Il sogno nero di Hugo
Che cosa hanno in comune Ollanta Humala, ex militare populista di sinistra vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali peruviane, Andres Manuel Lopez Obrador sindaco uscente di Città del Messico candidato alle presidenziali messicane del prossimo luglio, Daniel Ortega ex presidente sandinista del Nicaragua che correrà alle presidenziali del suo paese in novembre? Sono tutti e tre populisti di sinistra, sono tutti e tre sul libro paga di Hugo Chavez, il megalomane presidente del Venezuela che si crede la reincarnazione di Simon Bolivar (il padre delle indipendenze latinoamericane) e tutti e tre rischiamo di ritrovarceli capi di Stato. A quel punto i leader radicali populisti di sinistra sul continente sarebbero almeno sei (ai primi quattro nomi va aggiunto quello del neo-presidente boliviano Evo Morales, un pupillo di Chavez e, ovviamente, quello di Fidel Castro dittatore di Cuba), mentre la sinistra più classica (socialdemocratica e/o post-comunista) controllerebbe quattro paesi: il Brasile con Lula, l’Argentina con Nestor Kirschner, il Cile con Michelle Bachelet e l’Uruguay con Tabarè Vazquez.
IL NUOVO BOLIVAR
Il sogno di Chavez è quello di mettere il Venezuela a capo di un movimento anti-Usa continentale per ripetere, duecento anni dopo, il processo di “indipendenza dall’Impero”: allora venne dato il benservito alla Spagna, ora si tratterebbe di cacciare dal continente nientemeno che gli Stati Uniti, che non hanno governatori sul posto ma influenzano in più modi la politica e l’economia dei vari paesi. Chavez sa bene che le indipendenze bolivariane dei primi dell’Ottocento produssero per lo più repubblichette elitarie senza popolo, passate di guerra civile in golpe fin quasi ai giorni nostri. Ma è troppo pieno di sè per ammettere che, al di là dei problemi di fattibilità del suo progetto, le cose finirebbero anche stavolta in un modo molto simile. Nel frattempo cerca di trascinare nel suo campo i leader della sinistra classica con metodi convincenti: per esempio ha acquistato quote importanti del debito argentino.
Il progetto visionario di Chavez è tutto centrato sulla rendita petrolifera, che permette all’uomo forte di Caracas politiche stravaganti come la fornitura di petrolio a prezzi stracciati ai paesi caraibici (soprattutto a Cuba, che risparmia 1,3 miliardi di dollari all’anno grazie alla “solidarietà bolivariana”) e l’invio di sussidi ai poveri degli Stati Uniti per l’acquisto di combustibili venezuelani. Gli permette pure di acquistare armi e finanziare le campagne elettorali dei suoi protetti. Per fortuna di tanti questa brutta musica non continuerà ancora per molto. È infatti vero che il Venezuela è ricchissimo di petrolio e gas e che il prezzo mondiale è e resterà alto. Ma è pure vero che la cura Chavez sta mettendo in ginocchio l’industria venezuelana degli idrocarburi, un tempo la più efficiente e ben gestita di tutta l’America meridionale. Scrive Gustavo Coronel, condirettore di Petroleum World, sull’ultimo numero di Limes: «Chavez ha assunto il controllo diretto dei proventi della Petroleos de Venezuela, al punto tale che i capitali richiesti per la manutenzione e gli investimenti sono stati utilizzati in larga parte per finanziare programmi sociali mal congegnati e campagne di propaganda politica, aggirando le normali procedure di bilancio imposte dalla legge (…) A causa del crescente declino della compagnia nazionale il Venezuela non è più in grado di garantire i livelli di produzione stabiliti dall’Opec. Ciò significa che la sua quota sul mercato internazionale è diminuita e la combinazione fra perdita di capacità produttiva e sussidi a paesi amici ha ridotto le esportazioni della compagnia a meno di 2 milioni di barili al giorno».
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