Il sale della terra

Di Rodolfo Casadei
12 Luglio 2007
La guerra in Iraq ha solo detonato un ordigno caricato da anni di frustrazione musulmana. Per padre Gheddo salvare i cristiani significa salvare la società in tutto il Medio Oriente

Un ritornello mediaticamente azzeccato quello che ha accompagnato la manifestazione “Salviamo i cristiani” promossa da Magdi Allam lo scorso 4 luglio. Oggetto degli strali il fatto che alcuni degli aderenti alla manifestazione furono favorevoli a quella guerra voluta da Bush che sarebbe la vera causa delle persecuzioni contro i cristiani in Iraq e del loro esodo. Una tesi che non convince un missionario del Pime di lungo corso come padre Piero Gheddo.
Da dove si origina questa persecuzione?
Penso che i problemi risalgano a molto prima all’invasione dell’Iraq nel 2003. I cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente da decenni. La persecuzione contro i cristiani è uno dei fenomeni negativi che derivano dall’incapacità dell’islam di adattarsi al mondo moderno. Il mondo islamico è sotto shock almeno da quando nel 1789 Napoleone ha occupato l’Egitto e ha esportato le istituzioni europee sul suolo musulmano. Fra tentativi di imitazione non riusciti e movimenti reazionari come quello dei Fratelli Musulmani, che dal 1928 pretendono che la soluzione dei problemi stia in un ritorno alle origini, l’islam vive una profonda frustrazione per aver perduto il ruolo egemonico che ha avuto in un certo momento della storia. L’emarginazione sociale o la persecuzione violenta contro i cristiani, accusati di complicità con l’Occidente neocolonialista o con gli invasori americani, sono i prodotti di quella frustrazione, che viene da lontano. E poi bisogna ricordare che i cristiani non sono perseguitati solo in certi paesi musulmani, ma anche fra gli indù, i buddhisti, ecc. e nei paesi a regime comunista.
L’altra critica alla manifestazione di Roma è che i cristiani dovrebbero mobilitarsi per tutte le minoranze perseguitate e non solo in difesa del proprio gruppo. Cosa ne pensa?
Quella di Roma non era affatto una manifestazione settaria, ci sono state prese di posizione in difesa di tutte le minoranze perseguitate e anche delle maggioranze quando sono vittime di ingiustizie. Certo però che un appello pubblico, ottenere qualche risultato in termini di sensibilizzazione culturale o di iniziativa politica, deve essere anche focalizzato. E poi c’è un altro fatto: il ruolo dei cristiani nelle società non cristiane è prezioso.
Appunto. Lei ha visitato e realizzato réportage in tanti paesi del mondo dove i cristiani sono piccole minoranze immerse in società dove la cultura e la religione dominante sono altre. Qual è, in senso generale, il loro contributo alla vita sociale?
È un contributo importante, a volte decisivo. È il contributo di chi rende presente Cristo e tutto ciò che quella presenza significa in termini di progresso sociale: il perdono che rende possibile la convivenza anche dopo guerre e delitti, l’uguaglianza di tutti gli uomini, la dignità della donna, il senso della gratuità. Di solito si pensa che il contributo dei cristiani sia importante soltanto nelle società povere, ma non è affatto così: il Giappone, paese niente affatto sottosviluppato e dove i cristiani sono meno dell’1 per cento, deve molte delle sue trasformazioni culturali all’influenza del cristianesimo. I missionari del Pime sono presenti nel paese da tanti anni e non impartiscono molti battesimi, ma ci sono molti giovani giapponesi che chiedono di andare a fare volontariato nelle nostre missioni in Cambogia e Papua Nuova Guinea: non sono cristiani, ma sono consapevoli che il valore della gratuità è di casa anzitutto fra i credenti in Cristo.

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