Il muro di gomma

Di Galietti Francesco
16 Ottobre 2003
Quattordici anni dopo la caduta del Muro, quasi nulla si sa circa i 290mila nomi contenuti negli archivi della Stasi. Un giovane reporter nella omertosa Berlino

Berlino. A pochi chilometri dall’Alexanderplatz sorge il gigantesco complesso di edifici che i tedeschi chiamano die Zentrale, “la Centrale” dell’ex MfS (il ministero della sicurezza di Stato della Germania est, o ex Ddr, di cui la Stasi era la famigerata polizia segreta). Oggi è la sede delle ferrovie di stato tedesche (Db) e ampi spazi appartengono alla Birthler Behoerde, la commissione governativa incaricata di condurre le ricerche sugli archivi della Stasi.

Il tesoro della Zentrale
In questi uffici sono oggi custoditi i microfilm degli originali dossier della polizia segreta dell’ex Ddr e circa 2400 funzionari sono impiegati al servizio della Birthler Behoerde. Un numero insignificante rispetto a quelli che lavoravano “per la sicurezza” del regime comunista negli anni ‘60. Nel 1959, a soli 9 anni dalla nascita della Stasi, i funzionari della Zentrale erano infatti 13mila. Nel 1973, 52mila. Nel 1989, 103mila. L’idea della Stasi risale all’8 febbraio 1950 ed Erich Mielke – un nome che ancora oggi fa piangere i berlinesi – ne fu il più potente e temuto capo. Mielke, un allegro gerarca che raccomandava ai suoi Vopos (i militari che assassinarono migliaia di tedeschi dell’est e che erano incaricati di sorvegliare il Muro di Berlino dalle fughe dei cittadini dell’est verso l’ovest) di “prendere bene la mira”. Che «se vedete un fuggitivo e gli piantate in corpo settanta pallottole ma quello arriva lo stesso dall’altra parte, i giornali poi ci montano su un caso».
Si dice che nella Zentrale anche i muri avessero le orecchie. La Stasi era infatti l’“orecchio, lo scudo e la spada del Partito” e venne strutturata sulla falsariga della Ceka, l’efferata polizia segreta sovietica fondata da Lenin. Anche gli uomini della Stasi venivano chiamati cekisti e consentivano che il Parlamento (la Camera del Popolo) della Germania est votasse le sue leggi. Il fatto è che per la Stasi le leggi erano carta straccia. Che essa violava come e quando voleva.
La Zentrale dell’ex Mfs-Stasi occupa una superficie totale di più di 22 ettari e nei suoi uffici si trovano ancora oggi custoditi 17 milioni e mezzo di schede personali, 1 milione di microfilm, 90mila tra film, video e nastri, 18mila supporti elettronici, 80 chilometri di cartelle dattiloscritte e una quantità di armadi ancora chiusi con sigilli di piombo. Quando il MfS venne assaltato, nella primavera del 1990, dalle folle inferocite di cittadini dell’Est (i cosiddetti Buergerrechtler), gli impiegati cercarono di distruggere gli archivi appiccandovi fuoco. Rimasero però vittime della propria metodicità: di ogni documento esistono svariate copie, e nonostante abbiano distrutto 80 km di carta, non sono riusciti a distruggere tutto quello che volevano. Dal 1992 è al lavoro una apposita commissione, la commissione Gauck, la quale si occupa esclusivamente di ricostruire i documenti andati inceneriti o strappati. I lavori procedono lentissimamente, pare dureranno ancora molti anni. Siamo stati autorizzati a entrare nella Zentrale con l’amico e giovane storico Ekkehardt Schultz nato nella Germania Est. Ed ecco cosa resta sul nostro taccuino di una visita durate sette ore in un dedalo di tetri edifici, fra tonnellate di schede intoccabili e in compagnia di un angelo custode un po’ reticente.

