Il realismo che viene dal freddo
«Posso ancora sentire il coltello del chirurgo penetrare nella mia carne come fosse burro. Quattro uomini avrebbero dovuto tenermi, ma gli dissi di badare ai fatti loro. Ero perfettamente in grado di occuparmi io dei miei. Quelli fecero tanto d’occhi e guardarono il chirurgo; ma non osarono aprir bocca. Il chirurgo passò dal coltello alla sega». Chiude il libro, lo appoggia sul tavolo e inizia a raccontare. «La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson è stato un grande successo per noi e un vero bestseller. e tutto per merito di D’Alema». Così Emilia Lodigiani svela i segreti di una storia di passione che dura da vent’anni. Quella di Iperborea, la casa editrice di via Palestro a Milano che pubblica esclusivamente scrittori del nord Europa e di cui la Lodigiani è direttrice.
Cosa c’entra D’Alema con Iperborea?
Quando era presidente del Consiglio, dopo un congresso, a un giornalista che gli chiese se durante gli incontri si parlava solo di politica rispose che si parlava anche di altro. Per esempio? Di letteratura. Per esempio? Dei libri che leggevano. Per esempio? Un libro svedese di pirati. Il giorno dopo ci hanno telefonato tutti per sapere se il libro in questione era nostro, mentre sui giornali ci si chiedeva ironicamente: come mai a D’Alema piacciono i pirati? Con tanto di foto della nostra copertina. La gente entrava in libreria e voleva il libro che leggeva D’Alema.
E così è nato il secondo caso letterario firmato Iperborea. Il primo vi portò alla ribalta quattro anni prima. Di chi fu il merito del successo de L’Anno della lepre di Arto Paasilinna?
Questo è stato un altro caso davvero curioso. Che si è costruito da sé grazie al passaparola dei lettori e, pensi un po’, a una svista del tipografo. Eravamo alla fiera dei piccoli editori di Belgioioso quell’anno e ci consegnarono 300 copie invece delle 50 richieste. Le abbiamo dovute mettere davanti sul tavolo e la gente che passava le prendeva in mano, incuriosita dal titolo. Quel giorno ne abbiamo vendute 150. E 100 mila nei tredici anni successivi. Era il 1994, eravamo giovani. Non ce l’aspettavamo.
I nordici hanno fatto la fortuna anche di altre case editrici, da Peter Høeg (Mondadori) a Henning Mankell (Marsilio e Mondadori) ai giovani islandesi Hallgrimur Helgason e Arnaldur Indridason (Guanda). Sono autori che vi siete fatti scappare oppure si tratta sempre di scelte coerenti con la vostra linea editoriale?
Nelle storie degli editori, accanto a scelte azzeccate, ci sono anche errori e colpi di fortuna. Scelgo di pubblicare gli autori che rappresentano l’alta letteratura nei loro paesi. Ma poi succede che, per esempio, Peter Høeg l’ho avuto tra le mani prima di Mondadori. Come solitamente si fa, l’ho fatto leggere a tre lettori per avere un riassunto e un giudizio, e loro me lo hanno sconsigliato. Quando poi è uscito e ho cominciato a leggerlo li ho chiamati un po’ arrabbiata dicendo che mi avevano fatto perdere un grande autore. Che è vero, anche se quando ho finito il libro ho dovuto dare loro ragione. La seconda metà de Il senso di Smilla per la neve è noiosa e la storia si sfilaccia. Senza la pubblicità e la distribuzione di Mondadori e senza le pile di copie alle entrate delle librerie noi non avremmo venduto neanche 3 mila copie. Mi mangio le dita invece per Mankell. Quando ne ebbi l’occasione non gli dedicai la giusta attenzione.
Nella vostra storia ha giocato dunque un ruolo anche il caso?
