Il soldo che ride

Di Gaspari Antonio
14 Marzo 2002
Sono tra i fondatori di Wwf e Verdi: F. Tassi e F. Pratesi. Gestiscono 38 milioni di euro di finanziamenti statali al Parco d’Abruzzo. Come? Giudichino i lettori (e le Corti)

Franco Tassi, decano dei direttori dei Parchi italiani, uno dei primi soci del Wwf, un “idolo” della cultura conservazionista nazionale, è stato “rimosso” dalla direzione del Parco Nazionale d’Abruzzo che ricopriva dal 1969. L’ha annunciato Fulco Pratesi, Presidente del Parco nazionale d’Abruzzo, e amico di lunga data di Tassi. Il direttore del Parco sarebbe stato licenziato perché avrebbe fatto registrare di nascosto una riunione del consiglio direttivo del parco.

I mezzi di comunicazione hanno parlato di cimici e microspie, anche se la registrazione sembra fosse stata autorizzata da Pratesi. Sulla vicenda è in corso un’inchiesta della Procura della Repubblica.

Conti in estinzione

Nel frattempo Tassi ha rilasciato a La Stampa dichiarazioni di fuoco: «Mi hanno accoltellato alle spalle mentre ero all’ospedale dopo un’operazione a cuore aperto. Altro che microspie e servizi segreti, io sono stato colpito da spie, traditori e sicari che non volevano un direttore che si batta per la natura. Contro di me si sono sempre mossi grandi interessi: speculatori, pseudoambientalisti e il governo». Pratesi, col cuore spezzato per questa vicenda, ha detto che Tassi è: «un genio della natura, ha fatto la storia dei parchi in Italia ed è un uomo integerrimo». Ma non è solo una questione di cimici. La gestione di Pratesi e Tassi del Parco Nazionale d’Abruzzo nasconde non pochi interrogativi. Basta leggere la “Relazione della Corte dei Conti” depositata a dicembre 2001 in Parlamento, circa la gestione del Parco Nazionale d’Abruzzo. Gestione monocratica; conferimento di mansioni superiori in contrasto con le leggi vigenti; buchi miliardari nei bilanci; omessa risposta a specifici requisiti concernenti l’attività gestionale; mantenimento di uffici e sedi non previsti dalla legge; mancanza di trasparenza; consulenze sospette; gravi illegittimità ed irregolarità contabili perpetrate e difese con argomentazioni speciose e infondate. La lista è impressionante. Colpisce come una precedente relazione della Corte dei Conti (novembre ‘98) aveva già denunciato una «situazione di diffusa illegittimità», senza che né Pratesi presidente del Parco, né il direttore Tassi, avessero sentito la necessità di rispondere. Nel verbale del collegio dei revisori dei conti numero 36 di quest’anno si legge che Pratesi e Tassi avrebbero violato 12 articoli di legge in materia di spese. Nella compilazione dei bilanci sarebbero stati violati i principi di: veridicità, correttezza, attendibilità, chiarezza e competenza finanziaria. Dallo stesso verbale risulta che al 30 giugno del 2001 risulta un rosso in cassa di 2 milioni e 74mila euro; lo scoperto di conto corrente bancario è di 18 milioni e 400mila euro. Una situazione di irregolarità che la Corte dei Conti e la Ragioneria Generale dello Stato avevano segnalato al Ministero dell’Ambiente che a sua volta, dal 1999 non ha approvato i bilanci, né i preventivi, né i consuntivi dell’Ente nazionale Parco d’Abruzzo. Per questa situazione nel 1999 è stata sollevata una richiesta di commissariamento dell’Ente Parco, che l’allora Ministro Edo Ronchi non ha preso in considerazione. Per legge il Ministero dell’Ambiente deve ricevere tutte le delibere del Consiglio direttivo e sottoporle a vigilanza di legittimità. Ma il Presidente e il direttore del Parco non hanno mai fatto pervenire un adeguato rapporto delle loro decisioni all’amministrazione vigilante, sostenendo che essendo atti monocratici sono svincolati dal visto di legittimità. Questo nonostante che la gestione monocratica per i Parchi Storici non abbia più legittimazione legislativa da almeno dieci anni.

Tassi (d’interesse privato)

