Il teletalebano della Rai

Di Nouri Michelle
01 Marzo 2007
Parla a un pubblico «insofferente alle derive commerciali», sogna una tv con meno reality e più realtà. Però la lite tra Veronica e Silvio l'ha trasmessa. E non se ne pente

Con i telespettatori dialoga attraverso una rubrica di posta sul web. Il “patto col telespettatore” di Antonio di Bella, direttore del Tg3, viene stipulato con le edizioni di tutti i giorni e “difeso” in rete. Difeso e costantemente rimesso in discussione, perché «gli spettatori del Tg3 sono molto attenti. Protestano quando ritengono che ci stiamo allineando ad una logica commerciale della televisione». Un esempio? Il bisticcio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario portato avanti a mezzo stampa. «Quando ne abbiamo parlato, ed era giusto farlo, molti spettatori hanno detto che non era giusto perché ci sono tanti problemi più seri. I giornali di Mediaset non ne hanno parlato in tutta la fascia pomeridiana prima che rispondesse Berlusconi. Noi abbiamo scelto di parlarne. Questo dimostra, al di là dell’episodio, una vigilanza del nostro pubblico, che vorrebbe sempre un’attenzione ai temi alti e seri: il lavoro, la disoccupazione, la salute».
Direttore, la domanda è d’obbligo per quanto scontata, che rapporto c’è tra i telegiornali Rai e la politica?
Non voglio dare la pagella ai colleghi. Parlo del mio lavoro. Il nostro sforzo è raccontare la realtà senza nascondere i problemi. Qualsiasi governo ci sia. Un esempio: trasmettemmo la frase «buffone» pronunciata nei confronti dell’allora presidente del consiglio Berlusconi. In seguito venne anche un’inchiesta interna per indagare su quello che avevamo fatto. La cosa si concluse senza conseguenze. Allo stesso modo abbiamo trasmesso grida analoghe nei confronti del presidente Prodi. Quella volta non c’è stata nessuna protesta. Insomma, noi non nascondiamo le critiche al governo sia esso di destra o di sinistra.
Quando dirigeva il Tg3 sotto il governo Berlusconi si sentiva sotto attacco?
Un giornalista è sempre sotto esame più che sotto attacco. Parlare di ingiustizia quindi è impreciso. Chi fa informazione deve accettare un livello di critica sia da parte del pubblico comune sia da parte dei politici. Noi ci sforziamo di trarre dalle critiche quell’elemento di verità che può aiutare a migliorare l’informazione.
Come giudica la tradizionale “appartenenza” politica delle tre reti Rai?
Il discorso di appartenenza di un giornalista è sicuramente sbagliato. A me piace vedere nel Tg3 una caratteristica editoriale piu che una casacca politica. Poi ogni testata ha una sua storia e una sua tradizione. Così vedo un Tg1 molto ufficiale e un Tg3 più impertinente e vivace con una grande attenzione ai temi esteri ed economici, ai temi del servizio pubblico, come i diritti dei consumatori. Amo paragonare il Tg3 alla Abc, l’ultima nata delle reti americane, che si autodefinì “New kid on the block”, nuovo ragazzo del quartiere. Credo che si debba tendere a sviluppare le caratteristiche editoriali più che le appartenenze politiche e respingo le accuse di avere una visione politica.
Vent’anni e sette direttori dopo c’è ancora qualcuno che vi chiama TeleKabul. Perché quella definizione ha avuto tanto successo?
Quella fu un brillante battuta di Giuliano Ferrara. Oggi credo che sia un’etichetta del passato, una brillante invenzione giornalistica paradossale, tipica di Ferrara, personaggio che sento spesso e per cui nutro grande stima. Ed è una definizione contro la quale noi lavoriamo ogni giorno.
Quale trasmissione o genere cancellerebbe dai palinsesti di Rai o di Mediaset?
So di dire una banalità, ma credo che nella televisione di oggi serva più verità e meno realtà artificiale. Per esempio recentemente noi abbiamo fatto un’inchiesta dentro la fabbrica di Mirafiori, dove sembra che la classe operaia sia scomparsa. Nessuno parla dei problemi del lavoro o dei problemi della gente comune. Ecco, credo che la televisione debba raccontare più la vita dell’italiano medio e meno quella del vip di turno. Insomma, meno reality e più documentari, racconti e reportage.
Perché dopo la vittoria della Casa delle libertà nel 2001, non la offriste voi una trasmissione in prima serata a quel Michele Santoro che poi Berlusconi accusò di fare un uso «criminoso» della tv pubblica?
Questo bisogna chiederlo al direttore di rete. Io non ho nella mia capacità di offrire spazio di rete. Comunque queste non competono neanche al direttore di rete, sono scelte generali. Io posso dire, parlando di un altro escluso illustre, Enzo Biagi, che sto lavorando con Ruffini a un progetto per riportarlo il lunedì nello spazio di Primo Piano, a partire dal sedici aprile. È un progetto di cui sono orgoglioso.
Sul Corriere della Sera il direttore generale della Rai Claudio Cappon ha descritto una Rai in calo di ascolti e di entrate pubblicitarie, con un organico irrigidito, le risorse umane gestite male, un problema di “rilegittimazione” verso il pubblico che paga il canone. Crede anche lei che la Rai o cambia o muore?
Lo stesso Cappon è a favore di una tv fatta meno di reality e più di grande storia. Io dico che sicuramente bisogna innovare. È un problema generale che riguarda l’informazione televisiva e anche l’informazione stampata. C’è un cambiamento generazionale che porta le nuove generazioni a leggere meno i giornali, e anche ad affidarsi molto di più a internet per quanto riguarda l’informazione. Anche per questo abbiamo sperimentato, come Tg3, un progetto pilota che si chiama Tg3 Break. Serve per mandare il Tg sul telefonino. Stiamo valutando elementi di innovazione per trasmettere su internet (cosa che non c’era prima della mia direzione) un’offerta televisiva. Proprio in questi giorni stiamo discutendo dei nuovi assetti e i nuovi cambiamenti per quanto riguarda la digitalizzazione dell’informazione. È vero, che, come in tutti i settori e in questo mondo globalizzato, chi rimane fermo al passato è destinato ad essere sorpassato dalla concorrenza.
Se non avesse fatto il direttore del Tg3, che altro avrebbe voluto fare?
Sicuramente il cantautore. Nel mio tempo libero canto, compongo e suono il piano e la chitarra. È un mio piccolo vezzo. Ho avuto un nonno direttore d’orchestra, e questo mi ha trasmesso l’amore per la musica. Ma per mantenere la famiglia è meglio che continui a fare il giornalista.

michelle.nouri@infinito.it

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