Il segreto dell’Italia di Allah

Di Emanuele Boffi
15 Dicembre 2005
STORIE DI MUSULMANI, DIVISI FRA LA TENTAZIONE DI ISOLARSI E IL DESIDERIO DI INTEGRARSI. IL REPORTAGE DI CRISTINA GIUDICI

è tutto un continuo cozzare fra hadith e takfir e disco club e megastore. Un cronico ritrarsi e desideroso protendersi verso l’amicus/hostis occidentale, così lontano (culturalmente) e così vicino (territorialmente), oggetto perpetuo delle propie maledizioni e aspirazioni. L’Italia di Allah di Cristina Giudici è un reportage «con un solo obiettivo – scrive l’autrice nella prefazione -: cercare di capire che cosa sia la comunità musulmana italiana». Vasto programma e, per non cascare nel luogo comune che vorrebbe fare di ogni definizione un monolite irremovibile, la collaboratrice del Foglio racconta, racconta, racconta vicende ed episodi, particolari e storie perlopiù tristi e disperate. Da Mohammed che è a Torino da vent’anni e ancora non capisce perché gli italiani «non vivono come se fosse l’ultimo giorno. Perché non riuscite a capire che Dio, Unico e Misericordioso, non vi assolverà per i vostri peccati?», a Bouchra che voleva separarsi dal marito e dalle sue scappatelle extraconiugali e quello l’ha rincorsa intorno al tavolo armato di coltello minacciandola di «rimandarla a casa a pezzi, dentro un sacco della spazzatura».
Narra di quali siano gli occhi del popolo delle moschee che ci osserva e «che hanno cercato di amarci e di essere amati e alla fine non ce l’hanno fatta. Non ce l’hanno fatta, dicono, perché secondo loro siamo dalla parte sbagliata, quella dei crociati che combattono l’islam». Per cui, come dice Fatima, un’italiana “pentita” convertita al verbo di Maometto, «non mi importa se mi odiate, perché ormai vi odio anch’io». Ed è con quest’odio che bisognerebbe, caritatevolmente, fare i conti, sgomberando il campo dall’equivoco che vorrebbe nel dialogo neutrale la via della soluzione. «Perché alla fine – scrive l’autrice – la differenza è tutta qui: i moderati diffidano di noi e hanno paura che i loro figli ci somiglino, mentre gli integralisti ci odiano e vorrebbero punirci, ma questo, ormai, si sa, è un loro segreto».
Nel segreto delle stanze e nei particolari più insignificanti passa lo scontro di civiltà di padri di famiglia musulmani che spesso «portano la barba lunga» e combattono ogni mattina con la figlia «che mette la minigonna sotto la jalabbia, si trucca prima di entrare a scuola e sussurra alle orecchie della madre di quel compagno di seconda A che le ha rubato il cuore, e piange perché non vuole sposare un parente». è in questa guerra domestica che ha come scenario non il deserto iracheno ma il tinello di casa che s’è infilata con coraggio Souad Sbai, fondatrice di un’associazione laica di donne marocchine che si occupa delle tante mogli «che in Italia vivono in condizioni peggiori che in Marocco». è in queste vicende di ordinario malessere che si situano le conversioni impossibili di musulmani che diventano segretamente cristiani, di parrocchiani annoiati che si fanno musulmani spesso intransigenti, di fallimenti continui di matrimoni fra l’uno e l’altro mondo, impenetrabili come l’acqua e l’olio.

L’ARTE DELLA DISSIMULAZIONE
Episodi vissuti di una comunità variopinta e in fase di disgregazione, accomunata solo dall’aver lo sguardo «rivoltato all’indietro», tanto per usare una formula del sociologo Stefano Allievi. E il cono d’ombra che riesce a ben illuminare l’autrice è proprio quello del progressivo sfaldamento di certezze morali e religiose che la comunità musulmana italiana sta vivendo, frastornata com’è dall’impatto con una cultura altra che – soprattutto dopo l’11 settembre – ha fatto esplodere tutte le sue contraddizioni e reticenze. E il futuro è ben poco roseo finché i sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche non abbandoneranno l’arte della taqiyya (dissimulazione) e da parte italiana si continuerà a dar credito a personaggi ambigui come Mohamed Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, recentemente entrato a far parte della neonata Consulta islamica.
Soluzioni? Una sola: confidare che l’attuale smarrimento in cui vivono gli adolescenti musulmani, non si tramuti in isolamento armato, ma si apra alla decisione «di dirci da che parte hanno deciso di stare».

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