La Corte dei Conti ha scoperto che nel Parco c’è un diffuso sistema di assegnazione di funzioni superiori a tutto il personale, in violazione delle leggi vigenti. I revisori dei conti hanno inviato una richiesta specifica alla Ragioneria Generale dello Stato quando hanno scoperto che al direttore del Parco è riconosciuta una qualifica di Dirigente Generale dello Stato, equiparato cioè a un Presidente di Cassazione, e retribuito con una mensilità lorda di circa 9000 euro. La Ragioneria ha risposto che si trattava di un’attribuzione illegittima e chiedeva che fosse ristabilita la giusta posizione e recuperate le somme pagate. Il Consiglio di Stato ha chiesto il rimborso delle cifre non debite che si aggirerebbero intorno ai 360mila euro. Gli stessi revisori hanno constatato che a tutt’oggi non c’è un contratto tra l’ente Parco e il direttore. Tutti i direttori di parchi hanno contratti a due o cinque anni rinnovabili, ma sembra che Tassi pretendesse che gli fosse riconosciuto il diritto di mantenere la sua carica fino alla pensione senza essere soggetto alla legge. Il modo con cui il Tassi si è attribuito tale qualifica è stato riscontrato anche in una signora nell’amministrazione del Parco che è in funzione di dirigente. Un’attribuzione di qualifica in contrasto con le leggi vigenti e per questo la Ragioneria ha chiesto il recupero delle somme indebitamente pagate. Secondo la legge, l’Ente Parco deve avere la sua sede nel luogo dove c’è la zona protetta, ma il Parco d’Abruzzo ha avuto per anni la sua sede centrale a Roma. Le autorità competenti hanno fatto pressioni affinché si mettesse fine all’irregolarità, ma Tassi si è opposto finché il Ministero dell’Ambiente ha accettato che la sede centrale fosse a Pescasseroli e che a Roma ci fosse solo un ufficio di rappresentanza. Nonostante le pressioni della Ragioneria Generale dello Stato, della Corte dei Conti e di quant’altri, la metà degli uffici del Parco sono ancora a Roma, il che significa che ogni volta che si deve tenere una riunione ci sono trasferte da pagare. Non è chiaro da dove vengono stornati i soldi per pagare l’ufficio di Roma. In un primo tempo l’Ente Parco aveva detto che era la Regione Lazio che provvedeva al pagamento delle spese, ma la Corte dei Conti e gli uffici della Regione hanno smentito il fatto. La Corte dei Conti ha segnalato anche la presenza di un ufficio di rappresentanza del Parco d’Abruzzo a New York. Il Ministero ha chiesto spiegazioni, ma né la presidenza e la direzione, né la Presidenza della Comunità del Parco hanno dato spiegazioni. Nel settembre del 2001 il presidente del Collegio dei revisori dei conti fece presente al Ministero che nella gestione del Parco risultava un falso in bilancio. Le carte relative a questa situazione, con relativa denuncia, sono state inviate alla Corte dei Conti dell’Aquila, che si è rivolta alla Procura della Repubblica per le comunicazione di competenza al di là di quelli che sono i problemi di danno erariale. Dai frammentari dati forniti dall’Ente Parco, risulta che c’è un debito bancario di 26 milioni di euro. Molti degli oneri assunti dal Parco non hanno giustificazione. Ci sono più di 205mila euro di spese legali, quando c’è un’intesa con l’Avvocatura generale dello Stato a cui gli Enti possono rivolgersi in caso di necessità. Spese per alberghi e ristoranti, senza ragione apparente. Spese per ritenute Irpef e versamenti previdenziali fuori bilancio. Versamenti inspiegabili, visto che nelle retribuzioni del personale tali spese sono automatiche.

VADo AL PARCO In MERCEDES

Nonostante ciò le autorità hanno scoperto che nel 2001 il Parco ha acquistato una Renault Espace, una Land Rover Pretender, una city car quadriciclo e una Audi A4 1800 a benzina. E dire che i 51 dipendenti dispongono già di 54 auto. La Corte dei Conti ha bloccato la vendita di una Mercedes che era stata pagata con un assegno dell’Ente Parco e che avrebbe dovuto sostituire un’altra Mercedes acquistata nel 1998 e a disposizione di Tassi. Il quadriciclo elettrico è stato acquistato per poter accedere senza limitazioni nel centro storico di Roma. A questo punto il Ministero ha chiesto il regolamento delle autovetture, chi le usa, perché le usa, i libretti di bordo ecc. Presidenza e direttore hanno risposto che questa è burocrazia ottocentesca, non esiste un regolamento degli automezzi, non c’è libretto di bordo e gli automezzi vengono consegnati e utilizzati dal personale. Tassi ha cercato di costituirsi una sorta di “esercito privato” alle dipendenze del Parco. Già nel 2000 la Ragioneria dello Stato aveva più volte richiamato l’attenzione su come venivano elargite indennità di polizia ai dipendenti del Parco. Ma al Presidente ed al Direttore non bastava che i dipendenti oltre alla mensilità usufruissero dell’indennità, ma che avessero una funzione riconosciuta per operare con maggior autorità sul territorio e di conseguenza che la Prefettura rilasciasse direttamente il porto d’armi a dipendenti del Parco. La Prefettura inviò una formale diffida a ciascuno dei dipendenti del parco, richiamando l’attenzione sul fatto che girare armati senza il regolare porto d’armi è reato penale. Dopo una diatriba durata diversi mesi il Tar del Lazio nel gennaio del 2001 respingeva la richiesta dell’Ente Parco. Nel rispondere ad una interrogazione parlamentare riguardante la situazione dell’Ente Parco, il sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Roberto Tortoli ha detto che: «nel Parco d’Abruzzo esistono specie più protette che sono il Presidente e il direttore del Parco».

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