Il motore (diesel) dell’Africa
L’amore filiale che ogni medico, missionario o tecnico in terra africana nutre nei confronti del generatore ha una sua logica ineccepibile: senza generatore non si possono eseguire interventi chirurgici, non si possono produrre fluidi per fleboclisi, non si scattano lastre radiologiche, non si aziona la pompa che estrae acqua da una profondità di 50 metri per poi immetterla nelle tubazioni dell’ospedale, non si sterilizzano strumenti e garze e di notte non ci si vede. (…)
«Sorry Doctor, the diesel got finished!». «Mi spiace Dottore, il diesel è finito!». Non è semplice comprendere a fondo il significato di questa espressione. Solo chi ha trascorso lunghi anni in Africa può apprezzarne adeguatamente la complessità e sondarne gli abissi concettuali. All’apparenza sembra indicare un banale problema di insufficiente quantità di carburante, ma non è così. C’è dietro tutta una filosofia di vita! Il diesel non è una semplice sostanza inanimata, ma è dotata di vita e di volontà propria. La frase in questione significa che il diesel ha deciso autonomamente di dissolversi, nonostante la buona volontà e l’accuratezza di chi doveva controllarlo.
Troppo spesso in Africa l’essenziale viene a mancare improvvisamente; decine, forse centinaia di volte ho subìto questa situazione. È una situazione che riflette in maniera esemplare la realtà africana, quel suo fondo di fatalismo misto a sorpresa, di formalismo mai troppo serio, di responsabilità impalpabili e di sguardi sfuggenti.
Un intervento chirurgico surreale
Alle dieci di una plumbea serata nella stagione delle piogge, un uomo bussa con insistente discrezione alla porta di casa nostra. Non parla inglese, mi porge un pezzo di carta scritto dall’ostetrica di turno in maternità; riesco a malapena a intuire che in ospedale è giunta una donna gravemente anemica per un sanguinamento profuso. L’uomo mi fa capire che la donna è sua moglie e che la situazione, presente da tre giorni, è ormai gravissima. È riuscito a portarla in ospedale dopo mille traversie, appena intuibili dalle poche parole pronunciate in swahili e dalla sua aria esausta e avvilita.
Entro alla fioca luce della sala parto, dove una donna ingrigita e boccheggiante è stesa sul lettino; la visita ginecologica rivela un flusso di sangue rosso vivo, mentre l’addome è dolente sul lato sinistro. Non c’è molto tempo da perdere: mando a chiamare Mr. Anthony, il tecnico di laboratorio incaricato delle trasfusioni. Si tratta di un fervente anglicano educato ad una rigida serietà britannica che abita nel quartiere dietro l’ospedale, una delle poche persone affidabili che lavorano qui. Anche questa volta non tradisce la nostra fiducia: in meno di trenta minuti ci consegna una sacca di sangue, l’ultima che gli è rimasta di un gruppo compatibile con la paziente, dopodiché ci saluta con un inchino e scompare sotto la pioggia. Raggiungiamo la sala operatoria bagnati dalla pioggia insistente che continua a cadere trasformando in fango rosso le strade e il cortile dell’ospedale. Come spesso accade con queste condizioni meteorologiche, l’energia elettrica improvvisamente viene a mancare. Dopo qualche istante di tenebra, il generator man, puntuale come sempre, fa scattare il potente motore del generatore di corrente situato in fondo all’ospedale e la luce invade di nuovo la sala operatoria. Si può incominciare l’intervento senza perdere altro tempo. La paziente viene addormentata dall’infermiere anestesista. Eseguita la laparotomia, una cospicua quantità di sangue viene aspirata fuori dall’addome, e la zona emorragica è presto identificata: si tratta di una gravidanza extrauterina. La ferrista Sayuni è esperta e mi porge gli strumenti necessari prima che glieli chieda.
