Il nuovo esercizio
1. Sembra passato un secolo, invece era il 1988, dodici anni fa. Fu l’anno in cui mi trasferii in viale A., nella cosiddetta semiperiferia. A quel tempo il nostro era un quartiere abbastanza vivace, dov’era possibile diventare amici di qualcuno solo perché si frequentava lo stesso salumiere.
Nessuno immaginava quello che sarebbe successo.
I negozianti della zona, da parte loro, ebbero coscienza degli eventi solo quando si videro costretti a chiudere, uno dopo l’altro.
Chiuse il salumiere all’angolo di via S., e al suo posto venne un take-away cinese. Da principio, quando un negozio chiudeva c’era qualcuno che subentrava nel giro di un mese.
La macelleria in fondo al viale chiuse e al suo posto aprì un’erboristeria.
Il lattaio chiuse e aprì un negozio di piccoli animali (pet shop), che subito chiuse a sua volta per lasciare il posto a un negozio di accessori per computer.
Un altro negozio di animali sorse dall’altra parte del viale, e questo andò meglio. Vendeva lucertole velenose, ragni e pesci tropicali.
Chiuse anche il negozio di frutta e verdura e al suo posto aprì un altro negozio di accessori per computer.
Chiuse la cartoleria all’angolo di piazza F. e aprì una banca.
Chiuse l’enoteca all’angolo di via D. e aprì una banca.
Chiuse un negozio di taglie forti in via S. e aprì una banca.
Negli ultimi anni, i negozi hanno continuato a chiudere allo stesso ritmo, con la differenza che è diventato sempre più difficile aprirne altri.
Così, viale A. da qualche tempo si è molto intristito con tutte quelle saracinesche sempre abbassate.
Si sono aperte solo due birrerie, con un certo disappunto da parte degli abitanti della zona.
La colpa, dicono, è dei grandi centri commerciali. Colpa o merito, è così.
2. La storia che voglio raccontare comincia qualche mese fa. Stavo camminando lungo viale A. per andare dal panettiere, quando notai, con piacere, che un bel negozio a due luci, dove prima si vendeva abbigliamento e che era rimasto chiuso per più di un anno, era nuovamente aperto.
Sbircio dentro e vedo una grande quantità di computers e alcuni scaffali pieni non di videogiochi, ma di libri.
L’ambiente era piacevole, con tavoli e sedie trasparenti, fili a vista (avete notato com’è cresciuto, in questi dodici anni, il numero di fili presenti nelle nostre case?), luce fosforescente con tendenza al ciclamino.
Dentre c’erano due ragazze.
Tra me ero indeciso se si trattasse di un ennesimo negozio di materiale informatico, di un provider internet, o di una libreria telematica.
Alzo gli occhi verso l’insegna e leggo:
DA CARLA E RAFFAELLA – INFORMAZIONI Sulle prime, non capisco. La prima cosa che mi viene in mente è che bisogna entrare, andare da quelle due ragazze (Carla e Raffaella, suppongo) e chedere loro informazioni circa il prodotto in vendita.
Poi rifletto e mi rendo conto che questo sarebbe, dal punto di vista commerciale, un suicidio. Un negozio deve esibire subito il proprio prodotto.
D’un tratto un bengala mi si accende in testa: il prodotto sono le informazioni! Questo negozio vende conoscenze! Entrai a chiedere conferma:
“Lei è Carla?” chiesi alla bruna.
“No, Raffaella”
“Voi vendete conoscenze, ho capito giusto?”
“Precisamente”
“Che tipo di conoscenze?”
“Tutte”.
3. Il dépliant che mi diede Raffaella (una bella ragazza, come del resto anche Carla, la bionda) spiegava molto chiaramente il senso di quel negozio.
Carla e Raffaella vendevano informazioni. Informazioni di tutti i tipi. Oggi tutti, diceva il dépliant, hanno bisogno di informazioni di ogni genere. Dalla definizione della “Settimana Enigmistica” che non ti fa dormire a quelle concernenti il lavoro di tutti i giorni alle informazioni scientifiche più specialistiche.
Nel negozio di Carla e Raffaella si acquistavano tutte queste cose, a prezzi ovviamente differenziati.
Volevi sapere come si chiamava l’Orazio eroe romano? Volevo metterti in contatto con il Preside della scuola di matematica superiore di Harvard? Volevi sapere quale tipo di PVC occorre in un determinato impianto?
