Il ritorno del cavaliere

Di Nouri Michelle
20 Agosto 2007
Il ddl Gentiloni? «Un esproprio». La spallata? «Mai invocata. Il governo cadrà da solo. E non useremo la scorciatoia Unipol». Veltroni? «Ovvio che copi le mie idee». Parla Silvio Berlusconi

Dalla fine del 1993 è uno dei luoghi simbolo della politica italiana. Villa San Martino ad Arcore è il quartier generale di Silvio Berlusconi, dove il leader di Forza Italia e della Casa delle Libertà, quando è lontano da Roma, lavora con i suoi collaboratori e si incontra con i leader della coalizione e i protagonisti della politica europea. La casa ha una storia antica, le prime notizie si trovano in documenti dell’VIII secolo che descrivono due monasteri di suore benedettine ad Arcore, il primo dei quali dedicato, appunto, a San Martino. Nel 1970 Berlusconi acquista la proprietà e procede a importanti restauri che ne conservano le caratteristiche storiche. Un grande parco, che si estende fino al fiume Lambro, circonda la dimora. Tutto il complesso evidenzia l’amore per l’arte e la natura, il rispetto delle tradizioni della terra lombarda, il senso della famiglia e dell’amicizia del Cavaliere che, nonostante i tanti impegni della sua giornata, ci accoglie con cordiale disponibilità e semplicità.
Presidente, un emendamento del ddl Gentiloni approvato dalle commissioni Cultura e Trasporti della Camera prevede che le frequenze analogiche lasciate libere dal passaggio al digitale di Rete 4 e Rai Due siano assegnate a soggetti che in proposito avrebbero maturato «diritti acquisiti». Poi, guardacaso, i profili di tali soggetti corrispondono perfettamente a quelli di Rete A, di proprietà del gruppo L’espresso, e di Europa 7, una rete molto cara ad Antonio Di Pietro.
Non credo che il Parlamento italiano possa mai approvare una legge distruttiva e temeraria come la cosiddetta Gentiloni che, così com’è uscita dalla commissione dopo una seduta pazzoide, attaccherebbe e distruggerebbe una società quotata in borsa, partecipata dai principali fondi d’investimento internazionali. Sarebbe un atto invasivo e, ripeto, temerario che allontanerebbe dall’Italia tutti gli investimenti internazionali. E questo solo per colpire l’avversario politico, il sottoscritto, detentore del 35 per cento della società, per penalizzarlo dal punto di vista patrimoniale. Sarebbe un’azione indegna e inaccettabile in una democrazia. Si toglie al nemico per dare, gratis, il maltolto a un amico, a De Benedetti. Un autentico esproprio. Per fare un danno al leader dell’opposizione, Prodi e i suoi compari distruggerebbero un’azienda italiana che produce ricchezza, posti di lavoro, pluralismo informativo, gettito fiscale. Ed è, lo ripeto, massimamente partecipata dal capitale internazionale. Un comportamento gravemente colpevole. Non ci credo, non posso crederci.
In questi mesi, però, quanto a mosse temerarie l’Unione non pare essersi risarmiata, ma lei ha dato l’impressione di non voler dare la spallata a un governo costantemente sul filo della crisi. Perché? Ha in serbo un calendario segreto?
È un’impressione assolutamente errata. Abbiamo fatto tutto il possibile per contrastare in Parlamento il governo, e lo abbiamo costretto alla crisi sulla politica estera. Ma non ho mai creduto alla cosiddetta spallata, una parola inventata dai giornali e che io non ho mai usato. Questa maggioranza è destinata ad implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni.
E la famosa manifestazione da 5 milioni di persone? La convocherà per davvero?
Dagli ultimi sondaggi risulta che il premier e il governo non godono più della fiducia degli elettori: tre cittadini su quattro bocciano il centrosinistra e il 60 per cento vuole le elezioni anticipate. E più di 10 milioni si dichiarano pronti a scendere in piazza pur di mandare a casa Prodi. La grande manifestazione del 2 dicembre a Roma ha dimostrato come la piazza non sia più riserva di caccia della sinistra, così come il popolo dei moderati non è più una maggioranza silenziosa, ma un soggetto attivo che non esita a scendere in campo per far valere le proprie ragioni. Ma se vuole un pronostico non credo che ce ne sarà bisogno, perché, ripeto, queste sinistre imploderanno da sole sotto il peso delle loro contraddizioni.
