Il negoziatore

Di Gian Micalessin
13 Gennaio 2005
UNA VITA ALL’OMBRA DI ARAFAT, QUARANT’ANNI DI TRATTATIVE CON ISRAELE MENTRE AL RAIS ANDAVANO I RICONOSCIMENTI E I NOBEL. LA SFIDA DI ABU MAZEN, L’UOMO IN GRIGIO CHE DEVE DARE UN FUTURO AI PALESTINESI

Ha sepolto il padrone, ma gli è rimasta addosso la sua ombra. Anche adesso che ha vinto, anche adesso che ha trionfato il dottor Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, deve fare i conti con il fantasma del rais. Gliel’hanno appiccicato ai manifesti, gliel’hanno scritto nei discorsi. Una sola, unica parola d’ordine: “continuità”. Continuità per raccogliere i voti della base, continuità per non risvegliare gli “arrabbiati” delle Brigate Martiri Al Aqsa, continuità per non calar le brache davanti ad Israele. E così Abu Mazen assapora la propria vittoria, ed anche la propria schiavitù. Quella di chi non può liberarsi dallo spettro dell’altra faccia di sé.
Serio, rigoroso, affidabile, perfino grigio e tedioso Abu Mazen. Borioso, fanfarone, inattendibile Arafat. Erano le due facce di Fatah, i due volti della Palestina, le due immagini di un popolo fra i più evoluti, ma anche fra i più agitati del Medioriente. Ora di volto è rimasto solo il suo e Abu Mazen deve decidere se diventare un Arafat in doppiopetto o un Abu Mazen con la sahariana nel cassetto. Le vite parallele della strana coppia s’allungavano fin dagli anni Sessanta. Fin da quando il maestro ed insegnante Mahmoud Abbas e l’ingegner Yasser Arafat profughi nei sobborghi del Cairo, di Damasco, del Qatar e delle altre capitale inseguivano il sogno di un nuovo movimento. Di un nuovo partito tutto palestinese, capace di liberare il proprio popolo dal controllo dei “fratelli” arabi. Un movimento finalmente autonomo, finalmente non più vittima degli israeliani e suddito di siriani, giordani, egiziani e sauditi. Nacque Fatah e a dire “quel giorno c’ero” sono rimasti, quarant’anni dopo, soltanto Abu Mazen a Ramallah e Faruq Kaddumi in quel di Tunisi.
Faruq Kaddumi, si condannò all’oblio già nel ’94. Condannò la pace di Oslo, rifiutò di rientrare a Gaza e in Cisgiordania. L’hanno incoronato segretario generale di Fatah alla morte di Arafat, ma solo in attesa di nuove elezioni. Solo in attesa di poterlo mettere in pensione per sempre.

IL PEDANTE SEMINATORE
Dunque Abu Mazen ha davanti a sé una strada spianata. Un rettilineo su cui incanalare la politica di una vita. Incominciò già negli anni Settanta. Arafat vestiva la kefiah, agitava mitra e pistola, guidava gli attacchi ad Israele, faceva conoscere al mondo il sapore del terrore. Abu Mazen guerrigliero senza né mitra né pistola già trattava, incontrava in segreto gli emissari d’Israele, discuteva sin d’allora l’idea di due Stati. Lui, profugo nel ’48 dal villaggio di Safad, spianato dai carri israeliani, ritrasformato in terra dello stato ebraico faceva i conti con l’idea del “non ritorno”, con la difficile pragmatica accettazione della storia, con il progetto di un’altra Palestina sovrana e pacifica accanto allo Stato ebraico. Da allora ad oggi quasi tutte le trattative di pace sono passate per le sue mani. E non perché fosse il più docile. Piuttosto perché solo al tavolo delle trattative il maestrino Abu Mazen si trasforma. Lì, nella sua arena, diventa il combattente infaticabile, il negoziatore meticoloso, l’insopportabile e pedante seminatore di punti e virgole. I trattati di Oslo, la pace del ’94 furono in fondo la sua creatura e la sua prima grande frustrazione.
Il Nobel della Pace andò ad Arafat, andò a Shimon Peres, andò a Ytzhak Rabin e lui, l’unico a non aver mai ordinato un attacco armato, l’unico a non aver mai sparato un solo colpo di pistola rimase sepolto nei retrobottega della storia. Quando non lo invitarono neppure a Camp David s’accontentò d’una vendetta da ragioniere costringendo il rais a lasciar a casa l’appena sposata Suha. Fra lei e l’uomo in grigio fu odio immediato. Un distillato di rancore assaporato fino all’ultima goccia, fino a quell’ultima ora di novembre accanto al cadavere del padre padrone. Lui la detestava, lei ricambiava e le sottraeva poco a poco la fiducia del rais. Tanto che Abu Mazen in quell’Autorità Palestinese figlia del suo negoziato non volle mai un briciolo di carica. S’accontentava di quella di segretario generale dell’Olp, l’unica da cui traeva l’autorità di vero e riconosciuto numero due di Arafat, l’unica a conferirgli un vero diritto di successione.

UN PASSO ALLA VOLTA
Quale sia il vero pensiero politico di Abu Mazen lo sanno in pochi. Nel settembre 2002 fu il primo a condannare l’intifada armata. «La rivolta – disse – dev’essere una rivolta popolare, condotta con mezzi assolutamente pacifici, così come lo è stata negli ultimi giorni. Soltanto così potremo dimostrare al mondo che i nostri obbiettivi sono giusti». Ma dalla sua biografia non ha mai cancellato il titolo di quella tesi, scritta a Mosca nell’82, sui “Rapporti segreti tra il movimento sionista e la Germania nazista”.
Ma forse Abu Mazen a 69 anni non crede più tanto nelle idee quanto nell’esperienza. In campagna elettorale ha accettato di farsi portare in trionfo dagli armati delle Brigate Al Aqsa, ora deve capire come poterne fare a meno. Non certo domani, come chiede Israele. Non certo con una forza che non ha. Ora il suo primo difficile compito è proprio darsi quella “forza”. Per ottenerla deve prima trasformare dodici milizie assetate di potere e sangue in una forza di sicurezza affidabile e controllabile. Soltanto allora potrà discutere alla pari con Hamas e Brigate Al Aqsa. Nell’attesa deve affidarsi alla forza negoziale dell’Egitto per tener sotto controllo i fondamentalisti di Gaza. Deve mediare con Fatah per tenere unita la Cisgiordania. I cento giorni da primo ministro, le dimissioni del settembre 2003 gli hanno insegnato a non trasformare la trattativa con Israele in impegni prima di aver risolto le difficoltà interne. Quarant’anni di trattative l’hanno convinto che la fretta è sempre una cattiva consigliera. Dopo aver atteso per quarant’anni, dopo esser diventato presidente, l’uomo in grigio potrebbe anche decidere che ora anche il mondo può aspettare un po’.

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