Il silenzio dell’ultimo ostinato inverno in montagna che sopportiamo al ritmo della “Paranza”

A duemiladuecento metri la neve è ancora alta sull’altopiano dello Sciliar, la mattina di Pasqua. Il riverbero del sole acceca. Ampie lastre di ghiaccio azzurrino segnano l’ultimo ostinarsi dell’inverno. Sotto al cielo chiaro, sui sentieri, nessuno. Solo delle orme leggere, come di prede circospette, tracciano nel candore le vie degli animali del bosco. Nell’aria immobile il silenzio ti pare assoluto. Il gelo sembra sul punto di cedere all’assedio. È, in questa mattina di Pasqua, come l’istante in cui il tempo si ferma – in bilico tra inverno e primavera.
Ma quel silenzio che ti pareva totale lascia passare – se ti fermi un momento e stai ad ascoltare – impercettibili rumori. È il cadere delle pigne dai rami, e la neve sciolta che scivola sui sassi, in un principio di ruscello. Sotto al sole del mezzogiorno si allargano chiazze di terra fradicia e nera. Nulla sembra più povero di quel fango marcio riemerso dalla neve. È terra inerme dopo la lunga sepoltura, mendicante di qualsiasi seme ci si voglia annidare. Grembo oscuro aperto al vento che soffia, e a ogni inizio che voglia portare. E già nell’angolo più tiepido di sole si affaccia dalla fanghiglia il primo diafano rosa di un bucaneve. Fra due mesi qui sarà un prato sgargiante di genziane e bocche di leone, nello splendore dei campi che nessuno ha seminato.
Ma intanto stamattina il bosco pare curvo su sé, sospeso fra il tempo della morte e l’abbandono a una vita che torna e gli sprofonda nelle zolle, invisibile. Come nell’attesa di un “sì” che ancora una volta si ripeta. Il fango nero accoglierà ancora i semi del vento; e sarà vita, ancora. Quel silenzio come d’attesa, come di un mondo in bilico, sembra simmetrico al tacere delle campane del Sabato Santo. Un istante infinitamente lungo, sospeso fra il buio e la luce. Poi i rintocchi della Pasqua da una vecchia cappella sull’alpe scuotono l’aria. I ruscelli sotto la neve si gonfiano, già l’acqua corre e fa rumore. L’attimo è sciolto. Ghiaccerà ancora forse stanotte, ma l’inverno è finito. Germoglierà ciò che sembrava più morto: i rami stecchiti dei cespugli, gli alberi scheletriti. Su, al rifugio della seggiovia, gli ultimi turisti siedono ai tavoli, distratti dalla musica di altoparlanti al massimo volume. Qui non si sentono le pigne che cadono, né la neve che si scioglie e corre verso valle. L’istante in bilico, l’istante della scelta è coperto da Sanremo. Come se quel silenzio ci facesse un po’ di paura. Appena poco sotto, il bosco gelato ma già teso alla rinascita è una domanda non ascoltata. Al rifugio trionfa “La paranza”. «Troppo vacui per rimanere in silenzio», scrisse Eliot degli uomini. Domani gli impianti chiudono e noi turisti partiamo tutti. Nei boschi immacolati il miracolo non avrà testimoni.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.