Il resistente amerikano

Di Piffer Tommaso
04 Maggio 2006
democratico, antifascista ma soprattutto banchiere, Pizzoni mantenne i partigiani d'italia, pagandoli con i soldi degli alleati. mai sentito nominare?

Così come la politica non vive di aria, anche per fare la Resistenza contro i nazisti e i fascisti ci vollero i soldi, e non pochi. Chi fu a sostenere finanziariamente un movimento che doveva pagare tutto, dai viveri alla carta su cui stampare i notiziari? In massima parte gli alleati anglo-americani: non stupisce quindi che si tratti di una vicenda poco conosciuta, dato l’affermarsi in Italia di una storiografia che proprio negli alleati vede i primi nemici politici della Resistenza, e di forze politiche che, quando ricordano il 25 aprile, spesso non hanno di meglio da fare che bruciare le bandiere americane.
L’accordo finanziario fu firmato nel dicembre del 1944, dopo oltre un anno di contatti con i quali il movimento partigiano era riuscito a meritarsi la fiducia degli alleati, dimostrando di poter dare un contributo militare e di non avere alcuna intenzione di scatenare una guerra civile in Italia. Fu un difficile lavoro diplomatico, reso possibile dal prestigio e dell’autorevolezza di alcuni esponenti dell’antifascismo, tra i quali Ferruccio Parri, Leo Valiani e soprattutto Alfredo Pizzoni, l’indipendente che era stato posto a capo del Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) proprio in virtù dei suoi agganci con il mondo bancario e le ottime relazioni con gli inglesi. Fu lo stesso Pizzoni a guidare la delegazione del Clnai che siglò con gli alleati l’accordo del ’44. Con questo accordo gli alleati accettarono di versare al Comitato un generoso contributo mensile, senza il quale, come scrisse poi Parri, il Clnai avrebbe dovuto «pressappoco chiudere bottega». In cambio, la delegazione si impegnò a seguire le direttive dei comandi alleati, cosa del resto del tutto ovvia, che però suscitò le ire di Sandro Pertini e di quanti come lui erano impegnati a perseguire impossibili sogni rivoluzionari.
Il problema più spinoso fu quello del trasferimento materiale dei soldi dalle casse degli alleati alle tasche dei partigiani. Provvide il genio finanziario di Pizzoni: questi chiese agli alleati di versare i soldi ad alcune banche romane. Poi tornò a Milano, si presentò ai dirigenti delle corrispondenti filiali milanesi e chiese che le somme relative venissero versate ogni mese nelle sue mani. Naturalmente Pizzoni non poteva dimostrare in alcun modo di avere effettivamente i soldi al Sud, perché la linea del fronte non permetteva un regolare giro di ricevute. I banchieri coinvolti si accontentarono della sua parola e con questo e simili sistemi gli alleati poterono far avere ai partigiani oltre 1 miliardo e 300 milioni di lire (circa 77 milioni di euro di oggi), che poi in buona parte si fecero restituire dal governo italiano: fu solo così che la Resistenza si poté presentare in piena forma all’appuntamento del 25 aprile.

fuori il moderato dal cln
Pizzoni però non poté raccogliere fino in fondo i frutti del suo decisivo contributo a queste vicende: quando si fu assicurata i soldi, l’ala sinistra del Cln decise infatti di sbarazzarsi di lui, e di dare al comitato un’impronta più marcatamente politica e rivoluzionaria. A metà aprile del ’45, dopo che gli erano state date ampie assicurazioni che il suo ruolo non sarebbe stato messo in discussione, Pizzoni fu rimandato nella capitale per trattare una nuova convenzione finanziaria. Il 19 aprile, mentre lui era a Roma, socialisti, comunisti e azionisti imposero la sua sostituzione al vertice del comitato, sostituzione che però venne tenuta segreta perché lui potesse continuare a trattare e ottenere soldi. Gli presentarono il conto solo il 27 aprile, due giorni dopo la liberazione, quando Pizzoni poté tornare a Milano. Il suo posto lo prese il socialista Rodolfo Morandi.
Al senza partito Pizzoni non fu consentito neanche di firmare il manifesto dell’insurrezione. Il ruolo suo e l’importanza dei finanziamenti alleati vennero quasi completamente ignorati dalla storiografia. Iniziava quel processo di censura e di oblio storico che permette che ancora oggi qualcuno ricordi la Resistenza bruciando le bandiere di coloro che la resero possibile.

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