per continuare a respirare lentamente. Ultimamente ho cercato di scegliere degli studenti da premiare per il loro eccezionale talento nello scrivere in lingua inglese. Al colmo della frustrazione, preoccupata e ansiosa, ho scoperto che è molto difficile anche solo mantenere calmo il ritmo del respiro. Il non sapere cosa porterà il domani genera grande ansietà nei giovani e nei vecchi di questa terra sacra. Ed è questo “non sapere” che frustra più di tutto. I bambini palestinesi non conoscono cosa significhi un ambiente stabile, sicuro e pacifico. Nella maggior parte dei casi, chi viene privato dei bisogni più elementari non è in grado di crescere spiritualmente ed emotivamente. Ciononostante, i bambini che crescono in circostanze difficili hanno la possibilità di rafforzare la propria fede in Dio. È incredibile vedere come a questa età tenera e sensibile i bambini riescano ad affrontare la paura, la frustrazione e l’ansietà, e pure a esprimere la propria fede in Dio. È questo potere della fede che guiderà i bambini palestinesi per molti anni a venire, giacché la situazione in cui ci troviamo diventa più tetra ogni giorno che passa. I pensieri che ho raccolto qui di seguito sono tutti di bambini palestinesi cristiani del villaggio di Aboud, dove si continua a testimoniare Cristo nella Chiesa cattolica di rito latino e nella scuola del Patriarcato latino, che educa i ragazzi dall’asilo infantile alle medie. La nostra speranza è quella di offrire loro anche l’educazione superiore, quando sarà economicamente possibile. Vi prego: fate passare le voci di questi ragazzi a tutti coloro che hanno a cuore la presenza cristiana in Terra Santa.

Tornare presto a casa dopo la scuola

«La mia famiglia e io stiamo attraversando tempi brutti. Quando al villaggio arrivano i soldati, i giovani cominciano a lanciare pietre contro di loro e allora i soldati sparano proiettili da guerra e bombe contenenti gas lacrimogeno… Io e i miei fratelli abbiamo molta paura. Quando i miei genitori si recano a Ramallah, ci preoccupiamo e diventiamo tristi perché temiamo che possa accadere loro qualcosa di brutto». Wala Nafe, 13 anni.

«Non credo sia questa la vita che meritiamo e vogliamo… noi cerchiamo la vera pace… stiamo solo difendendo il nostro Paese…». Dalal Sami, 12 anni.

«La mia famiglia e io speriamo che questa brutta situazione finisca presto. La mia famiglia e io amiamo Gerusalemme e la Palestina, e preghiamo e desideriamo la pace per tutti quelli che vivono in questa terra». Niveen Salem, 12 anni.

«Mi sento infelice e deluso… Prego Dio ogni giorno e Gli domandando di proteggere la mia famiglia…». Iyad Nawaf, 12 anni.

«La mia famiglia e io viviamo in una situazione davvero brutta nella Palestina di oggi. I soldati israeliani chiudono le strade fra il mio villaggio e Ramallah, e così alcuni giorni mio padre non può recarsi al lavoro. Anche la mia scuola è stata chiusa per più di due settimane, costringendomi a restare a casa. Mi sento molto male e infelice». Ali Jihad, 12 anni.

«Mio padre lavora in Israele e ora ha perso il posto. Uno dei miei fratelli fa il meccanico a Ramallah: a volte riesce ad andare al lavoro, altre no. Mia sorella maggiore fa le superiori. Benché frequenti una scuola statale che si trova nel nostro villaggio, non può studiare normalmente perché i suoi insegnanti, specialmente quelli che vengono da altri villaggi, non riescono a raggiungere la scuola. Mia madre è sempre preoccupata e spaventata perché teme che se andiamo a scuola forse potremmo non tornare a casa sani e salvi…». Samar Massad, 14 anni.

«In questi giorni, la mia famiglia e io non siamo contenti perché attraversiamo una situazione molto brutta e difficile…». Khalil Zarour, 12 anni.

«Guardo sempre la televisione perché temo l’esercito israeliano e voglio sapere cosa sta succedendo attorno a me e cosa succederà dopo… Prego sempre il nostro Signore Gesù chiedendoGli di aiutarci e di darci le sue benedizioni e la sua pace». Youssef Fayez, 14 anni.

«La mia famiglia vive in continua ansietà. A volte, quando mio fratello e mio padre vanno a Ramallah, ho paura e mi preoccupo». Joleen massa, 14 anni.

«Guardo sempre i miei genitori e riesco facilmente a vedere quanto siano tristi a causa delle difficili condizioni in cui viviamo. Mi madre ha paura, è preoccupata e dice sempre a me a mio fratello di stare attenti e di tornare presto a casa dopo la fine della scuola». Ala AbdaLlah, 14 anni.

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