Legge elettorale. Si troverà un accordo in Parlamento o si andrà al referendum?
L’attuale legge è già una buona legge che in caso di nuove elezioni consentirebbe al centrodestra una larga maggioranza sia alla Camera che al Senato. Per migliorarla basterebbe passare dall’attribuzione del premio di maggioranza su base regionale all’attribuzione su base nazionale. Il tutto sarebbe possibile con una sola settimana di lavoro parlamentare.
A proposito di centrodestra: Casini vuole il suo pensionamento da leader, Fini la rimprovera di non avere idee chiare sulla legge elettorale. C’è ancora la Casa delle Libertà?
Sono due situazioni assai diverse. Casini, in un sistema bipolare, dovrà necessariamente restare nel centrodestra. Con Fini, con Alleanza Nazionale ma anche con la Lega esiste un rapporto di collaborazione e di consultazione che dura da molti anni e che è molto solido. La Cdl non è un cartello elettorale, è un’alleanza che si fonda su valori e programmi condivisi.
È vero che intende “candidare” Michela Brambilla alla presidenza del Consiglio?
La dottoressa Brambilla ha carattere, volontà, capacità comunicativa. È un vulcano di iniziative e sta stendendo sull’Italia la rete dei Circoli della libertà che si rivelerà preziosa per avvicinare alle nostre idee quei cittadini che non amano i partiti. Quanto alla presidenza del Consiglio, fortunatamente in Forza Italia di donne in gamba ce ne sono davvero tante. Certo, non vedrei male una donna premier anche in Italia, sarebbe un valore aggiunto per il paese e per la politica.
Conferma che voterà no alla richiesta dei magistrati di utilizzare le intercettazioni dei parlamentari coinvolti nel caso Unipol?
Lo confermo con assoluta convinzione. Non siamo garantisti a corrente alternata. Il rispetto della privacy della persona è un diritto costituzionalmente garantito, che non dev’essere mai violato. Né un magistrato ha diritto, anche in buona fede, di procedere per insinuazioni. Io sono convinto che esista, e sia sempre esistita, una contiguità non soltanto politica ma operativa fra Coop rosse e dirigenti del Pci prima e dei Ds oggi. Senza bisogno di intercettazioni telefoniche, sappiamo tutti che le operazioni condotte da Consorte avevano un significato politico oltre che finanziario. Ma il diritto alla privacy vale per ogni cittadino. In Italia si abusa delle intercettazioni, che sono uno strumento delicatissimo, e potrebbero essere consentite solo nelle indagini su reati gravi, ad esempio reati per cui sia prevista una pena minima edittale di almeno dieci anni. C’è di più. Per molti anni la sinistra, compresi i Ds, hanno confidato sul fatto di ottenere attraverso scorciatoie giudiziarie quella vittoria su di noi che politicamente non erano in grado di conseguire. Siamo stati oggetto di un’autentica persecuzione assolutamente illiberale. Noi non useremo mai gli stessi metodi nei confronti dei nostri avversari. Non ci servono mezzucci giudiziari e comunque, da veri liberali, li rifiutiamo categoricamente.
Romano Prodi ha fatto una bel richiamo a Famiglia Cristiana e ai sacerdoti cattolici che nelle omelie non sostengono la lotta all’evasione fiscale. Sembra che si riferisse a lei quando, sullo stesso tema, il presidente del Consiglio ha scritto al Corriere della Sera che «purtroppo questa forma mentis (quella dell’evasore, ndr) ha trovato anche in tempi recenti qualche sponda politica».
Prodi una volta si è definito “cattolico adulto”, intendendo con questo un cattolico che si sente libero, in politica, di non curarsi dell’insegnamento della Chiesa. Già questo mi era sembrato un modo sorprendente di definirsi cattolico. Ma ora c’è di più: il cattolico Prodi si aggiunge alla schiera, già troppo affollata, dei laici che pretendono di insegnare alla Chiesa cosa può dire e cosa non può dire. Il che mi sembra francamente grottesco. Quanto poi alla materia del richiamo di Prodi, non poteva sceglierne una peggiore. L’evasione fiscale è un comportamento certamente deplorevole ma favorito da un livello di tassazione inaccettabile. Il cittadino che deve versare allo Stato più della metà di quello che guadagna con il suo lavoro, si sente rapinato e cerca di difendersi. Non è accettabile, naturalmente, ma è comprensibile. Quanto all’allusione a me, oltre che inelegante, è totalmente sbagliata. Tutti sanno che la riduzione delle tasse è uno dei nostri più convinti obiettivi programmatici. Ovviamente è una battaglia a favore di chi le tasse le paga, non degli evasori che sono per definizione l’unica categoria del tutto indifferente all’aumento della pressione fiscale.
