Il neo-integrismo? E’ in salsa laica

Di A Cura Di Rodolfo Casadei E Pietro Piccinini
09 Dicembre 2004
Il laico considera i fatti e usa la ragione. Il laicista è invece un fideista e un dogmatico, predicatore di una sorta di “religione civile”. Intollerante. Ecco i nuovi integralisti secondo Finkielkraut e Battista

ALAIN FINKIELKRAUT

Monsieur Finkielkraut, nella sua intervista a Il Foglio del 18 novembre u.s. lei ha distinto due tipi di laici: quelli che vedono nel religioso un fatto sociale e quelli che vi vedono un fatto storico. I primi sarebbero in definitiva laici che rifiutano di iscrivere le radici giudaico-cristiane dell’Europa nella Costituzione europea e che vogliono valorizzare le religioni non cristiane in tutti gli ambiti sociali, compresa la scuola. Gli altri sono i laici che vorrebbero affermare le radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea e che esortano tutti gli europei, credenti e non credenti, a riscoprire l’eredità cristiana del continente. In Italia i primi sono partiti in guerra contro i secondi, accusati di non essere dei veri laici perché sarebbero dediti alla strumentalizzazione politica della religione. È stata tirata in ballo persino l’“Action française” di Charles Maurras. Che ne pensa?
Non me la sento di intervenire in una polemica italiana di cui non conosco gli annessi e connessi, e di cui mi sfugge il senso. Quel che posso dire, è che le grandi polemiche dei giorni nostri sono polemiche di omonimia. Un tempo c’è stata la contesa fra gli antichi e i moderni, in Francia più recentemente abbiamo avuto la grande querelle fra i laici e i clericali. Queste guerre culturali erano chiare. Oggi, invece, tutti si dicono moderni e laici. Nessuno in Francia dirà mai di essere favorevole alla presenza del velo islamico nelle scuole per ragioni religiose, per sottomettere nuovamente il sapere alla fede. Nessuno fa appello all’autorità del dogma, nemmeno le ragazze che vogliono indossare il velo e i gruppi islamisti che le appoggiano: si parla di libertà di espressione e di identità culturale, si oppone una laicità aperta ad una laicità chiusa. Io credo che è giunto il tempo di redifinire cosa sia la laicità. E lo faccio a partire da una frase di Ernest Renan, un tipico pensatore francese del XIX secolo. Renan è un ex seminarista che diventa uno storico e nella sua Vita di Gesù compie l’empietà di definire il Cristo «un uomo incomparabile». Ebbene questo spretato, questo laico ha scritto: «Ringrazio la Chiesa perché mi ha liberato dal profano». La scuola laica e profana ha di nuovo bisogno di distinzione: la scuola laica non è uno spazio sociale fra gli altri, è un luogo che obbedisce a regole proprie. Credo che non possiamo lasciarci rinchiudere nell’opposizione fra sacro e profano, e accettare, in nome di una laicità aperta, che tutto sia profanato: la trasmissione della cultura ha bisogno di istituzioni, obbedisce a regole, deve essere assolutamente separata dallo spazio profano. Mi oppongo all’opposizione fra sacro e profano, e soprattutto al monismo che vuole che tutto sia sociale e che le stesse regole valgano per tutti gli spazi, per tutte le istituzioni.

È possibile, secondo lei, che dietro questa volontà di svalutare l’eredità storica europea esista un progetto che mira a creare un mondo di individui senza legami, alla mercé dello Stato o del mercato?
Anch’io sono molto colpito dall’attuale rifiuto dell’Europa di ammettere la sua eredità religiosa, di riconoscere il suo debito nei confronti del passato. L’Europa non è più cristiana, ma lo è stata. Ora non vuole più saperlo, perché oggi l’Europa accetta di definirsi solo sulla base dei diritti umani: solo i diritti dell’uomo devono figurare sul suo biglietto da visita. Il pericolo che vedo è l’abbandono della condizione storica per qualcosa che riguarderebbe la condizione umana come tale immediatamente, è la vertigine di un’umanità “immediata”. Una delle ragioni per cui l’Europa non ha riconosciuto il suo debito nei confronti del cristianesimo è che si appresta ad accogliere la Turchia, e dunque non vuole sentirsi zavorrata dalla sua storia particolare. Essa è impegnata in un processo di inclusione virtualmente universale. Questo forse dipende dal ruolo che ha avuto il trauma della II Guerra mondiale nell’istituzione prima della Comunità e poi dell’Unione Europea. Il giuramento da cui nasce l’Europa di oggi è: «Mai più questo, mai più Auschwitz», ma anche, progressivamente, mai più il nazionalismo, mai più l’equilibrio delle forze e quasi quasi mai più la storia, perché la nostra storia ha condotto al crimine dei crimini. Dunque la memoria su cui si fonda l’Europa la spinge a ripudiare la propria storia e a sostituirla col diritto. Ecco a cosa stiamo assistendo: la grandiosa sostituzione del diritto alla storia, un fatto paradossale e deplorevole, perché in nome del dovere della memoria l’Europa pratica il ripudio del proprio passato, la dimenticanza. Non so se questo condurrà al dominio dello Stato sugli individui; ma sono convinto che favorirà la loro generale de-culturazione.