Carla e Raffaella sapevano a chi rivolgersi per ottenere in breve tempo (dal minuto alle due ore, non di più) l’informazione desiderata.
Giovani impegnati nella tesi di Dottorato in Teologia Dogmatica. Ingegneri nucleari alla ricerca di un contatto in Australia. Inventori genialoidi bisognosi di un finanziamento. Casalinghe alle prese con una torta di ricotta. Studentesse a corto di idee per la tesina liceale. Critici letterari che non ricordavano più dove avevano letto una certa frase. Solutori di “Incroci obbligati” incapaci di individiuare il nome di un’antica moneta tailandese di quattro lettere. Ragazzotti (e ragazzotte) che scommettevano sulla lunghezza del pene di questo o quell’attore.
Raffaella aveva ragione: quando diceva “tutto” intendeva dire “tutto”.
4. Le due ragazze ci sapevano fare. Erano svelte, precise e sapevano sempre dove andare a cercare le informazioni richieste – alcune delle quali davvero cervellotiche.
Lei non ha idea, diceva Raffaella, delle richieste folli che ci arrivano.
Mi mostrò alcuni moduli con le domande.
Uno voleva sapere quante probabilità/100 aveva il triceratopo di sconfiggere a duello il T-Rex.
Uno voleva sapere chi ha creato Dio.
Uno voleva sapere tutto sull’inventore dell’IVA.
Ce n’era anche uno che voleva sapere se Raffaella aveva sorelle: portava tutti i giorni la stessa domanda, e tutti i giorni Raffaella gliela respingeva.
“Lei cosa pensa?” mi chiese.
Passavo spesso a trovare le due ragazze, e spesso mi svegliavo di notte con la testa piena di quesiti e desideri bizzarri.
Una notte, tanto per dirne una, mi svegliai in preda alla frenesia perché dovevo – dovevo! – andare al più presto in Russia, oltre gli Urali, per vedere la confluenza tra il fiume Irtysh e il fiume Ob. Mi chiedevo come avevo potuto non fare questa cosa per tanti anni.
Intanto, gli affari del negozio andavano a gonfie vele. Ben presto alle due titolari si unì Federica, una quasi-anoressica insuperabile nella navigazione telematica, cui si aggiunse una settimana più tardi anche Angela, maestra nell’amministrazione e nella contabilità.
5. Una mattina di qualche mese dopo, mentre passavo come sempre davanti al negozio, vidi però qualcosa che non andava. Una delle saracinesche era alzata, mentre le altre due erano a metà.
I bei colori che rallegravano l’interno non c’erano più. Adesso DA CARLA E RAFFAELLA – INFORMAZIONI era ridiventato simile a un qualsiasi negozio di computer.
Misi il naso dentro, e incontrai lo sguardo di Raffaella, che subito lo abbassò nuovamente.
Stringeva un fazzoletto.
Andai da lei e le presi una mano tra le mie – cosa che facevo piuttosto volentieri.
Disse che Carla se n’era andata.
“Senza spiegazioni?”
Fece sì con la testa e strinse ancora di più il fazzoletto.
Le due ragazze che erano state assunte, Fede e Angela, erano in piena crisi di nervi.
Federica veniva lì ogni cinque minuti rovesciandoci addosso le sue difficoltà della giornata. Non solo Carla era scappata via con quello, ma quel giorno i server avevano deciso di fare sciopero, proprio quando il commendatore aveva urgente bisogno, povero commendatore, che era – lei non poteva negarlo, ah no non poteva proprio – il loro miglior cliente, sempre così gentile, educato, paziente, anche un po’ ridicolo con quella sua aria paciosa ma insomma sempre il migliore, e proprio quel giorno in cui cazzo c’era una necessità urgente, ecco che la famosa rete delle reti si bucava peggio di quelle dei pescatori, che poi a lei il pesce non piaceva nemmeno, e insomma oltretutto quel giorno sembravano tutti deficienti – tutti facevano aspettare, le linee telefoniche continuavano a cadere, e nessuno aveva tempo per nulla – e tutto in quel giorno, in quel maledettissimo giorno.
“Stop!” disse Raffaella. “Adesso torna al lavoro”
“Però ho ragione. C’è una congiunzione astrale che non mi piace per niente”
“Ma quale congiunzione” le gridò Angela da dietro.
