Il paese ha Fifa.
Quando i lettori avranno in mano questo numero di Tempi i delegati dell’African National Congress (Anc), il partito che dal 1994 governa il Sudafrica in nome della sua maggioranza nera, avranno già scelto fra la padella e la brace, cioè se confermare la leadership di Thabo Mbeki o preferire il suo sfidante Jacob Zuma. Chiunque dei due vinca, non cambieranno le politiche che finora hanno prodotto bassi tassi di crescita, privilegi per un’élite nera di contro alla perdurante povertà di massa, fuga dei cervelli bianchi, strisciante autoritarismo e soprattutto una criminalità rampante. Le statistiche parlano di un paese dove vengono commessi 60 omicidi e 145 stupri al giorno, oltre a 600 furti in appartamento e 500 rapine. Il Sudafrica è il secondo Stato del mondo dopo la Colombia (dove alla criminalità si somma la guerriglia che dagli anni Sessanta pratica la lotta armata) per numero di omicidi pro capite. Nel 1994, quando il partito di Nelson Mandela stravinse le elezioni, gli omicidi erano circa 25 mila all’anno; tredici anni dopo, nono-stante la violenza politica innescata dall’apartheid sia uscita di scena, sono scesi di poco, a 22 mila.
In queste condizioni, per premiare la transizione pacifica dal razzismo istituzionalizzato alla democrazia imperfetta, la comunità internazionale avrebbe fatto meglio a mettere a disposizione fondi per la lotta alla povertà e per la formazione del personale di polizia, piuttosto che regalare l’organizzazione di un campionato mondiale di calcio che non si sa in quali condizioni di sicurezza potrà svolgersi nel 2010.
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