Il telefonista di Osama egli esteri di D’Alema

Se siete degli estimatori di Massimo D’Alema e, come il presidente dei Ds, siete così ferrati in politica estera da spiegare il fanatismo islamista come «una miscela esplosiva» di reazioni anti-imperialiste ed eccessi di legittima difesa all’occupazione americana in Irak o alle vignette blasfeme di Copenaghen, leggetevi l’ennesimo libro di puro giornalismo, fatti, cronaca allo stato elementare. Che vi racconta quello che la sinistra italiana dovrebbe sapere da anni e che ancora oggi crede di non sapere (perciò, tanto per non sapere né leggere né scrivere, sguinzaglia in giro per il mondo i suoi inviati speciali per cercare di dimostrare che a minacciare la pace nel globo sarebbero l’islamofobia e i teocon).
Il libro è edito dalla certo insospettabile di “teoconservatorismo” e “islamofobia” Baldini&Castoldi dell’ex editore dell’Unità Dalai, ed è scritto dalla giornalista Marcella Andreoli. Che lo ha recentemente presentato a Radio Radicale, con queste parole: «Ho soltanto raccolto le confessioni del primo pentito di Al Qaeda in Italia, ne ho verificato la veridicità, non avevo tesi precostituite, sono rimasta sconvolta». Il libro si intitola Il telefonista di Al Qaeda.
Le confessioni sono quelle di Riahd, «tunisino benestante, colto e laico, arrivato nel nostro paese più per curiosità che per necessità». Le confessioni (suffragate da prove) sono quelle di un giovane musulmano che nel suo paese nemmeno frequentava la moschea ma che, giunto a Milano, viene agganciato dagli imam di viale Jenner, indottrinato e utilizzato per progettare stragi e attentati. Non nell’Irak occupato dagli americani negli anni Duemila. Ma nell’Italia pacifica degli anni Novanta. Un giovane che già nel 1997 è incaricato di fare sopralluoghi in vista di “azioni di martirio” in Italia, e che nel 2000 prepara la strada a un piano che mirava a far saltare la sede della Questura, dei Carabinieri e la Stazione centrale di Milano. Un giovane che racconta di tanti altri giovani finiti “martiri” grazie al lavaggio del cervello degli imam europei di Al Qaeda, e che ci informa del mancato ordine qaedista agli attacchi terroristi in Italia (almeno fino ad oggi), non perché Bin Laden va matto per la pizza napoletana, ma perché l’Italia doveva servire, come è servita, da base logistica per gli attentati in Spagna e il jihad nel resto del continente europeo. Stiamo parlando di vicende che maturano negli anni Novanta. Non c’erano ancora né gli islamofobi, né i teocon, né la guerra in Irak, né le vignette di Copenaghen.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.