Angela era la classica amministrativa: tracagnotta, riccioluta, occhiali di tartaruga, sempre seduta. Poiché il suo tavolino si incastrava sotto una finestra e la sua sedia non era girevole, lei in orario di lavoro parlava sempre con qualcuno che stava dietro di lei. Inoltre, aveva il collo molto corto, pressoché nullo, così aveva svilupato una sua tecnica di conversazione che consisteva nel gettare le sue frasi dietro di sé con un colpo secco all’insù della testa.
“Congiunzione, sì, congiunzione” piagnucolò la Federica.
“Sono i costi, bella mia”
“Fino a ieri non c’erano costi, andava tutto bene”
“I costi, ti dico, i costi”
E poi.
“E’ l’inversione di tendenza”
E poi.
“Me l’aspettavo da tempo”
E poi.
“Doveva finire la cuccagna”
E poi.
“Lo dicevo: aspetta che si organizzino un po’…”
E altre frasi come queste. Tutte brevi. Tutte seguite da silenzio.
In fondo, si poteva dire che Angela avesse inventato un genere letterario. Non poco, per un amministrativo.
Avrei potuto godere di queste scenette se Raffaella, che mi permetteva di farle una blanda corte, non fosse stata così triste.
Volevo che si sfogasse. Siccome, però, le due isteriche non l’avrebbero mai lasciata in pace, finché fosse stata lì, le proposi di uscire al bar vicino a prendere qualcosa.
Eh, i bar. Essi sono il tepidarium del mondo di oggi. Io li amo perché in ogni bar, anche in quello più tumultuoso, tutto ordinazioni, cassa e scontrini, il ritmo della vita si fa comunque più lento, più sopportabile. Un caffè è pur sempre un caffè, vivaddìo! E grazie a Dio.
Fu davanti a un cappuccino e a un pain au chocolat (fui io a insistere perché mangiasse qualcosa, del resto era mezzogiorno) che Raffaella decise di raccontarmi il triste caso.
6. Era un uomo alto, brizzolato, molto elegante, sulla quarantina, lievemente stempiato, piuttosto bello. Aveva una Porsche e una Bmw. Il suo abbigliamento era diverso a seconda che arrivasse con una macchina oppure con l’altra.
Aveva un bel modo di sorridere: quel sorriso un po’ ironico, sicuro di sé ma per nulla sfacciato – insomma, non era piuttosto bello, era molto bello.
Veniva spesso. Sia Carla che Raffaella si erano invaghite di lui (a queste parole, ci rimasi un po’ male), ma era chiaro che a lui interessava Carla.
La prima volta entrò, si guardò in giro, sollevò e rimise a posto alcuni oggetti a caso – matite, fogli, un portacarte, un mouse – e se ne andò senza dire una parola.
Le due amiche si guardarono e scoppiarono a ridere, poi quella sera, a cena da Francesca (la trattoria sotto casa mia), non parlarono d’altro.
L’uomo tornò il giorno dopo. La Porsche gli donava di più. L’abbigliamento era sportivo, un po’ casual. Angela valutò il suo guardaroba intorno ai dieci milioni.
Tutte le volte entrava, scambiava qualche parola, tocchicchiava le cose esposte come se fossero sue, poi se ne andava.
“Bye bye…”
Quel giorno entrò come se nulla fosse, come sempre, girò nuovamente per il negozio, raggiunse Angela, le fece un inchino, poi venne al banco.
La sua espressione si poteva dire – finalmente – interrogativa.
“Posso esserle utile?” disse Carla.
“Lei vende informazioni, vero?”
“Sì. Le richieste vanno compilate su questo modulo”
L’uomo misterioso esaminò il modulo, poi estrasse una biro a scatto dal tascone della giacca di pelle, e cominciò a scrivere.
Infine riconsegnò il modulo a Carla.
“Ehi. Ma qui non c’è niente”
“Come, niente?”
“Ci sono il suo nome, l’indirizzo, i numeri di telefono, l’indirizzo e-mail, ma… la richiesta?”
“Quale richiesta?” fece quello, con un sorriso ben disegnato in mezzo alla faccia.