Quando stavo a Parigi mi capitò di leggere in francese alcuni libri di autori nordici e ne rimasi folgorata. Come era possibile che storie tanto belle non venissero pubblicate anche in Italia? Decisi così di far conoscere quello che veniva scritto in quella che impropriamente chiamiamo Scandinavia, oltre all’Islanda, la terra delle saghe. Nel ’92 ho aggiunto l’Olanda. Casualmente. Perché ho letto tre titoli che ho trovato fantastici. È vero, all’epoca c’erano pochi traduttori, ma questo invece che essere un ostacolo ci ha garantito di poter lavorare in una nicchia difendibile dai grandi editori. E così abbiamo iniziato a guardare anche al Belgio, poi all’Estonia e adesso stiamo esplorando la Lituania. A questo punto però vorrei fermarmi geograficamente, non voglio ampliarmi troppo. Continuo infatti a considerarmi un’artigiana e voglio lavorare con la mentalità dell’artigiana, cioè con una cura ossessiva per ogni libro. Inoltre desidero avere tempo per i classici.
L’editore è un artigiano?
Sì, ma prima ancora di essere artigiano l’editore è un catalizzatore di passione. La passione dello scrittore, del traduttore, del lettore e, perché no, anche del libraio. Perciò io scelgo di pubblicare i libri che più mi piacciono. Con la passione per il libro ci si nasce, e poi bisogna avere la fortuna di incontrare chi ti educa ad essa. Come mio padre. Nei nordici in particolare trovo tutto ciò che secondo me dà il piacere di leggere. Anzitutto la fiducia nel saper raccontare storie e nel continuare a tenere vivo il senso di raccontarle. Poi un forte esistenzialismo: con la letteratura si pongono continuamente le domande sostanziali, mantenendo sempre un tono alto. E mai cinico. Perché al fondo quello che resta è la fiducia nell’uomo. La convinzione, insomma, che ci sia una natura buona.
Spesso i nordici vengono giudicati freddi. È davvero così?
Il loro è un occhio che vede, osserva, classifica, e giudica l’uomo come parte della natura. Anche con un approccio ecologista. Pensi che l’erbario fa parte del programma scolastico. Perciò se noi scriviamo “un uccello volò sul ramo”, loro specificano quale tipo di uccello e quale ramo. Non c’è dunque la sensibilità romantica che fa parte della nostra tradizione culturale, ma piuttosto un continuo confronto, finanche spietato, con la realtà che descrivono. Che è dura, ma che vogliono conoscere fino in fondo.
La vita come una lotta.
Sì, per questo forte è anche l’istanza sociale. Si parte da Ibsen fino ad arrivare a Enquist. I nordici sono dei grandi interrogatori della storia. Il primo poi, assieme soprattutto a Strindberg, ha permesso alla letteratura scandinava di guadagnare una dimensione europea. È infatti straordinario come Ibsen si sia diffuso quasi in contemporanea al successo in patria, questo perché l’Europa è sempre esistita da un punto di vista culturale, dall’Illuminismo in poi tutto è circolato facilmente. Stupefacente invece è che quando è nata Iperborea esistesse un vuoto di comunicazione tra noi e il nord.
E poi cosa è successo?
Qualcosa è iniziato a cambiare in Germania dove si è sempre tradotto molto dalle lingue nordiche. Nel corso dei dieci anni successivi la caduta del muro di Berlino gli scrittori tedeschi vissero un periodo di crisi e così la letteratura nordica prese il sopravvento. Da lì altri paesi si sono incuriositi, soprattutto la Francia, e poi anche l’Italia.
C’è un motivo nella scelta del formato lungo e stretto dei libri Iperborea?
L’idea l’ho copiata da un editore francese, Actes sud, a cui ho chiesto il permesso di riprendere il suo formato e che poi si è offeso perché i miei libri erano più belli dei suoi. La forma richiama quella della guida turistica che invita ad andare a esplorare aree culturali nuove. Ma anche quella del mattone di cotto che è la cosa più maneggevole che l’uomo ha inventato. È piacevole da tenere in mano e richiama la metafora del costruire. Insomma, mi piace pensare che i miei libri siano mattoni di cultura, credo che la forza dell’Europa sia proprio la cultura da condividere. E poi il mattone è un manufatto e io sono un’artigiana.
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