IL NORMALE DOLORE DEI MATTI

Di Marina Corradi
25 Novembre 2004
Lo psichiatra Vittorino Andreoli presenta il suo ultimo libro, I miei matti (Rizzoli), a Parigi.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli presenta il suo ultimo libro, I miei matti (Rizzoli), a Parigi. Un viaggio a ritroso alle origini della psichiatria. Il punto di partenza, la Salpetrière, il più antico manicomio d’Europa. L’edificio è il monumentale Hopital general voluto dal Re Sole. Ma con la Rivoluzione la Salpetrière si fa Maison des fous, e i matti “citoyens”. Per i folli, arrivano i lumi della scienza. Una scienza primitiva e spaventevole: fustigazioni, bagni nel ghiaccio, terapie de la mort per indurre il daimon della follia ad allontanarsi. Qualora poi il citoyen matto compia atti particolarmente violenti, gli si dà la morte. La ghigliottina viene sperimentata a Bicetre, altro manicomio parigino. Colpisce, nella chiesa per cui si accede alla Salpetrière, la nudità dei muri. Un labirinto di cappelle ottagonali in forma di doppia croce latina; buie e spoglie e fredde, i soffitti altissimi, e quelle pareti senza un affresco. Andreoli spiega che il dubbio se i folli avessero o no un’anima si ripercuoteva nell’estetica dei luoghi a loro dedicati. Perché affrescare di immagini sacre la chiesa dei pazzi? Piuttosto, l’igiene, e dunque soffitti altissimi per il ricambio dell’aria. Perché immaginatevi cos’era questo posto, nella penombra della luce delle candele, nel freddo, tremila donne – poiché era manicomio femminile – ammassate come bestie, le urla, il fetore, i pianti, le agonie. Morire da folli non era come morire da savi. All’Hotel Dieu di Beaune in Borgogna, il più antico ospedale d’Europa, ai moribondi veniva mostrato un trittico raffigurante l’aldilà. Come viatico, una meraviglia: il cielo vi aspetta. Alla Salpetrière le matte vivevano e morivano come bestie, oggetto degli esperimenti di una scienza brutale, e prigioniere di mura grige, giacché i teologi non avevano stabilito con certezza se possedessero un’anima regolarmente conformata.
Andreoli racconta che alla fine degli anni ’50 in Italia fece in tempo a vedere malarioterapia e bagni ghiacciati, e il “quinto donne”, folli nude e abbandonate negli escrementi, come bestie. «Come abbiamo fatto a sopportarlo?», si chiede oggi il professore. Come abbiamo fatto a non vedere che la follia è dolore, e quindi i matti non sono, affatto, altro da noi?
Poi, la legge Basaglia cancella il “quinto donne”. Ma cancella assieme anche la follia, “prodotto della società borghese”. Andreoli è fra quanti applicano più scrupolosamente la legge. Ma un giorno del 1999 improvvisamente si arrende e se ne va. «Come si fa a essere uno psichiatra con la consapevolezza di non poter curare una parte della follia?». Chi pensa ai malati pericolosi, agli psicotici gravi bisognosi di cure prolungate? Un appello dalla antica Salpetrière: «Superiamo l’ideologia della 180, ricominciamo dalla concretezza della realtà».

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