PIERLUIGI BATTISTA

Pierluigi Battista, editorialista de La Stampa e noto saggista, è uno a cui è difficile dare del “teocon”, visto che lui, oltre a non essere un cristiano rinato, neppure crede tanto in Berlusconi.

Pierluigi Battista, nella sua inchiesta su La Stampa lei parla di alcuni segnali di crisi della cultura laica europea. Qual è la situazione?
Bisogna rendersi conto che viviamo in una fase storica diversa da quella in cui laicità significava la rivendicazione di aconfessionalità dello Stato e delle leggi, il tentativo di sottrarre alla volontà e al potere politico della maggioranza spazi e ambiti che appartengono alla sfera privata dell’esistenza. In questo senso la rivendicazione della laicità dello Stato è coerente con il processo storico che ha caratterizzato l’Europa: una deconfessionalizzazione degli ordinamenti statali che ha contribuito alla convivenza pacifica di fedi e religioni diverse, di opinioni e valori diversi. Se lo intendiamo così, io sono molto affezionato al principio di laicità dello Stato. E sarei contrario a una nuova invadenza clericale negli ordinamenti statali. Il problema però è che viviamo in una fase completamente diversa, che non è più quella della neutralizzazione dei conflitti religiosi che tanti lutti hanno provocato nella storia, quanto piuttosto quella dell’affermazione, con tutto un apparato coercitivo e obbligante, di alcuni presunti valori “laici”, che tendono a diventare una nuova forma di religione civile intollerante ed esclusivista tanto quanto il clericalismo del passato. Questa è la nuova fase: l’imposizione di un costume attraverso la politica. L’esempio più clamoroso è la legge francese che vieta esplicitamente l’esposizione di alcuni simboli di tipo religioso, che cioè vieta la libera espressione di sé a chi professa una fede religiosa e in qualche modo impone una specie di uniforme di Stato.
Il laicismo è la pretesa della laicità vittoriosa di sostituirsi alle credenze religiose e di farsi essa stessa religione civile. Una confessione laicista, che esclude la libertà dei singoli. Ma non sono i laici a volerlo, sono i giacobini; non la tradizione laico-liberale, ma quella giacobino-rivoluzionaria che porta avanti il progetto di raddrizzamento del legno storto dell’umanità, come lo chiamava Kant in una definizione ripresa da Isaiah Berlin. Una forma di ortopedia sociale dove lo Stato deve correggere le convinzioni e le credenze pre-esistenti.

E così la rappresentatività di una minoranza diventa un problema.
Certo, è il caso della discriminazione culturale di Buttiglione: dentro questo spazio, la libera manifestazione delle opinioni dissenzienti di una coscienza cristiana (che è diventata minoritaria in Italia e in Europa) diventa problematica. Quel che mi ha fatto orripilare è che Buttiglione è stato estromesso non perché proponeva leggi di tipo clericale, ma semplicemente perché esprimeva un’opinione minoritaria.

In effetti, se come dice lei la laicità ha vinto, non è già strano il fatto che lo Stato debba esprimersi sull’ammissibilità di un’opinione?
Sì, questa è una novità. La rivendicazione della laicità dello Stato s’è sempre retta sulla distinzione per cui lo Stato non deve entrare nella vita privata degli individui. Quando invece si richiedono diritti “nuovi” che necessitano di una statuizione (è il caso delle coppie di fatto omosessuali, eterosessuali e così via), allora certi comportamenti, che riguardavano la sfera privata, entrano a far parte del discorso pubblico. Entrano a far parte di un ambito cioè – ed è questo che bisogna capire – dove non è più pretesa integralistica sostenere una convinzione etica, dove sarebbe assolutamente legittimo contrapporre una convinzione ad un’altra. Capisce? La cultura laica è in crisi laddove non tiene conto delle novità. Pensi per esempio alla scienza, che oggi entra direttamente nel campo della creazione della vita proponendoci problemi di tipo etico-morale totalmente inediti: la nostra risposta non può essere edita.

Però sono inedite certe strane convergenze. Tant’è che su questi nuovi problemi, chi prova anche solo a porre pubblicamente qualche seria e laica domanda (magari perfino senza paura di interloquire con la Chiesa), subito si becca del teocon o del “cristianista” dalla sinistra di Ezio Mauro, dal centro di Giulio Andreotti, dalla destra di Marcello Veneziani. Oppure viene qualificato di “clerico-fascismo”, sia da Pietro Scoppola che, all’opposto, da Vittorio Messori. Non nota una certa confusione di parti in commedia?
Sì, ma è perché queste cose oramai travalicano gli schieramenti tradizionali. Così come penso che non bastino più le categorie della cultura laica per comprendere la novità dei problemi, credo che non esista più nemmeno la distinzione destra/sinistra e nemmeno più la distinzione cattolico/laico. Cioè oramai la novità delle cose che stanno accadendo è talmente straordinaria che tende a rimescolare anche gli schieramenti culturali.

