Il Porto Tetro di Cgil&C.
Giampaolo Pansa, condirettore dell’Espresso che non smania di bersi il cervello come «tutta un’area dell’opposizione sedicente antagonista», l’ha ribattezzata “sinistra di Porto Tetro”. E addirittura Eugenio Scalfari, il più spigoloso dei servitor ferventi della sinistra fin dai tempi del Pci di Enrico Berlinguer (e della “pontiera” verso il Pci sinistra Dc, la coppietta che convolò in nozze Ulivo, oggi al capolinea), nel suo sermone domenicale (Repubblica, 27 gennaio) non è riuscito a trattenere la delusione per una “sinistra a pezzi”. Tant’è che posto il leninista interrogativo “che fare?”, a cui un tempo avrebbe risposto con una mitragliata di ragioni sulla superiorità intellettuale e morale degli eredi del Migliore, oggi l’Eugenio risponde aprendo le braccia e, con gran sconforto kantiano (e un condizionale poco rassicurante) ammettendo che «bisognerebbe pensare alla gente e non a se stessi, proporre un concreto futuro… e battersi con passione, pensando oltre che a noi stessi a chi verrà dopo di noi». Non immaginava certo, il fondatore di Repubblica, di dar ragione a Giorgio Vittadini, altro fondatore (ma della Compagnia delle Opere) che in contemporanea, nello stesso dì festivo, firmava per Il Giornale un editoriale in cui elencava certosinamente le ragioni per cui la sinistra attuale è il simbolo della contraddizione «tra retorica delle istituzioni e caduta del senso dello Stato», protagonista assoluta di quel movimento di reazione e conservazione che si oppone alle riforme (in materia di lavoro, pensioni, scuola, sanità) necessarie non soltanto per restare in Europa, ma, direbbe Scalfari, per assicurare «un concreto futuro oltre che a noi stessi a chi verrà dopo di noi».
La Cgil (nell’anno del Signore 2002)
Ma al di là dell’ormai noto quadro politico di un’opposizione devastata dalla perdita secca di un potere cementatosi su ogni sorta di alleanza (compreso quella con il mozzaorecchismo dipietrista, attitudine poco congeniale alla tradizione della sinistra non staliniana) qual è l’azione con cui, insieme alla classica ma oramai un po’ spuntata arma giudiziaria, si cerca di mettere il bastone tra le ruote al governo Berlusconi? Che sia quella sindacale, a guida Cgil, non lo pensano solo i ministri Maroni o Moratti, ma lo capiscono tutti gli italiani che in questi giorni sono ripiombati nell’incubo di scioperi e agitazioni che paralizzano il Paese in ogni comparto pubblico. E cos’è la Cgil nell’anno del Signore 2002? La contiene, in limpida forma di corpo immerso in formaldeide, una proposizione linguistica di un segretario regionale (dott. Barchiesi, segr. reg. Cgil Marche), che in sé non pare significhi granché, se non fosse una singolare comunicazione agli iscritti a resistere contro ogni tentativo di riforma dello Stato e la denuncia del “nemico” annidato nei gruppi sociali. Dice dunque un segretario regionale Cgil: «Il centro destra mira alla privatizzazione dell’intero impianto sociale, vuole dividere il paese tra ricchi e meno abbienti e poveri, vuole sostituire la solidarietà con una speciosa carità, costruire una sussidiarietà che indebolisca il vero volontariato a vantaggio di un coacervo di interessi che sappia fungere anche da canale elettorale e la cui esperienza più evidente è la Compagnia delle Opere, che non per niente sostiene apertamente tutte le controriforme in atto candidandosi a sostituire il ruolo pubblico in settori determinanti come la sanità, la scuola, il collocamento e l’assistenza». La dichiarazione, piena di enfasi volta a definire il volto lombrosiano del nemico, ha però una sua suggestione centrale nell’idea di “pubblico”, che all’ingrosso, dovrebbe essere sinonimo di “interesse generale”. E allora, volendo leggerla in questa prospettiva, alzi la mano chi vede oggi nel sindacato un’istituzione a difesa dell’“interesse generale”? Le antinomie care alla Cgil sono un po’ usurate. Ricchi/poveri: o bella, ma allora perché, nei fatti, il sindacato persegue la politica della mortificazione e del livellamento dei ceti (per esempio insegnanti, infermieri, medici ospedalieri) al rango di burocrati? Perché non vuole riforme del lavoro che consentano un vera lotta alla disoccupazione al sud e l’accesso al mercato dei giovani? Perché difende soltanto i già occupati, i già pensionati, i già privilegiati da rendite di posizione stataliste? Solidarietà/carità: o bella, pensate che quel socialismo reale a cui si ispira il “solidalismo” Cgil (e per il quale esisteva lo stesso problema, “non la carità, ma la solidarietà delle classi lavoratrici” proclamavano i sovietici) è una realtà che, oltre al dispostismo e alla bancarotta di interi popoli e nazioni, ha fatto del gran bene a qualcuno all’est, nel sud, nel primo e nel terzo mondo? Sussidiarietà/volontariato: questa è una dicotomia nuova, mai esistita nel lessico sindacale e che rinvia a una lezione oggi scritta nella nostra Costituzione, lezione che indica la “sussidiarietà” come stella polare da seguire per le riforme e pricipio che – cosa forse difficile da accettare per la Cgil – è stato sancito dal voto parlamentare di tutte le forze democratiche dell’intero arco costituzionale.
Berlusconi (di qui all’eternità)
Su “controriforme” e “ruolo pubblico” si è detto, giacché come sappiamo per esperienza reale non per dichiarzioni del capataz sindacale di turno, se è la Moratti che firma e dice “siamo aperti al contributo di tutti” è “controriforma”, e gli mandano le Tute Bianche e Blu; se è Tullio De Mauro che firma e spiega che “siamo noi gli illuminati, bisogna violentare la società che non è ancora matura” è “riforma”, e gli mandano le Voci Bianche e il Coro dell’Antoniano. Conclusioni? Lo dice Giorgio Vittadini e, confermano i sondaggi, lo pensa la stragrande maggioranza degli italiani: «la sinistra ha dimenticato la lezione del movimento operaio, rifugiandosi nel cattocomunismo clericale, in una forma di sindacalismo corporativo e in uno statalismo di uomini vestiti alla moda», mentre «il centro destra dovrebbe, nel suo insieme, seguire molto di più chi, con buona pace di tutti, sta dimostrando di avere senso dello Stato più di altri: il presidente del Consiglio, che palesemente crede e si batte per riforme che valorizzino la società, il lavoro, la famiglia, la persona e le forze sociali. E che non vuole l’Europa dell’eutanasia, delle lobby giudiziarie e finanziarie». Cioè il popolo che non vuole “la sinistra di Porto Tetro”, quella che “chiamo così”, profetizza il diessino Gianpaolo Pansa, «perché segnerà la morte dei Ds e la vittoria di Berlusconi di qui all’eternità».
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