Il riformismo impossibile è possibile. Lo ha inventato san Benedetto

Di Cominelli Giovanni
15 Marzo 2007

Il pessimismo non è pedagogico rispetto alle giovani generazioni. Ma non è pedagogico neppure stendere un velo retorico di speranza sulla realtà effettuale. Che è questa: la società italiana è “debole” (definizione del vecchio conservatore Giovanni Sartori), “fiacca”, “degradata”, “slegata”. La politica la rispecchia. L’eterno dibattito in corso nei partiti sembra disperatamente prigioniero di uno sguardo rivolto all’indietro. Mille segnali, provenienti da ogni dove, confermano questa percezione: quella dell’impotenza. Perché i pensieri di riforma sono deboli e le azioni fallimentari? Chi ricorda più “la rivoluzione liberale” di D’Alema o quella di Berlusconi, due uomini che pure ci hanno creduto e ci hanno provato? Dove sta, allora, la fonte della speranza, senza la quale la società diviene un deserto morale e culturale, che le giovani generazioni fanno fatica ad attraversare? È possibile un movimento di autoriforma, di rinascita civile, morale, intellettuale?
La cultura che si autocertifica “laica” ha ampiamente dimostrato di avere perduto forza propulsiva. Laico significa, ormai, retorica del dialogo, della tolleranza, del pluralismo, ma sempre al di qua della frontiera della verità umanamente accessibile. Il rispetto delle differenze esige il silenzio sui fondamenti. Eppure posso testimoniare che c’è un altro modo di essere laici. È quello del movimento di riforma religiosa, e perciò civile, e perciò culturale, e perciò politica, nel quale sono coinvolto, fondato cinquant’anni fa da un prete brianzolo: don Luigi Giussani. Sviluppatosi negli anni in cui era di moda il lessico rivoluzionario della “liberazione” si è chiamato Comunione e Liberazione. Forse oggi don Giussani lo chiamerebbe Comunione e Riforme. Forse. Esso riprende un’antica storia della presenza cristiana nella polis, da san Benedetto agli ordini riformatori medievali, ai movimenti gioachimiti, alla Riforma luterana, ai Levellers di Cromwell, agli ordini religioso-sociali dell’Ottocento. La storia conosce anche i cortocircuiti temporalistici di quella presenza. I nessi consequenziali tra religioso, civile, culturale e politico sono sottili, fragili e storicamente problematici. Ma resta il fatto storicamente accertato che la rivoluzione permanente delle società si può sviluppare appieno solo da una matrice religiosa, che tenga insieme creaturalità e libertà, storicità e trascendenza. Essa genera incessantemente compagnie di uomini intenti all’opera nel cambiamento.

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