Il ratto del cinque per mille
In principio fu Giulio Tremonti. Non uno qualunque, ma l’inventore (a quanto dice la sinistra) della finanza creativa. Era il 2005 e, per la verità, Tremonti di creativo fece ben poco. Lui, l’idea di dare ai cittadini la possibilità di destinare parte delle proprie tasse al no profit e alla ricerca ce l’aveva in testa da tempo. Nel 2004 aveva parlato di un “nuovo 8 per mille”, nell’estate di quell’anno, ospite del Meeting di Rimini, era semplicemente sceso di un punto (7 per mille, così non si confonde con l’altro). Sempre nel 2005, poi, era diventata legge la cosiddetta “più dai, meno versi”, una proposta lanciata dal mondo del terzo settore che prevedeva la possibilità di dedurre dalle imposte una parte delle donazioni destinate ad enti no profit (il tetto fissato fu del 10 per cento fino ad un massimo di 70 mila euro).
Così, quando sul tavolo dell’allora ministro dell’Economia arrivò la proposta di introdurre in Finanziaria il 5 per mille, lui non fece una piega. Purtroppo però non sempre le buone idee hanno vita facile così anche quella proposta, pur caldeggiata dall’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà (organismo bipartisan promosso, tra gli altri, dall’azzurro Maurizio Lupi, dall’Udc Luca Volontè, dai Dl Ermete Realacci ed Enrico Letta, dal Ds Pierluigi Bersani), dovette fare i conti con la dura realtà. Quella del dicembre 2005, infatti, era l’ultima Finanziaria della legislatura. Quella, per intendersi, che apriva la campagna elettorale per le politiche. Così tira di qua, tira di là, aggiungi di su aggiungi di giù, il 5 per mille ballò per settimane sull’orlo del baratro. Alla fine Tremonti decise di introdurlo in “via sperimentale”. Nell’anno d’imposta 2006 i cittadini avrebbero potuto destinare il 5 per mille dell’Irpef a sostegno di quattro categorie: volontariato, onlus e associazioni di promozione sociale; attività sociali svolte dal comune di residenza; ricerca sanitaria; ricerca scientifica o delle università.
Poi arriva il momento del cambio della guardia a palazzo Chigi. Alcuni dei difensori del 5 per mille approdano al governo (Letta sottosegretario a Palazzo Chigi, Bersani ministro dello Sviluppo Economico, Realacci presidente della Commissione ambiente). Purtroppo la legge Finanziaria 2007 si trasforma in un regolamento di conti tra le varie anime dell’Unione e il 5 per mille resta fuori dalla porta. La levata di scudi del mondo del Terzo settore e di un fronte compatto di parlamentari appartenenti ad entrambi gli schieramenti produce un’immediata retromarcia del rifondarolo ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (sua la competenza in materia) che, all’ultimo minuto, sommerso dalle polemiche, si giustifica («è stata solo una svista») e reintroduce la norma in Finanziaria. C’è una novità: il governo fissa un tetto massimo di spesa al 5 per mille. Le organizzazioni potranno ricevere non più di 250 milioni di euro. Se i cittadini verseranno una quota superiore l’eccedente finirà nelle tasche dello Stato.
A questo punto urge un chiarimento. Cosa si nasconde dietro la temporanea scomparsa del 5 per mille? Alcuni, malignamente, sostengono che Ferrero, di religione valdese, soffra di una sorta di “complesso d’inferiorità da 8 per mille” e quindi cerchi vendetta punendo le organizzazioni no profit. Altri, ed è probabilmente questa la versione più corrispondente alla realtà, rivedono nelle scelte del ministro, un vecchio vizio comunista che considera lo Stato come l’unico in grado di decidere della vita dei propri cittadini. Soprattutto per la parte che riguarda come e a chi devono devolvere le loro tasse. Insomma Ferrero ha semplicemente provato a tenere per sé tutta la torta come dimostra anche la decisione di fissare un tetto alle risorse disponibili. Siccome l’esperienza insegna, era prevedibile che nella Finanziaria 2008 l’errore non si ripetesse. Magari. Il testo licenziato dal Consiglio dei ministri e ora in discussione in Parlamento si limita ad alzare il tetto previsto lo scorso anno (da 250 a 400 milioni di euro), ma per il futuro, niente di niente.
E aridaje
Per il secondo anno consecutivo Ferrero ha spiegato che il governo si è dimenticato di inserire il 5 per mille, ma che presto porrà rimedio a questa mancanza. Tutto questo è successo nonostante diversi fattori testimonino l’importanza di questo strumento per il Terzo settore. Innanzitutto secondo i dati del 2006, 16 milioni di contribuenti su 26 hanno usufruito della possibilità offertagli dal 5 per mille; di questi 16 milioni, inoltre, 228 mila hanno deciso di devolvere parte delle loro tasse alle Acli, associazione di cui è stato presidente Luigi Bobba, oggi senatore teodem della Margherita. Wilma Mazzocco, uno dei 45 saggi che hanno lavorato alla costruzione del Pd (si dice in quota Rutelli), è portavoce del Forum del Terzo Settore, organizzazione che raggruppa le più importanti realtà no profit del paese; il presidente della commissione Finanze del Senato Giorgio Benvenuto (Ds), assieme al deputato azzurro Giorgio Jannone ha presentato una proposta di legge per rendere il meccanismo del 5 per mille strutturale; l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà è diventato ormai una realtà stabile nel panorama politico nazionale con oltre 260 tra deputati e senatori iscritti; infine Letta, Bersani, Realacci continuano ad avere posti di primo piano nel governo. Insomma, solo un ingenuo poteva pensare che il “ratto” del 5 per mille potesse passare sotto silenzio. Oppure è semplicemente malafede. Ancora una volta Ferrero ha provato a tenere tutta la torta per sé.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!