“Noi vendiamo informazioni”
“Ho capito”
“E qui… qui non c’è scritto di quale informazione ha bisogno. Ha lasciato lo spazio completamente vuoto”
“Conosco quello spazio, non sono stupido” fece l’uomo.
“Non c’è scritto nulla”
“Lo so”
A questa nuova impertinenza, tutte e quattro le ragazze lo guardarono all’unisono.
“Non c’è scritto nulla perché non voglio sapere nulla” spiegò, come per scusarsi.
La domanda delle ragazze era così evidente che non ci fu bisogno di formularla.
“Ho compilato il modulo perché… e via!, cosa importa? Mi hanno detto che c’era un negozio interessante con delle belle ragazze, ecco tutto…”
Le ragazze restarono immobili, senza smettere di guardarlo fisso.
Lui volse loro le spalle per qualche istante, poi si girò di scatto. Aveva gli occhi così ardenti che sembravano di fuoco. E il nero delle ciglia e delle spracciglia sembrava una siepe in controluce, pronta a bruciare.
“Non esiste niente” disse “che io voglia sapere. Le domande, care ragazze, le facevo quand’ero bambino. Poi sono cresciuto e non ho più avuto bisogno di far domande. Mi bastava volere. Io volevo una cosa, e potevo averla. E’ così che io conosco le cose: me le prendo”.
A quel punto le quattro ragazze si accorsero che gli occhi dello sconosciuto erano puntati su una sola di loro: Carla.
“Sono andati sulla luna, no? E perché? Perché tutte quelle migliaia di miliardi? Perché erano cresciuti portandosi dietro oltre il dovuto le loro sciocche domande di bambini, ecco perché. Li hanno nutriti, istruiti, coccolati nei college, gli hanno fatto fare sport, vita all’aria aperta, poi li hanno introdotti alla ricerca scientifica. Gran cervelloni, non dico di no, ma al fondo cos’erano? Bambinoni americani con troppe vitamine in corpo. Bambini con l’hamburger in mano, con le ganasce piene di ketchup che gli colava dagli angoli della bocca. E la testa piena di formule, di ipotesi. Di sogni.”
I suoi occhi sembravano voler bruciare Carla, consumarla nel loro fuoco.
“Ma chi sa prendersi quello che vuole” continuò “non ha bisogno di fare tanta fatica. Chi non ha domande è più vitale, più elegante, più misurato, più fantasioso. Ve l’immaginate, uno come me, a fare picnic su un prato a sandwich e birra? Ma loro – quelli che andarono sulla luna – erano tutti così. Gita ai parchi nazionali, camicia a fiorellini e macchina kodak. Cos’hanno prodotto le domande? Guerre, carestie, libidine di tutti i tipi. Guardate me, invece, e quelli come me. Non cerchiamo niente, non abbiamo nessun particolare obbiettivo. Ci piace qualcosa? La prendiamo. Non ci piace? Possiamo prenderla lo stesso. Oppure lasciarla, non importa. Dipende dal momento. Ma il creatore del momento sono io stesso. Siamo noi stessi. Ci lasciamo sedurre da ciò che noi stessi costruiamo. Questi sono gli uomini veri. Le vostre conoscenze – puah! A chi interessano? A poveri individui smarriti. Le università sfornano ogni giorno migliaia di complessati, di futuri suicidi, di infelici con la testa piena di progetti velleitari. E voi volete prolungare questa infelicità?”
Si fermò per qualche istante, affinché la conclusione producesse il massimo effetto:
“Solo la più perfetta disperazione” disse “può dare la più perfetta soddisfazione”
Fece poi un cenno col capo a Carla, che lo seguì. Raffaella e le altre videro i due salire sulla Porsche, che pochi secondi dopo partiva sgommando.
Quando le vidi, le tre sapevano già, credo per intuito, che Carla non sarebbe più tornata. Infatti non solo non tornò al negozio, ma non tornò nemmeno a casa sua, dai suoi genitori, Alda e Franco, dai suoi due fratelli, Mario e Guglielmo detto William, e dalla sua sorella piccola, Caterina.
Nessuno seppe più nulla né di lei né del suo misterioso rapitore.
Raffaella e le altre volevano chiudere, ma alla fine l’intero quartiere le convinse a rimanere. C’erano comunque tanti bambini mal cresciuti la cui testa, vuoi per lavoro vuoi per amore vuoi per puro sfizio, era ancora piena zeppa di domande.
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