Il mostro è servito

Di Claudio Moffa
15 Aprile 2004
La compagna lo picchia, ma per i giudici il violento è lui. Gli tolgono figlio e casa, poi lo multano. Anche l’avvocato l’abbandona. «Lo storico Moffa» affronta, da solo, lo spietato meccanismo della giustizia italiana

Tante volte mi sono detto «non ne posso più, ora “esco” sui giornali». Ma adesso che ci sono, da dove comincio? Beh, comincio dalla fine. A 56 anni ho deciso di reiscrivermi all’università, a Giurisprudenza, con un solo obiettivo: diventare avvocato per difendermi in prima persona da certi magistrati. Per carità, credo nell’alta funzione della magistratura, ma la mia esperienza è stata negli ultimi due anni alquanto “traumatizzante”. Tutto inizia con un “normale” contenzioso familiare, una donna che dopo essere stata mantenuta per anni perché ancora studente nonostante l’età, appena riesce a laurearsi e trova un lavoro, rifiuta di partecipare alle spese e, di fronte alle mie rimostranze e ai primi litigi, decide di cacciarmi di casa. Come? Inventandosi, fra un’aggressione ed una sequela di urla, che ero io il “violento”. Nessuno, per mesi e mesi, ha mai creduto che i fatti stessero esattamente all’opposto. Solo adesso la verità comincia a venire a galla grazie ad una sentenza del dicembre scorso.

SE LEI è SEMPRE LA VITTIMA
Ecco dunque la prima regola che ho appreso: nei contenziosi familiari il juridically correct vuole che la donna sia comunque “debole” e “vittima”, e l’uomo comunque “violento” e “prevaricatore”. Questa visione dogmatica dei conflitti familiari, contro cui sempre più i padri separati si stanno battendo, è ampiamente maggioritaria. Così la signora diviene “vittima”, e le sue urla e aggressioni il frutto, non di un cinico calcolo volto ad esasperare artificiosamente lo scontro, ma il doloroso e ineluttabile effetto della convivenza con un “mostro”. Poverina! Tanto poverina che alla fine, dopo aver, io, subito un’aggressione, vengo raggiunto da un’ordinanza “inaudita altera parte”. Seconda scoperta della mia odissea familiar-giudiziaria: in Italia esiste una legge, varata dal centrosinistra – alla faccia del progressismo! –, che permette ad un giudice raggiunto da un esposto generico e senza prove, di allontanare dalla vita familiare un membro additato dalla controparte come “pericoloso”. Il giudice può persino evitare di convocare il denunciato per sentire l’“altra campana”. Il giudice è un dio, insomma, che decide quale sia la “verità”. E che ti sbatte all’improvviso fuori di casa, senza gli strumenti di lavoro, senza i tuoi mobili faticosamente acquistati all’Ikea, e soprattutto senza tuo figlio. Un furto per legge. L’“inaudita altera parte” è anche un’“inaudita tertia parte”, con i bimbi che subiscono inascoltati le decisioni del “grande” in toga.
Comunque, il dado ormai è tratto. Quando mi arriva l’ordinanza, sono frastornato, impaurito, ma anche furioso e voglio respingere in toto la misura cautelare ingiusta, che si dovrebbe applicare a ubriaconi e picchiatori accertati. Ma qui faccio la terza scoperta, gli avvocati: alle calunnie della controparte il mio avvocato risponde proponendo una “riforma” dell’ordinanza, e con frasi del tipo «è la procedura, non si può irritare il giudice, bisogna pazientare». Oggi mi è chiarissimo che il sistema giudiziario italiano conferisce talmente tanti poteri al giudice, penalmente irresponsabile, che alla fine la categoria forense matura una sostanziale subalternità, abbandonando la sua funzione di contrappeso nel procedimento giudiziario. Dipende da avvocato ad avvocato, ma la tendenza è questa.

PRESUNTO COLPEVOLE
Dunque, il primo giudice civile, sulla base di una calunnia che non a caso non avrà alcun seguito in sede giuridica ordinaria, mi ruba il bambino e mi lascia per mesi a dormire sul pavimento di una casa fortunosamente trovata, con uno scatolone per scrivania e una sedia da giardino come poltrona. All’udienza mi accoglie con un «ma lei è lo storico Moffa?» e non mi rivolge neanche domande sulla mia presunta “violenza”. Divaga su altro. Chissà, forse è un maschilista convinto. «Ha visto come la stava a sentire?», mi fa l’avvocato, ottimista. In realtà, ahimé, non lo è. Nel decreto finale, senza verifiche, senza prove, contro il mio certificato medico e le mie denunce per le aggressioni subite, rinnova la misura cautelare. Anche di fronte al secondo giudice del Tribunale civile spero nel “maschilismo”, ma questi respinge il reclamo perché presentato in ritardo, per motivi di rito dunque, non di sostanza. L’avvocato aveva indubbiamente sbagliato: o non si era letto il codice, o non aveva tenuto conto della «giurisprudenza variabile». Ma se davvero esisteva un margine di discrezionalità della Corte rispetto ad un procedimento “ambiguo”, non avrebbero potuto lor signori giudici, constatata l’assurdità di tutta la vicenda, decidere diversamente? Quale che sia la risposta, il dato certo è che il marchio d’infamia mi resta addosso: la legge “progressista” del centrosinistra prevede l’inappellabilità ulteriore del decreto. E intanto arrivano le prime spese processuali a senso unico, col mio debito bancario che aumenta di mese in mese. Ma non è finita.

