Il partito delle tasse

Di Luigi Amicone
02 Dicembre 2004
Cari lettori

Cari lettori, voi vi chiederete perché il taglio delle tasse non piace all’opposizione, fa insorgere sindacato e Confindustria e ha fatto scendere in piazza per lo sciopero generale la singolare ammucchiata che va dal multicapitalista Luca Cordero di Montezemolo all’ex ministro delle Finanze all’epoca dell’Ulivo, Vincenzo Visco. Poi uno vede in Tv la scenetta di baci e abbracci tra il padrone e il sindacalista della Triplice, vede Savino Pezzotta pappa e ciccia col giovin signore di Montezemolo e gli torna la memoria. Tasse? Ma com’è che l’Italia è arrivata ad avere aliquote marginali tra le più alte al mondo? E per colpa di chi? Nella primavera del 2001, su questo stesso giornale (cfr. Tempi, 16-19 Aprile 2001), davamo notizia di uno studio di Mediobanca che rivelava quali fossero le reali aliquote del prelievo fiscale in Italia all’epoca dell’Ulivo: 30,6% per la grande impresa, 69,4% per la piccola e media. Fu per questa simpatica tendenza alla vampirizzazione delle classi medie che Forattini disegnò il ministro Visco nei panni del conte Dracula e fu anche per questo che, dalla Lombardia alla Sicilia, il popolo plebiscitò il Cav. e il suo contratto con gli italiani. Poi la storia internazionale incrociò quella del nostro paese e bruciò risorse in traversie di ogni genere, dal terrorismo alle guerre, dall’euro che causò il raddoppio dei prezzi alla stagnazione economica dell’intero Continente. Fu così che l’azione del Cav. sembrò un po’ appannarsi, il contratto finire un po’ in soffitta e, siccome quando la barca va a gonfie vele il merito è di tutti, quando si deve remare contro vento è naturale la tentazione di chiamarsi fuori, anche all’interno della Cdl si cominciò a litigare. Adesso che la maggioranza è ritornata compatta e Berlusconi al mestiere di leader, ecco la nuova alzata di scudi. Ma scusate, com’è che prima Berlusconi era un pinocchio perché non manteneva le promesse di abbassare le tasse e adesso che le abbassa è “solo tattica elettorale”? Chi fa davvero “tattica elettorale” se fino a ieri opposizione, Confindustria e sindacati spiegavano compatti che «no, abbassare le tasse non si può, perché non ci sono i soldi» e adesso che i soldi si sono trovati (senza neanche troppo sfoltire le loro rendite parassitarie) il bel terzetto da Prima Repubblica protesta di nuovo compatto che Berlusconi è un taccagno e che, casomai, il problema è riaprire la Cassa per il Mezzogiorno? Vedete, cari lettori, il partito della spesa e della rendita pubblica, conta sui nostri vuoti di memoria e, soprattutto, sul fatto che i grandi media non ci aiutano punto a riacquistarla. Eppure noi ricordiamo bene quanto ci raccontò il professor Giuseppe Vitaletti nella primavera del 2001. Una storia che spiega perché, negli anni dell’Ulivo, Confindustria andava a braccetto col governo, i sindacati dimenticarono scioperi generali, lavoratori e pensionati, e tutti insieme appassionatamente, prima con Prodi, poi con D’Alema, infine con Amato, spolparono gli italiani. E la storia che ci raccontò Vitaletti nella primavera 2001 (e mai smentita) è la seguente.
«Nel 1994 ero consigliere economico del ministro Tremonti alle Finanze. Bene, un giorno mi si presenta un tal signore della Confindustria, il quale mi fa questo ragionamento: i nostri profitti scontano un’imposta che supera il 50% (allora oltre all’Irpeg c’era l’Ilor), i Bot fruttano il 12%. Noi vogliamo ridurre le aliquote sul reddito d’impresa e un modo furbo per farlo è applicare alla quota di reddito che corrisponde all’interesse virtuale dal capitale netto investito l’aliquota dei redditi di capitale. Se noi abbiamo il capitale netto che è un investimento, applichiamogli un rendimento finanziario (che poi nella legge sulla Dit è diventato un 7%) e su questa parte del reddito ci mettiamo le aliquote finanziarie, che oggi sono al 19% cioè la media delle aliquote finanziarie. La proposta che mi fece quel signore mandato da Confindustria è diventata con Visco la Dit, con l’aggravante che ora anche chi realizza plusvalenze le può mandare a capitale netto e può incrementare il beneficio della Dit. Aggiunga l’Irap che, ancora una volta, penalizza le piccole imprese e favorisce le grandi, e il cerchio si chiude». Ecco, con questa politica di tassazione palesemente incostituzionale, al servizio delle grandi imprese decotte e del capitale finanziario speculativo (quello dei casi Cirio e Parmalat per intenderci), l’Ulivo ottenne la pace sociale dai sindacati e produsse quella giustizia fatta di un prelievo fiscale del 30% per la Fiat e del 70% per il suo indotto di lavoratori terzisti. Credete che Prodi, Pezzotta e Montezemolo siano lavoratori terzisti?

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