Il Risiko del primo Novecento
Tra Waterloo e Sarajevo in Europa si combatté solo qualche scaramuccia locale. Il teatro di guerra decisivo dell’Ottocento fu altrove: fra montagne e deserti da Istanbul all’Asia centrale. Russia e Gran Bretagna giocarono una partita quasi invisibile ma decisiva: era «una questione di supremazia mondiale russa oppure britannica», per dirla con le parole della regina Vittoria, che di queste cose si intendeva. Alla fine della Grande Guerra i funzionari di Sua Maestà Britannica si trovarono pressoché padroni di tutte le terre che erano appartenute all’Impero ottomano e oltre, fino all’Himalaya e all’India. Naturalmente non persero l’occasione per riorganizzarle secondo i propri interessi, con la collaborazione di francesi e americani (e in parte degli stessi russi). Fromkin ricostruisce con documentato e sano revisionismo gli anni cruciali tra il 1914 e il ’22, quando presero forma gli stati attuali. «Fu il periodo in cui i paesi e le frontiere del Medio Oriente furono fabbricati in Europa. L’Irak e quella che oggi si chiama Giordania furono invenzioni britanniche, linee tracciate su una carta geografica vuota, mentre i confini dell’Arabia Saudita, del Kuwait e dell’Irak furono stabiliti da un funzionario britannico nel 1922. Le potenze europee credettero di poter modificare l’Asia musulmana nelle fondamenta stesse del suo essere, e tentando di farlo introdussero un sistema di stati artificiale» destinato a infiniti conflitti. Esattamente come la spartizione dell’Impero asburgico decisa a Versailles ha insanguinato fino a oggi i Balcani. Forse, è la presunzione della ragione a generare mostri.
David Fromkin, Una pace senza pace, 643 pp. Rizzoli, euro 25.00
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