SENTENZE A VANVERA
Terzo atto, stesso Tribunale civile. Oggetto: l’assegno di mantenimento “per il bambino”. Sono stato accusato d’inadempienza. Ma i vaglia dimostrano addirittura che la cifra da me versata per i sei mesi di cui al primo provvedimento è di 3.800 euro contro i 3.600 previsti! Sono io in credito. Ma il giudice – aiutato dal mio avvocato, deficiente di iniziativa – emette un decreto completamente a vanvera: 1) mi attribuisce un avvocato difensore mai visto né conosciuto; 2) fonda il suo dispositivo sull’accusa d’inadempienza, falsa; 3) mi attribuisce un “secondo stipendio” inesistente, dando credito soltanto alla voce della controparte; 4) accolla le spese processuali solo al sottoscritto, nonostante l’attestazione di un mio debito bancario ormai alle stelle; 5) nel far questo, sbaglia (per eccesso, ovviamente) la cifra, 3.200 euro; 6) mi punisce, in quanto “inadempiente”, con il prelevamento automatico di un terzo del mio stipendio. «È la prassi», mi dice l’avvocato. E scopro così una quarta verità, sui contenziosi relativi al mantenimento dei figli: non esiste in Italia alcun parametro scientifico per misurare il costo reale di un figlio. «Al ministero della Giustizia ci stanno pensando», ma intanto si procede a naso. Unico punto di riferimento, il modello fiscale, e cioè l’espressione di un reddito astratto. Sul reddito reale pesano le spese per ottenerlo, quel reddito, e le spese per i servizi quotidiani. Però al giudice-dio, dall’alto del suo stipendio, non interessa. Decisamente no.

PIù SOLDI PER TUTTI
Ultimo capitolo, quarto magistrato, stesso Tribunale civile. Perché, purtroppo, la legge prevede che il primo reclamo avvenga nello stesso Ufficio giudiziario, con lo stesso presidente (ma quale garanzia offre questa procedura?). Dunque faccio ricorso, presentando prove su prove della realtà dei fatti, chiedendo allo stesso tempo un’indagine sul reddito della controparte (esiste anche il lavoro nero) e la sospensione del decreto a vanvera del giudice di cui sopra. Ma il Muro di Sharon è meno resistente di quello del Tribunale nelle cui maglie sono incappato: due istanze di anticipazione di udienza «ai fini della sospensione» del decreto, supportate da nuove prove attestanti la mia situazione economica, vengono rigettate «per motivi di ruolo». Intanto, sotto Natale, la mia banca mi blocca bancomat e carta di credito. Ormai devo ricorrere all’aiuto di amici e parenti anche per mangiare e dar da mangiare al bambino nei giorni di affidamento. E per fargli i regali di Natale. Quando l’udienza finalmente arriva, il giudice «si riserva». Ci sarà speranza alla seconda udienza, un mesetto dopo? No, il giudice «si riserva» nuovamente: raggiunto ormai da tre o quattro istanze di sospensione del decreto, il magistrato mostra visibilmente di non aver neppure letto le carte già a sua disposizione! Alla fine il giudice emette la sua ordinanza in attesa della sentenza finale. Udite, udite: «Letti ed esaminati i documenti per i quali è stata autorizzata la produzione… rigetta l’istanza» di sospensione. Mi viene in mente la poesia del Belli sul re, che è tutto lui e i sudditi il nulla assoluto. La Costituzione, art. 24, garantisce il diritto di difesa? Il Codice di procedura prevede la possibilità di istanza, come tale, non “autorizzata”? Al giudice-dio non importa nulla. Quello che non è “autorizzato”, non lo considera neppure degno di “succinta” citazione nell’ordinanza di rigetto. Al giudice-dio non interessa se il costo del bambino risulta nei fatti ormai raddoppiato: mil-le-tre-cent-to euro. «Più di 2 milioni e mezzo di vecchie lire, per il bambino!?». Sì per lui, ma anche per la madre, per i nonni collezionisti d’arte, e per il cagnolino della zia.

P.S. Scrivere a c.moffa@gawab.com, a) per evitare toni troppo coloriti in citazioni di rimando del presente articolo, pena querela, b) per denunciare altri casi di malagiustizia e farci un bel libro, con prefazione del tipo «di destra, di centro o di sinistra, global o no global, voteremo Forza Italia o Lega fino a che la riforma della magistratura non sarà passata». Dopo di che, tutti per la loro strada, in una Repubblica finalmente libera e democratica.

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