Il sabra del Papa

Di Luigi Amicone
30 Agosto 2000
L’amore per Tel Aviv, la sua laica e cosmopolita città natale. Gli studi in una delle migliori scuole ebraiche, il sogno del rabbinato e la realtà di un incontro con il cristianesimo avvenuto prima sui libri, poi nelle conversazioni notturne con un immigrato europeo. Il battesimo, l’ordinazione sacerdotale, gli studi di diritto internazionale, la carriera di diplomatico della Santa Sede. La singolare storia di David Jaeger, ebreo sabra, cioè della prima generazione dei figli nati in Israele, unico esemplare di cittadino israeliano e prete cattolico

E’ un talento che non ha voluto farsi gesuita per non insuperbire e che ha preso i voti nella congregazione di Francesco d’Assisi per costringere la sua intelligenza e ambizione a guardare Cristo Re nel povero saio del francescano. Ciononostante non è riuscito a evitare la sorte di chierico in carriera: francescano della Custodia di Terra Santa; membro della commissione bilaterale permanente Israele-Santa Sede; presidente europeo della Becket Foundation, Washington D.C., per la libertà religiosa; già a capo del Tribunale ecclesiastico di Austin, Texas; docente di Diritto canonico e internazionale al Pontificio Antonianum di Roma. Parla correntemente una decina di lingue e beve bourbon, David Jaeger, “il bambino più intelligente di Tel Aviv”.

Così dicevano di lui conoscenti e amici, quando si apprestava a intraprendere una scuola religiosa che lo avrebbe portato all’agognata meta del rabbinato. E invece successe una cosa strana, perché il ragazzino, già incuriosito dalle notizie del cristianesimo che gli arrivavano di riflesso dallo studio della storia, civiltà, lettere, arte e scienze occidentali, si imbatté per caso in una persona della quale non ha mai voluto rivelare il nome e di cui sappiamo soltanto che era un lavoratore straniero immigrato in Israele, di umili origini sociali e di condizioni economiche modeste, ma amante della letteratura e della filosofia. Fu così che, novello Nicodemo, l’adolescente David trascorerà molte sere a interrogare quell’uomo sempre sullo stesso tema – Gesù Cristo, il cristianesimo storico, la chiesa – fino al punto che da quelle conversazioni matura la decisione di farsi cristiano. E benché fu la lettura dell’enciclica Mistici Corporis Christi di Pio XII a sciogliere in lui ogni residuo dubbio, come ci ebbe a dire un giorno che apparve sulla nostra strada, a Gerusalemme, nel convento di san Salvatore dove ci aveva condotti una ragazza armena per farci conoscere il suo amico e prete confessore, ciò che condusse David Jaeger a farsi battezzare non fu propriamente una visione mistica: “ Io mi sono convertito quando ho scoperto che il cristianesimo è l’unica spiegazione totale della realtà”.

A quel tempo – e si sta parlando di un giorno imprecisato del gennaio 1990 – noi eravamo cronisti in erba, lui un fraticello giovane e minuto, che dentro quella celletta buia e disadorna di convento piantato nel cuore della cittadella araba, si sentiva già vecchio abitante di una missione cattolica ben amalgamata alla comunità palestinese ma ai margini della società israeliana. Lui, frate ed ebreo sabra, cioè della prima generazione dei figli nati in Israele, aveva lo sguardo altrove e forse la sua attività diplomatica già ferveva, in segreto, quando nessuno, allora, poteva immaginare che all’indomani dello storico Accordo fondamentale siglato tra Isarele e Santa Sede nel dicembre 1993, la stampa israeliana lo avrebbe definito “l’incarnazione stessa” di quegli accordi così importanti per la normalizzazione dei rapporti – non soltanto diplomatici – tra lo stato ebraico e il centro della cristianità.

