Il solito Ppi. Consoliamoci, presto non esisterà più

Di Tempi
10 Novembre 2000
Caro direttore, è stato distribuito dal Partito Popolare Italiano un opuscolo dal titolo “Parità o disparità” nel quale molteplici sono le inesattezze e le mistificazioni

Caro direttore,
è stato distribuito dal Partito Popolare Italiano un opuscolo dal titolo “Parità o disparità” – a firma Pierluigi Castagnetti, Giovanni Manzini, Maria Dutto, Cristiano Zironi e Giuseppe Bonelli – nel quale molteplici sono le inesattezze e le mistificazioni. Mi limito soltanto ad evidenziarne alcune, che per la loro grossolanità possono essere portate ad esempio. Quando Giovanni Manzini afferma che la legge sulla parità “ha evitato il criterio del buono scuola…, criterio che avrebbe aperto la scuola italiana non alla sana ed auspicabile emulazione, ma alla competizione selvaggia del mercato senza regole”, sa di dire una grossa corbelleria. Il buono scuola non nega affatto la presenza di regole e di criteri di valutazione e di controllo da parte dello Stato. È innegabile che la legge approvata dal governo non è affatto una legge paritaria, ma soltanto una legge sul “diritto allo studio”. La parità deve essere completa, sia sotto il profilo normativo che sotto quello economico. Si sono messi dei vincoli alle scuole non statali, negando loro la “piena libertà” costituzionale, ma non si è assicurata la libertà di scelta delle famiglie. Non a caso la legge ha riscosso giudizi fortemente negativi un po’ da tutti: dai sindacati e dalla confindustria, da intellettuali e da operatori scolastici, da esponenti di destra ma anche di sinistra, e dalla stessa CEI che, con il proprio segretario generale Mons. Ennio Antonelli, ebbe a definire questa legge “inaccettabile” (Roma, 29 Ottobre 1999). Del resto fu proprio Manzini a raccomandare di non confondere la “parità” con il “diritto allo studio”! Non dimentichiamo anche che per far passare la legge, la maggioranza ha dovuto “blindarla”, rifiutando qualsivoglia confronto non solo con gli altri membri del parlamento, ma con la stessa società civile! Operazione che si è ripetuta con la legge sui cicli: cioè con una “autoreferenzialità” a dimostrazione di un metodo non democratico. Inoltre, quando Giuseppe Bonelli – nell’esame delle leggi regionali – attacca il buono scuola della Regione Lombardia come fosse una jattura, evidentemente cerca di vendere un prodotto culturale stantio e scaduto. Dice che il PPI non ha approvato il regolamento attuativo “in quanto lesivo del principio che ha ispirato la legislazione sulla parità scolastica, ovvero quello secondo cui andava consentito agli studenti delle famiglie meno abbienti di poter frequentare una scuola non statale”: ma è proprio questa affermazione che dimostra come la legge statale non è affatto una legge “paritaria”! (…) Non solo: il relatore definisce il “buono scuola un inganno” perché “rischia di facilitare un mercato dei diplomi” impedendo “una politica di intervento diretto sulle scuole”. E questo è indice di una mistificazione assoluta: in Italia vigono controlli massicci sulle scuole non statali (e solo su quelle); inoltre, come già detto, la scuola non statale non rinnega norme che ne garantiscono la qualità. La possibilità per lo stato di colpire i “diplomifici” c’è, e non è condizionata dalla presenza o meno del “buono scuola”. Il “buono scuola” non conduce affatto lo Stato ad “un ruolo di sola e pura erogazione di contributi”, ma colloca lo Stato nella sua giusta funzione, che non è quella del “gestore”, ma quella di promozione, di sostegno e di controllo delle iniziative di base, e quindi dell’operato che emerge dalla società civile. Uno Stato che, nei confronti della comunità civile, deve essere “sussidiario” (e non viceversa), intervenendo direttamente solo là dove la società civile non è in grado di organizzarsi in proprio. Se è legittimo che il PPI abbia idee diverse, è però scorretto che demonizzi il “buono scuola” con argomentazioni mistificatorie.

Giancarlo Tettamanti, Milano

Caro Tettamanti, con i genitori della sua Agesc consoliamoci: presto il Ppi non esisterà più. Quanto al buono scuola, la prossima settimana offriremo ai lettori un centinaio di buone ragioni su cui riflettere.

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