Una provocazione: nell’affermarsi di questa nuova religione laicista, lei non vede una vittoria del “partito radicale di massa”, il Pci laicizzato di cui Augusto Del Noce predisse l’avvento?
Beh, in un certo senso, sì. Nel vuoto delle ideologie lasciato dal disastro del comunismo e anche – aggiungo io – dalla crisi della socialdemocrazia, la nuova identità progressista è diventata una forma, diciamo così, di rivendicazionismo dei diritti. In un certo senso, è questa identità che ha riempito il vuoto, e l’ha riempito, secondo me, male.

Durante la puntata de “L’infedele” sul caso Buttiglione (5 novembre) lei ha parlato di cattolici come Alberto Melloni come dei veri integralisti.
Gli integralisti sono quella parte di mondo cattolico che vuole riplasmare la società attraverso un principio da applicare integralmente. Quando parlano del solidarismo, intendono modellare l’intera esistenza sociale sulla base di quel principio. Che è un principio che a me piace, non è che mi dispiace. Ma gli integralisti veri sono loro: sono molto più inclini all’utopismo politico di quanto non lo sia per esempio il mondo di Comunione e Liberazione. Non Cl, ma questi altri sono integralisti. E lo sono perché ossessionati dall’utopia.

Jürgen Habermas, “Tempo di passaggi”, Feltrinelli 2004, pp. 165, euro 15.
«Prendere più chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all’intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile». Per il semplice motivo che i capisaldi della civiltà occidentale – libertà, coscienza, diritti dell’uomo e democrazia – sono fondati sul cristianesimo: «A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne». E adesso che queste cose le ha scritte Jürgen Habermas, il più importante flosofo laico di sinistra europeo, epigono della scuola di Francoforte di Horkheimer, Adorno, Benjamin e Marcuse, vediamo come faranno a dare dell’“ateo devoto” anche a lui o a scrivere che vuole rinverdire i sulfurei fasti dell’Action française di Charles Maurras.

Marcello Pera, Joseph Ratzinger, “Senza radici”, Mondadori 2004, pp. 134, euro 7,70.
Quale Europa? Non è facile dirlo quando ci si trova di fronte a un continente, geografico e politico, che ha firmato un Trattato costituzionale che è un rebus fin dal titolo. I rapporti interni? I suoi membri sono divisi quasi su tutto, soprattutto sulle cose importanti: il seggio all’Onu, la guerra in Irak, il dopoguerra, le relazioni con l’America, i rapporti con Israele, le politiche di sicurezza, di difesa, di contrasto dell’immigrazione clandestina e delle minacce terroristiche. E poi: chiamata a votare il suo Parlamento, l’Europa diserta le urne; chiamata a definire la propria identità, si rifiuta di declinare le proprie radici culturali e religiose. Marcello Pera e Joseph Ratzinger – un pensatore laico e un teologo – concordano con questo libro sulla necessità di un rinnovamento spirituale prima che politico.

Roger Scruton, “L’Occidente e gli altri”, Vita e Pensiero 2004, pp. 124, euro 15.
Nell’accesa discussione sui rapporti tra mondo islamico e Occidente, questo saggio del filosofo e giornalista Roger Scruton, propone una tesi che coglie con immediatezza alcuni aspetti innegabili della questione. Alla radice delle attuali difficoltà delle relazioni tra islam e Occidente starebbero infatti differenze costitutive intorno alla concezione dell’ordine politico. Nella tradizione occidentale esso è fondato sulla laicità, sul concetto di contratto sociale, sull’idea di cittadinanza. Nel mondo musulmano, al contrario, a legittimare la politica è il richiamo – o addirittura l’adesione – alla tradizione coranica. Questa netta divergenza non rappresenta certo una novità, ma la globalizzazione, che diffonde nelle nazioni islamiche immagini e prodotti delle democrazie liberali secolarizzate, radicalizza tale opposizione provocando effetti devastanti.

Luigi Giussani, “Un caffè in compagnia. Conversazioni sul presente e sul destino con Renato Farina”, Rizzoli 2004, pp. 187, euro 14.
Questa raccolta di interviste di Farina (vicedirettore di Libero) con don Giussani (fondatore di Comunione e Liberazione) è un autentico antidoto al pensiero debole dilagante, a quella «cultura laico-illuministica» che, come dice Pierluigi Battista nella prefazione, «è morta», ripete se stessa all’infinito, non sa più affrontare l’attualità. «Essere adulti – raccontava Giussani ai ragazzi della Comuna Baires nel 1986 – vuol dire generare, riprodurre… soprattutto dal punto di vista del significato del vivere. Ed essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza scopo uno è già vecchio». E il vecchio si nasconde dietro allo scetticismo: «Ah, se si potesse farla a pugni con chi introduce i giovani allo scetticismo»…

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