Dopo quel primo incontro ci rivedemmo molti anni dopo, l’anno scorso girammo insieme un film-documentario sulla Terra Santa e ora ci ritroviamo al Meeting. Così, prima di risentirlo parlare di “realismo in Palestina, pace e guerra” , accendiamo il registratore e vi lasciamo alla parola diretta di David Jaeger.

“La scuola elementare che ho frequentato dal 1960 fino al 1968 si chiamava Bilu, acronimo delle parole che cominciano la nota profezia di Isaia, ‘casa di Giacobbe, andate e andiamo nel nome del Signore’. Era una scuola religiosa, ma moderata, dove si studiavano le Scritture, il patrimonio religioso ebraico accanto alle discipline moderne, in un clima di osservanza illuminata dei precetti della religione ebraica, con una sinagoga abbastanza ben conosciuta in città e un coro di alunni celebre a suo tempo in tutta Israele. Qui ho imparato a scrivere, a leggere, qui ho acquistato la familiarità con l’Antico Testamento e ho anche incontrato i miei connazionali provenienti dai paesi più diversi. In quei tempi la maggiornaza degli alunni erano figli di profughi, rifugiati immigrati ebrei da tutti i continenti, era una scuola cosiddetta in Israele “integrativa”, che riuniva alunni di tutte le classi sociali e di tutti i gruppi etnici della popolazione ebraica.

A quel tempo abitavo con la mia famiglia in una zona che allora rappresentava quasi l’estremo nord di Tel Aviv.

Il cristianesimo non ci era presente in forma immediata, era presente per sentito dire attraverso i libri, i romanzi, la musica, la pittura, la storia. E ancora oggi, passeggiando o viaggiando in macchina per Tel Aviv ci rendiamo conto di un fatto, o piuttosto di un’assenza. Vedendo questa città così vivace, così moderna, così giovane, in un certo senso qualcosa pure ci manca, c’è un’assenza, l’assenza di quello che normalmente vedremmo in una città qualsiasi, almeno di matrice Europea come pure ci appare essere Tel Aviv. Non c’è una chiesa, ecco, in Tel Aviv non si trova una chiesa cristiana. Cristo dunque è assente da Tel Aviv? Cristo certamente non è assente, lui si fa trovare, lui si fa anzitutto cercare, e io sono grato, mi meraviglio della misericordia divina che mi ha fatto incontrare Cristo anche in questa città nella quale mancavano allora e mancano tutt’ora i segni visibili della chiesa da lui fondata.

Il mio primo incontro con la visibilità e la tangibilità del fatto cristiano, con il cristianesimo che prima avevo conosciuto dai racconti, dalla letteratura, dall’arte, dalla musica e dall’incontro con una persona, avviene nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Jaffa. Ho nella memoria il momento in cui predisposi la mia prima visita in quella chiesa, un momento carico di significato, perché varcare quella soglia sarebbe stato per me allora, quando ero un ragazzo di 17 anni un atto decisivo, audace. E lo feci con molta emozione, con trepidazione, ma anche con una ferma volontà di varcare questa soglia, di andare oltre, di scoprire quello che c’è oltre la porta della chiesa, di scoprire il mistero che questo edificio nasconde e manifesta alla volta. Così mi avvio verso l’ufficio dell’allora parroco, il pastore della chiesa parrocchiale di Sant’Antonio a Jaffa, che necessariamente comprende anche Tel Aviv, e cerco di esporgli il mio desiderio di entrare a fare parte della chiesa, di essere battezzato, di divenire membro del corpo mistico di Cristo, il concetto teologico che mi affascina. Il parroco, non abituato ai convertendi ebrei-israeliani e con un ministero pastorale piuttosto limitato ai resti della collettività arabo-cristiana, è sorpreso e si vede che cercherebbe di sottrarsi a dovermi ricevere. Al primo colloquio segue un secondo e un terzo con un altro sacerdote che presta servizio in questa chiesa, e trovo una certa meraviglia, una certa diffidenza, una certa riluttanza, che più tardi attribuirò al timore, alla paura, all’imperfetta comprensione delle garanzie di libertà, di religione e coscienza che pure sarebbe iscritta nei principi fondamentali dell’ordinamento israeliano. E forse in quel momento nasce nel mio animo la volontà di proteggere, di salvaguardare, di rendere efficace questa libertà fondamentale per i miei concittadini, per i miei connazionali in Israele. Alla fine sono stato battezzato. C’è voluta molta insistenza per arrivare ad essere membro del corpo di Cristo, però ringrazio la provvidenza che mi ha fatto perseverare fino ad arrivare alla meta. Anni dopo la mia ordinazione sacerdotale, ebbi occasione di incontrare quello stesso parroco, allora già elevato ad altre cariche, e di concelebrare la santa messa con lui. Lui non mi riconosceva, non si ricordava di me, ma io nel mio cuore ricordavo ogni momento di quell’incontro, la speranza, la delusione, l’insistenza e poi l’esito di questa iniziativa.

