IL NEMICO E’ LA RENDITA
l “Parmasplat” non è il solito guaio made in Tangentopoli frutto di un sistema industriale compagno di merende di finanza e politica. «Nel crac del gruppo di Collecchio – ricorda Giorgio Vittadini – sono infatti coinvolte le grandi società di revisione internazionali, tutta una serie di società off-shore e le centrali dei rischi di vari paesi». Si è parlato di ridisegnare i ruoli e le regole del gioco al convegno del 30 gennaio sul futuro delle banche e delle fondazioni di origine bancaria, «perché ognuno faccia il suo mestiere». La Fondazione per la Sussidiarietà punta diritto a una riforma equilibrata dell’accesso al credito. Raffaello Vignali, presidente Cdo, chiede che «la politica detti nuove regole per l’accesso al credito, in modo da valorizzare la produzione di beni economici e sociali e in modo da garantire un’equa redistribuzione della ricchezza». Mentre i media proseguono la lapidazione dei finanzieri creativi Cirio e Parmalat, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano al banco degli imputati siedono l’internazionalizzazione acritica, la tendenza delle nostre aziende alla finanziarizzazione che non sempre riflette l’economia reale, la corsa all’allargamento dei maggiori gruppi bancari italiani che porta al razionamento del credito nei confronti delle Pmi. «Il nostro nemico è la rendita – dice Vignali – finanziaria, politica o sindacale che sia». E intanto si vuole ributtare in campo un giocatore che molti (anche le stesse banche) speravano di lasciare in panchina: le fondazioni.
Roberto Mazzotta, presidente Bpm, prevede per i prossimi mesi «un fenomeno violento di reintermediazione bancaria», perché da un lato «il risparmiatore, più volte fucilato dal “fai da te”, ha capito che deve passare al risparmio gestito dalle banche», dall’altro «il mercato dei bond è stato bruciato e occorrerà rifornire le imprese dei flussi finanziari necessari». Urge una riforma, ma «il territorio di ricostruzione delle strutture d’impresa non può avere ancora un confine domestico, altrimenti le operazioni di ricomposizione sarebbero solo coperture di salvataggi», ed è «meglio avere un soggetto passivo (cioè controllato) che uno salvato dal denaro pubblico». Dunque il consolidamento va pensato «con un orizzonte cross-border», attraverso partnership europee e non necessariamente attraverso acquisizioni. Nell’ultimo decennio, quello che Mazzotta definisce «un’epoca dirigistica», i sistemi creditizi di tutta Europa hanno perseguito una politica mirata al consolidamento bancario attraverso intensi processi aggregativi. Ma se da un lato la crescente aggregazione permette alle banche di ampliare la gamma dei servizi e crescere in competitività (almeno nominalmente), dall’altro «ha innescato una potenziale e progressiva confusione dei ruoli che si sono assommati». È qui che la ricerca individua la causa del conflitto di interessi su cui si è concentrato in questi giorni anche il ministro Tremonti: «Ci si è trovati in situazioni in cui l’istituto finanziatore di un’impresa e custode dei risparmi dei correntisti era anche al tempo stesso consulente dell’azienda per l’Ipo, sponsor della quotazione presso la borsa valori e collocatore del titolo presso i risparmiatori». Provocato dal moderatore del convegno Antonio Quaglio (Il Sole 24 Ore), Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredito, commenta i casi Enron e Parmalat spiegando che «le peggiori porcherie le abbiamo viste in aziende senza orientamento alla generazione di valore nei confronti degli stakeholder (gli azionisti, i dipendenti, la comunità territoriale, ecc., ndr), senza una social corporate responsibility, e quindi senza controllo». I risultati del consolidamento bancario italiano non sono molto positivi nemmeno sul piano della competizione con il resto d’Europa: gli assetti proprietari dei principali gruppi bancari nazionali sono affidati per la maggior parte «ai più importanti intermediari finanziari spagnoli, francesi, olandesi e tedeschi» per cui «non sono mediamente muniti di un governo societario stabile, ma sono potenzialmente condizionati». Accanto ai grandi gruppi c’è però una diffusa rete di banche locali, di piccole dimensioni, che vantano ancora una grande efficienza «connessa con il più profondo radicamento nel territorio». Sono le stesse banche locali che hanno permesso e permettono la crescita del nostro tessuto industriale, la cui ossatura è la piccola e media impresa: «la raccolta diretta nelle banche di piccole dimensioni ha all’incirca lo stesso peso (58,38%) che ha nelle maggiori (58,55%), mentre i prestiti alla clientela al 31 dicembre 2002 pesano assai maggiormente per le banche piccole (58,62% dell’attivo) rispetto alle banche maggiori (52,62% dell’attivo)». Sono le stesse banche locali che rischiano di essere cannibalizzate nel processo di globalizzazione dell’economia: in Italia «il processo di concentrazione ha portato alla fine del 2002 ad un sistema bancario composto da 814 banche di cui 17 maggiori e 764 piccole (di cui 461 banche di credito cooperativo – nel 1990 erano 715!)».
«È bene – conclude Vignali – che esistano banche locali, “popolari”, non scalabili da altre banche, che diano fiducia alle imprese e alle famiglie». Ma accanto alla preoccupazione per il destino delle Pmi, Fondazione per la Sussidiarietà e Cdo si arroccano in difesa della «proprietà delle banche italiane da parte delle fondazioni, che possono “costringere” gli istituti di credito a comportamenti virtuosi… Perché le fondazioni di origine bancaria hanno cura dello sviluppo del territorio, non hanno il problema dell’incasso trimestrale» ma della crescita del sistema Italia. Infatti, sostiene Giuseppe Guzzetti, presidente Fondazione Cariplo, «le fondazioni sono azionisti che danno stabilità alle banche perché hanno interessi di lungo periodo»: laddove si registri il fallimento dello stato sociale, esse mirano a «consolidare le attività dei soggetti che rispondono a bisogni per cui lo Stato non ha risorse sufficienti, che sono spesso i bisogni più drammatici».
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