Il passo che manca ai giganti della storia? Quello verso una “buona compagnia”

Di Cominelli Giovanni
21 Dicembre 2006

Questo Taccuino sta tra il crepuscolo del 2006 e l’alba del 2007. è una condizione speciale dell’anima e del pensiero, che consente uno sguardo inusuale sul fluire del tempo, quello della storia e della vita. Come guardarlo? Walter Benjamin, ebreo comunista, morto suicida alla frontiera franco-spagnola nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1940 per non cadere in mano ai nazisti, così descrive lo sguardo dell’Angelo della storia: «Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta». La reazione all’ottimismo illuministico, marxiano e positivista non avrebbe potuto essere più antagonistica. Ma noi non siamo angeli, non abbiamo il loro sguardo. La persona umana non ha ali, in cui i venti della terra si impiglino furiosi, trascinandola lontano.
Abbiamo camminato nel 2006, a volte con passo spedito, a volte con fatica, pellegrini nel tempo che ci è stato donato. Non tutto ciò che abbiamo costruito è ancora in piedi, non tutto ciò che abbiamo progettato si è realizzato. Ma la persona è come Davide di fronte al Golia della storia – lo ha scritto don Luigi Giussani da qualche parte – la sua fionda è la sua libertà. Nella filosofia hegeliana l’individuo è solo un fiore sul sentiero, che l’Assoluto calpesta indifferente nella sua marcia progressista verso il compimento dell’escatologia terrena della storia. Essa sacrifica il presente ai lontani «domani che cantano».
Non così noi marceremo verso il 2007. Cammineremo, passo dopo passo, nella “densità dell’istante”, perché il presente è il luogo dove la nostra libertà si incontra con il nostro destino, con il nostro compito quotidiano. Ottimismo? Pessimismo? Non saprei scegliere né mi importa. La realtà è qui davanti, è l’emergenza positiva dell’Essere. Dobbiamo temere le tiepide catacombe dell’intimismo, in cui rifugiarci per proteggerci dalla realtà. Ci serve solo una buona compagnia in campo aperto. E questo è l’augurio affettuoso del Taccuino.

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