Una commissione molto prudente
Il funzionario angelo-custode che ci accompagna nella visita si chiama Guenter Ziehm. Lavorava per il governo della Ddr ed è il classico caso di burocrate dell’est riciclatosi nella Repubblica Federale. Già all’epoca della Ddr lavorava nella Zentrale. Anche per questo, supponiamo, Ziehm si orienta come a casa sua nei 4500 uffici dell’ex MfS e sa difendersi con molto metodo dalle nostre domande importune. La ragione della visita di Tempi sta in quel dossier Rosenholz, ovvero nei 381 Cd-Rom forniti nel giugno scorso dagli Stati Uniti al governo tedesco, che contengono 290.000 nomi (in origine erano 200.000, ma poi si sono aggiunti altri documenti emersi dagli archivi del MfS) di spie, collaboratori o semplici cittadini schedati dalla Stasi. Documenti che vorremmo compulsare un po’, ma che scopriremo presto che è un po’ impossibile anche soltanto visionare. «Contengono la copia in microfilm degli archivi originali della Stasi, cioè i nomi degli Im, i veri e propri informatori della Stasi, ma anche quelli di persone ritenute “interessanti” dallo MfS» ci spiega Ziehm. Per questo la commissione d’inchiesta si muove a rilento e con molta cautela. Per questo la trafila per esaminare i microfilm è molto, molto complicata. Si vuole evitare che persone inserite nelle liste della Stasi, ma che magari non ebbero niente a che fare con la polizia segreta, finiscano nel calderone dei sospetti. E sui giornali.

Ex-Stasi indagano la Stasi
L’archivio elettronico messo su Cd contiene principalmente due tipi di schede: le F16 e le F22. Solo su queste ultime vi è eventualmente la sigla Im. Le schede F16 del MfS sono riconoscibili per la numerazione romana (es: XV, 15). I microfilm erano in possesso della Cia e furono messi a disposizione del governo tedesco già dai primi anni ’90. Ora, com’è che in Germania i media ne hanno scritto così poco, quando la notizia dell’esistenza del dossier Rosenholz risale al 1993 (e furono due le missioni tedesche che lo visionarono negli Usa, una del Verfassungsschutz, il controspionaggio, l’altra del Bundesanwalt, la Procura di Stato) e dal luglio di quest’anno il dossier è “teoricamente” visionabile da qualsiasi cittadino tedesco?
Perché, a parte le dovute cautele, dopo dieci anni di commissioni di inchiesta, si sa ancora così poco del contenuto di questi microfilm del dossier Rosenholz e, soprattutto, della lista dei 290mila nomi? Imbarazzante la risposta di Ziehm: «In parte è attribuibile al fatto che il software americano (Lotus Notes) con cui si può consultare l’archivio non sa come regolarsi di fronte a lettere solo tedesche, come per esempio le vocali con le dieresi». Quali poteri ha la commissione Birthler che indaga sul dossier? «A parte le attività di ricerca e di catalogazione, nessuna. La commissione deve riferire al Bundestag ogni semestre circa le proprie attività. Spetta poi al Parlamento o ad altre autorità decidere il da farsi». Quanti sono gli impiegati della commissione Birthler? «Attualmente sono 2400, erano 3200 fino all’anno scorso».
Quanta percentuale di impiegati che lavorano per la commissione Birthler è originaria della ex Germania est? «Il 95%. E docidici persone lavoravano già in questi uffici all’epoca della Ddr». Mica male, però. La quasi totalità degli impiegati di una commissione che dovrebbe indagare sugli informatori e spie della Germania est, non soltanto sono ex impiegati della Germania est, ma almeno dodici di questi sono ex ufficiali della stessa Stasi!

Impossibile consultare dossier
La conversazione con Ziehm finisce qui. Il resto è tutto un «non posso dire, non sono autorizzato a rispondere a questa domanda». Il resto è “visita guidata” agli archivi, che da soli occupano gli edifici 3 e 5 della Zentrale. Archivi del genere revolving (tu vedi un blocco di carte, schiacci un bottone, l’archivio ruota e fa comparire altri tre blocchi), ma che se ti avvicini a un documento (come ci è successo) sei quasi aggredito dalle guardie, perché «i dati sono strettamente personali» e si possono consultare solo con specifiche e motivate richieste. Se però fai richiesta motivata e specifica per cercare informazioni su singoli individui (es: cerchi il nome Helmut Schmidt), ti spiegano che ciò “è vietato” perché si possono fare solo ricerche trasversali (es: cercare quanti simpatizzanti tra i giornalisti di una emittente radio contava la Ddr). Ricerche che per altro «sono estremamente difficoltose» e che, per altro, esigono speciali, motivate e specifiche richieste.

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