A un tratto la luce ha un sussulto, si abbassa paurosamente, oscilla e quindi piombiamo nell’oscurità più totale, i rumori cessano, il ronzìo della lampada operatoria e il borbottìo dell’aspiratore scompaiono. Nel silenzio e nel buio assoluto mi rendo conto che non piove più. Passano dieci o venti secondi, mi aspetto di veder tornare subito la situazione alla più completa normalità, invece non succede assolutamente nulla. Alla cieca premo una garza di cotone sul punto che sanguina e urlo, chiamando il guardiano che non si fa sentire. Siamo bloccati, non possiamo abbandonare la paziente e nemmeno risolvere la situazione. Dopo cinque-sei minuti, che a me sembrano eterni, si sente nel buio il cigolìo della porta della sala operatoria e la voce del guardiano ci comunica in tono dimesso e dispiaciuto la ragione di questo increscioso contrattempo: «Sorry, doctor, the diesel got finished!». «Ma come è possibile? Non potevi accorgertene prima?» urlo, intercalando il discorso con le più comuni imprecazioni a sfondo anatomico in puro stile italiano. «Prendine subito dell’altro dalla tanica di riserva e versalo nel serbatoio del generatore, fai in fretta, la paziente sta colando sangue!». «Sorry, doc, non abbiamo più una goccia di diesel in ospedale, anche la tanica di riserva è vuota… tutto il diesel è finito…». Dopo qualche istante di panico troviamo il modo di aggirare il problema: l’anestesista manda di nuovo a chiamare Mr. Anthony, che solitamente usa una lanterna a petrolio per venire in ospedale. Anche questa volta Mr. Anthony non fallisce e ci presta la sua lampada, che viene tenuta sospesa a debita distanza dal campo operatorio inondandolo di una pallida luce ondeggiante. Dio solo sa come, termino l’intervento: il sanguinamento è bloccato da una sutura, non so che filo mi ha passato Sayuni, ma va bene lo stesso. Chiudo l’addome come meglio posso, la paziente si riprende dall’anestesia ed è trasportata in reparto, io mi tolgo il camice madido di sudore, esco nell’oscurità, cercando il guardiano, con la rabbia che fatica a sbollire. Il guardiano responsabile della manutenzione e del rifornimento del generatore si è eclissato nella buia notte africana con molta dignità; attenderà tempi migliori per ricomparire. La paziente se la caverà e dopo una settimana sarà già a casa sua, un po’ debole, ma viva.
Progetti senza tenere conto della realta’
(…) Centinaia di miliardi sono investiti in queste regioni con risultati sicuramente inferiori alle attese. Quello che conta, la vita quotidiana delle persone, non ha guadagnato in dignità e qualità. Miliardi sono stati investiti per combattere l’Aids, educare i bambini, scavare pozzi, eradicare il verme di Guinea, aiutare l’agricoltura, introdurre la vacca frisona, distribuire preservativi, eliminare la tubercolosi e la malaria, sostenere l’allevamento dei maiali, rilanciare la produzione di cotone, incoraggiare la microimpresa, formare responsabili della salute nei villaggi, emancipare la donna africana, evitare l’estinzione dell’elefante, diffondere le latrine a caduta, implementare la piscicoltura, sostenere ospedali e dispensari, riciclare l’immondizia e costruire case ecologiche. La fantasia è veramente al potere, ma la realtà è più tenace. Anche la Banca mondiale riconosce che gli attuali 63mila progetti nei paesi in via di sviluppo, sono forse un po’ eccessivi. Ogni paese riceve in media 150 missioni all’anno di donatori che sovrintendono e controllano i propri progetti. Si è pensato a tutto, presentando programmi già fatti a tavolino e che coinvolgono la gente locale a suon di incentivi. L’africano subisce, ma lo fa secondo il suo stile: sorridendo e cercando di sopravvivere; in questo è campione mondiale imbattibile. La voce allowance, cioè incentivo, riempie i budget di ogni progetto di sviluppo: ci sono incentivi per essere presenti alle riunioni, per scrivere dei rapporti, per uscire dall’ufficio, anche per fare il proprio lavoro che è già pagato. Così si realizzano gli obiettivi dei progetti scritti a New York, Ginevra o Bruxelles, ma qui cambia poco o nulla. Anzi, a volte realizzare un progetto diventa la priorità che impedisce lo svolgimento, già faticoso, della realtà quotidiana. In Uganda è sempre più frequente trovare reparti senza medici, classi senza insegnanti, parrocchie senza preti, uffici senza impiegati perché impegnati altrove, qui o all’estero, in corsi di perfezionamento, in seminari o congressi. Non è difficile passare da un corso all’altro senza interruzioni, basta capire il meccanismo ed essere accondiscendenti con i donatori. La vita di tutti i giorni, da costruire con l’impegno e la libertà umana, passa in secondo piano.
(Brani tratti dal libro Dottore è finito il diesel, Marietti 1820, pp. 215)
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