La decisione di farmi battezzare la presi a 17 anni. All’età di 18 sono battezzato, a 26 anni, dopo aver già servito la chiesa, soprattutto nella libertà di religione e di coscienza, entro nell’ordine dei frati minori e divento confratello di quel parroco di Jaffa. A 31 vengo ordinato sacerdote. Completo gli studi, mi laureo in diritto canonico e inizio il mio ministero ecclesiastico. La passione per i diritti umani e soprattutto per il diritto alla libertà di religione e di coscienza, nasce in me quasi contemporaneamente con la fede cristiana. Non molto dopo la mia conversione, divento segretario di collegamento del Consiglio cristiano in Israele, con l’impegno specifico di coordinare ecumenicamente e interreligiosamente la lotta per la libertà di religione, contro i tentativi di restringerla. Anche anni dopo, da canonista e professore di diritto, mi occupo in modo particolare della protezione, della salvaguardia di questi spazi di libertà. Ecco il mio interessamento per le garanzie internazionali volute dalla Santa Sede per Gerulasemme e poi il mio coinvolgimento, il mio ruolo specifico nella Commissione bilaterale permanente di lavoro tra lo stato di Israele e la Santa sede, l’elaborazione dell’Accordo fondamentale e l’insistenza della nostra delegazione perché il primo articolo dell’Accordo fosse proprio quello della libertà religiosa. La collocazione di questo articolo dimostra come esso sia la chiave di lettura dell’intero rapporto tra stato di Israele e Santa Sede. L’intero rapporto tra la Santa Sede e la collettività ebraica sarebbe fondato su questo impegno di salvaguardare, proteggere e difendere in Israele e in tutto il mondo la libertà di religione e di coscienza, perché in ultimo questa libertà deriverebbe dalla nostra affermazione comune, dall’affermazione della nostra fede bibblica comune, che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, con intelletto e volontà libera”.

Spento il registratore, abbiamo ancora un vecchio appunto da trascrivere di quel nostro primo incontro con David nel convento di san Salvatore a Gerusalemme: avvenuto una sera di un giorno imprecisato del genaio 1990: “ Io mi sono convertito quando ho scoperto che il cristianesimo è l’unica spiegazione totale della realtà. Ma c’è una cosa ancora più importante che si capisce solo quando si diventa vecchi. Riconoscere che al di fuori del cattolicesimo non esiste nessuna opzione che salvi totalmente la ragione non è un procedimento puramente intellettuale. Non è la grandiosità, la perfetta coerenza del cristianesimo la prova definitiva della sua verità. Quando avevo vent’anni non credevo nel valore dell’esperienza, ora so che è decisivo. Forse questi ragazzi hanno sperimentato qualcosa che alla fine è più affidabile delle conclusioni a cui io sono arrivato per vie logiche”. Diceva così, David, guardando lei, Marlene, la ragazza armena che chissà come era arrivata al libro di don Giuss e chissà perché ci aveva condotti al cospetto di questo Natanaele.

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