Il peggior nemico dell’islam? L’islamismo
Probabilmente, dopo l’11 settembre, la posizione più rappresentativa del mondo islamico non è esattamente quella espressa dal mufti di Marsiglia, l’algerino educato all’Università Al Azhar del Cairo Soheib Bencheikht, che settimana scorsa è tornato ad accreditarsi come punto di riferimento di un islam in veste progressista, solidale agli Usa («una nazione di democrazia, una società fondata su valori umanitari») e avverso ai terroristi di Al Qaeda, a quell’integralismo islamico «fascista» che «sta devastando la gioventù musulmana», infine «uno strumento utilizzato dai regimi politici per ottenere legittimazione».
Ripensamenti islamici
È un fatto però che la simpatia del mondo musulmano nei confronti di Osama bin Laden e del suo jihad contro il “Grande Satana” cominci a mostrare segni sempre più diffusi di cedimento. Qualcuno, forse maliziosamente, fa osservare che ciò avviene proprio quando la sorte dello stesso leader di Al Qaeda vacilla e l’America appare vittoriosa. Di certo vi è che, dopo le prime rovinose ritirate dei taliban, il quotidiano saudita Al-Riyadh, spesso portavoce della linea politica della Famiglia Reale, si è sentito in dovere di pubblicare un editoriale dove il direttore Turki al Sudairy ha sottolineato l’origine non araba dei genitori di Osama e perfino lo spiacevole dettaglio del di lui padre, l’immigrato yemenita Mohammad, «che non ha mai donato un soldo per il progetto delle moschee di Mecca e Medina», nonostante i «contratti esagerati» ottenuti per la loro costruzione. Altre voci, come quella di Amir Taheri, giornalista di Arab News, agenzia con base a Jeddah diretta da Jamal Khashoggi, hanno riconosciuto che «la guerra in Afghanistan si è dimostrata del tutto priva di difficoltà per gli Usa. Le mitiche “strade arabe” non sono insorte. Il temuto “terremoto politico” in Pakistan non è affatto avvenuto. I leggendari combattenti afghani che si diceva non avessero mai perso dai tempi d’Alessandro Magno non si sono visti. Anzi, la popolazione afghana ha preferito danzare coi liberatori piuttosto che opporre loro “il jihad senza fine”».
Bin Laden: la fine (senza gloria) di un aspirante eroe musulmano
Ma dopo la sconfitta militare in Afghanistan, Osama ha perduto anche la sua presa popolare, finendo oggetto della satira che lo ha ritratto nascosto in una caverna mentre, kalashnikov al fianco e flauto in bocca, suona davanti ad una cesta da cui escono incantati un serpente e un fungo atomico. Così perfino per le strade di Peshawar dove si radunavano le folle a bruciare le bandiere americane, «i suoi ritratti rimangono invenduti sulle bancarelle». Come pure nelle strade tornate silenziose d’Indonesia, Nigeria e India. Si fa largo l’idea che simpatizzare con Al Qaeda sia stato in fondo un grosso sbaglio. Uthman Mirghani, giornalista di Al-Sharq al-Awsat, quotidiano di proprietà araba distribuito a Londra, lo dice senza ambiguità: «nelle passate settimane alcune voci isolate hanno incitato al Jihad. In verità queste voci non hanno fatto il bene dell’islam. Al contrario sono appelli che spingono ad azioni che procurano all’islam grave danno… per quale jihad costoro stanno chiamando alle armi, in nome e nell’interesse di chi e a che scopo? I militanti di Al Qaeda – assassini d’innocenti che hanno arrecato un gravissimo danno all’islam e alla sua reputazione – sono forse autorizzati a lanciare appelli affinché i musulmani difendano la loro organizzazione?». Gli fa eco Saad Mehio che dalle colonne del Beirut Daily Star invita a riflettere sulla «vergogna e l’imbarazzo» causati all’islam dai fondamentalisti, paragonati «perlomeno ideologicamente, ai Khmer rossi della Cambogia, alla setta giapponese Aum Shinrikyo, al Klu Klux Klan negli Usa e al Gush Emunim in Israele».
Il peggior nemico dell’islam
Ma la riflessione critica cresce anche all’interno del mondo intellettuale, perlomeno della sua parte più avveduta. Ahmad Al Baghdadi, professore di Scienze Politiche della Kuwait University (imprigionato nel 1996 per aver scritto che il Profeta Muhammad non era riuscito a convertire i non-credenti alla Mecca, poi scarcerato dall’Emiro Jaber al-Ahmad Al Sabah), sul quotidiano kuwaitiano Al Anbaa e sull’egiziano Akhbar Al Youm usa toni forti contro Ariel Sharon «un terrorista fin dal primo istante della costituzione dello Stato sionista… responsabile dell’assassinio di molti palestinesi». Eppure «nessuno può dire che Sharon abbia organizzato attentati terroristici contro i cittadini del suo stesso Paese… Leggi religiose che autorizzano lo spargimento di sangue, accettate silenziosamente da leader politici e cittadini, esistono soltanto nel mondo arabo… nessun religioso cristiano approva leggi simili perlomeno dal Medio Evo. La persecuzione degli intellettuali, i processi per eresia, la distruzione d’intere famiglie, lo scioglimento del patto coniugale per apostasia della sposa – tutto questo esiste soltanto nel mondo islamico. E non dovremmo chiamarlo terrorismo?». Anche da un’assemblea non certo tenera verso la politica estera Usa e fieramente avversa ad Israele, quella degli intellettuali egiziani, riuniti alla vigilia del Ramadan per discutere dell’11 settembre, si sono levate voci controcorrente. Mohamed Sid-Ahmed, analista politico per Al Ahram ha detto che «dopo l’11 settembre ci sono due poli: da una parte l’Occidente o il mondo del capitalismo, dall’altra le forze dell’anarchismo, del nichilismo e del terrorismo». Hussein Ahmad Amin, già diplomatico egiziano nonché autorevole scrittore, ha ammesso: «abbiamo [noi musulmani, ndr] la nostra parte di colpe e d’errori. Dopo il crollo dell’Urss, il vento del cambiamento ha soffiato da Est a Ovest portando ovunque i principi della democrazia, del pluralismo e del liberalismo. Eccetto che nel mondo islamico…». E rivolto al mufti dell’Arabia Saudita (che aveva dichiarato ai fedeli: «seguire i costumi dell’Occidente significa intraprendere la strada del diavolo»), ha avvertito: «già nel 1970 l’Occidente voleva tendere la mano al mondo arabo. Si tenevano mostre, si pubblicavano libri di storia islamica. Poi tutto s’è interrotto, per colpa d’episodi come la fatwa contro Salman Rushdie e delle atrocità dei regimi di Siria, Libia e Algeria. Siamo noi il nostro peggior nemico».
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