Il successo di Gül galvanizza gli islamici del Pjd marocchino
In Marocco qualcuno guarda all’elezione di un presidente islamico in Turchia come a un evento di buon auspicio. Sono i leader del Pjd, che puntano a conquistare la maggioranza relativa alle politiche del 7 settembre. L’acronimo francese del loro partito esprime, infatti, lo stesso appellativo dell’Akp turco, “Giustizia e sviluppo”. Ma nonostante il comune riferimento alla «ispirazione islamica», i due partiti operano in due contesti diversi. La questione della laicità dello Stato, ad esempio, non si pone affatto in Marocco, mentre in Turchia costituisce proprio il principale tema di divisione. Un’altra fondamentale differenza è il peso che rappresenta ciascuno nel proprio paese. L’Akp è riuscito, in sei anni, a presentarsi come espressione di una buona metà dell’elettorato turco fino a occupare tutte e tre le cariche più alte dello Stato. Dal canto suo, il Pjd ha sì triplicato il numero dei suoi seggi alla Camera passando dai 14 del 1997 ai 42 del 2002, piazzandosi così al terzo posto tra i partiti marocchini, ma senza superare il 13 per cento dei votanti. Aspirare ora ad avere 70 seggi significa comunuque ambire a raccogliere oltre un quinto delle preferenze. Per fare ciò, il Pjd procede a una sorta di maquillage per farsi accettare. Leggiamo sul sito del partito queste domande e risposte: «È il Pjd un partito religioso? No, è un partito aperto a tutti i cittadini, ma è fiero di avere nel programma un riferimento islamico che è anche quello della società e dello Stato»; «Imporrà il vostro partito il velo alle donne qualora arrivasse al potere? Noi siamo contrari all’imposizione del velo, ma siamo anche contrari a costringere le donne a non portarlo». La lezione dell’Akp, bisogna ammetterlo, viene imparata anche a migliaia di chilometri da Istanbul. camilleid@iol.it
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