In aprile, all’ultimo congresso dei Ds, lei disse: «Se questo è il futuro Partito democratico, al 95 per cento sarei pronto a iscrivermi anch’io». E adesso Walter Veltroni, candidato favorito alla segreteria del Pd, propone le stesse riforme istituzionali che nella passata legislatura aveva proposto il suo centrodestra ma la sinistra ha boicottato: presidenzialismo, fine del bicameralismo perfetto, federalismo. Non le sembra paradossale? E il Pd sarà un modello anche per il centrodestra?
Non sono affatto sorpreso dal fatto che Veltroni, dovendo tracciare un progetto riformista, abbia ampiamente saccheggiato le nostre idee e i nostri programmi. La vera cultura riformista in Italia si ritrova proprio nel centrodestra e in Forza Italia in particolare. E anche se Veltroni si appropria dei nostri contenuti, né lui né il suo partito hanno la possibilità di realizzarli, perché dovranno sottomettersi come Prodi ai diktat della sinistra estrema che con i suoi cinquanta senatori rappresenta un terzo della loro maggioranza. Dunque non possiamo davvero considerare il Pd un modello, se non altro per il modo nel quale sta nascendo: una fusione a freddo di nomenklature di partito, che porteranno nel nuovo soggetto i loro interessi, le loro logiche e i loro contrasti.
Dei politici internazionali che ha incontrato, chi l’ha colpita di più per le qualità umane?
Bush, Blair, Putin, Koizumi, Aznar sono tutti statisti che hanno lavorato per migliorare il loro paese e non si può scindere il loro ruolo istituzionale dalla vita quotidiana: un grande statista è sempre anche un grande uomo. Tutti insieme abbiamo affrontato momenti difficili per il mondo, minacciato da un terrorismo senza freni e insieme abbiamo saputo dare le giuste risposte per mantenere alto il valore della libertà e per diffondere la democrazia laddove non c’è ancora. Ho coltivato e mantenuto ottimi rapporti con tutti anche perché, grazie alla politica estera del mio governo, hanno saputo riconoscere all’Italia quel livello di dignità e di autorevolezza internazionale che non aveva mai avuto prima. Con molti di loro posso parlare di vera e propria amicizia.
Presidente, pensa ancora alla sconfitta elettorale per 24 mila voti e a quell’incredibile rimonta fallita per un soffio?
Non è possibile archiviare quella notte di spogli e di brogli. I nostri originari sospetti sono diventati certezze. Il filmato sul voto truccato a Sydney è solo un episodio, la prova provata delle gravi irregolarità commesse in quella occasione. Il centrosinistra ha la maggioranza al Senato grazie ai senatori eletti all’estero. In una vera democrazia sarebbe stato dovuto il riconteggio di tutte le schede per fugare ogni possibile dubbio sulla legittimità di questa legislatura. E a volerlo dovrebbe essere la stessa maggioranza. Insomma, la sinistra non ha vinto e si è presa tutto, con un’arroganza inversamente proporzionale alla sua debolezza politica, ed è saltato anche l’equilibrio dei contrappesi istituzionali. Solo un rapido ritorno alle urne potrà chiudere questa pagina disastrosa.
Ma nell’ipotesi in cui dovessero tornare alle urne in autunno, gli italiani che alternativa avrebbero all’Unione? Va bene che, in quanto opposizione, dovete sfruttare al massimo la rendita politica garantita da un governo in crisi, ma cosa propone la Casa delle libertà?
L’Italia ha bisogno di meno tasse e di più libertà, e questo lo può fare solo un governo liberale che abbia la volontà – e ce l’avrà – di spazzare via le resistenze corporative, gli egoismi municipali e tutto l’apparato politico-clientelare che la sinistra ha messo su per alimentare il proprio consenso con i soldi pubblici. La nostra rivoluzione liberale dovrà essere una rivoluzione copernicana, a tutto campo, per cancellare i danni arrecati al paese dal governo di questa sinistra.

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