Il passo (arabo) che manca alla pace in Terra Santa
La conferenza di Annapolis voluta dal presidente americano George W. Bush non è servita a raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi, ma vuole essere la scintilla per far ripartire i colloqui e portare a un accordo finale. Ma quali sono le possibilità che abbia successo? Il nodo non è l’accordo territoriale. Un metro in più o un metro in meno non cambiano molto. La svolta ci sarà solo quando i palestinesi faranno ciò che gli ebrei hanno già fatto. Gli ebrei, infatti, hanno dovuto affrontare il lutto di rinunciare alla Terra d’Israele sognata e agognata per duemila anni. La Israele biblica, infatti, non corrisponde all’attuale Stato di Israele (certo, la capitale è Gerusalemme, ma quasi tutte le altre città sono in zona palestinese e faranno parte di un futuro Stato palestinese). Ebbene, sapranno ora i leader arabi aiutare i palestinesi a compiere lo stesso percorso, cioè ad abbandonare il sogno di riprendersi tutto, con qualunque mezzo? Sapranno rinunciare al “diritto al ritorno dei profughi” e accettare la sorte terribile e ingiusta di tanti altri popoli vittime delle guerre? Sapranno riconoscere il diritto all’esistenza di uno Stato ebraico così come tutti riconosciamo l’esistenza di Stati arabi e islamici? L’unico leader arabo che fu disposto a riconoscere Israele e che per questo fu invitato a parlare alla Knesset, nel cuore della democrazia israeliana, fu il presidente egiziano Sadat. Da Israele, Sadat ottenne in cambio tutti i territori che chiedeva, ma fu ammazzato da un fondamentalista islamico. Ancora oggi, chi può conquistare la pace deve essere disposto a rischiare la vita.
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