Il testamento di Maggie

Di Newbury Richard
24 Aprile 2002
E' uscito a Londra “L’arte di governare”, bilancio politico di Margaret Thatcher. Una che ha battuto disoccupazione e inflazione. Ditelo a Cofferati

Nel XX anniversario della riconquista delle Isole Falkland si è compiuto un atto di tale coraggio da meritare la Victoria Cross, un riconoscimento che va ad aggiungersi alle due onorificenze postume “al Valore” assegnate durante quella campagna militare. Quest’atto di coraggio si deve al dottore della Lady di Ferro, quando ha ordinato alla sua paziente di non prendere più impegni pubblici e non scrivere altri libri, per tutelare la sua salute di ex-Primo ministro ormai 76enne. L’arte di governare, Strategie per un mondo che cambia (HarperCollins, Londra, pp. 486, £. 20), appena pubblicato dalla penetrante intelligenza forense di una donna laureata in Chimica diventata fiscalista, rappresenta pertanto il canto del cigno e insieme il testamento di Margaret Thatcher.

I princìpi? Meglio se pragmatici. E accompagnati dall’acciaio

Per la Signora Thatcher, i pragmatici princìpi dell’“arte di governare” valgono più dei principi teorici della “scienza politica”, perché «enfatizzano l’attività piuttosto che la retorica, la strategia e non soltanto la diplomazia».

Secondo la Lady di Ferro, la caratteristica distintiva dell’arte del governare in questo secolo è l’applicazione del “globalismo” alla strategia politica, agli interventi internazionali, alla giustizia e all’economia. La globalizzazione non pronostica la fine dello Stato, piuttosto impedisce allo Stato di compiere scelte che lui per primo non dovrebbe mai compiere. Oggi è molto più difficile governare male o amministrare un paese in modo disonesto senza incorrere rapidamente in gravi problemi. Anche se, sfortunatamente, è ancora possibile. In molti stati africani la cleptocrazia continua a farla franca. In diversi Stati asiatici non si rispettano i diritti umani fondamentali. Nella maggior parte dei governi europei c’è troppa burocrazia e tasse troppo alte.

Gli Stati conservano tre funzioni fondamentali: sostengono la struttura della società e dell’economia; forniscono un senso d’identità; dispongono di un monopolio di legittima forza coercitiva per combattere il crimine entro i propri confini e difendersi dalle minacce esterne. Da conservatrice, la Signora Thatcher ha affermato senza troppa delicatezza che «la politica estera e la sicurezza internazionale impongono innanzitutto che uno Stato impieghi il suo potere per raggiungere i propri obiettivi in rapporto a quelli degli altri».

Dovrebbe essere questo «l’approccio all’arte del governo capace di abbracciare i princìpi senza esserne soffocato. Preferisco che i princìpi siano accompagnati dall’acciaio oltre che dalle buone intenzioni».

Un tour d’horizon nel mondo effettuale

La Thatcher propone 3 assiomi agli uomini politici contemporanei. Il primo è l’allargamento della democrazia: tuttavia una democrazia migliore non dev’essere nemica di una democrazia buona (imperfetta). Inoltre il politico saggio celebra l’appartenenza nazionale e se ne serve: «i tentativi di eliminare le differenze nazionali, amalgamando in entità statali artificiali nazioni diverse, con tradizioni distinte, hanno elevate probabilità di fallimento… l’orgoglio e le istituzioni nazionali rappresentano la base migliore per una democrazia ben funzionante». Terzo, qualunque sia lo stratagemma per conservare la pace, l’ultima verifica dell’arte politica è come si affronta la guerra. «La maggior parte dei conflitti contemporanei si svolgono in aree lontane dagli interessi e dalle preoccupazioni quotidiane degli elettori e dei politici occidentali.

Ma nel mondo d’oggi – con la diffusa disponibilità d’armi di distruzione di massa, le linee di frattura etniche e religiose, e la propensione per gl’interventi internazionali – guerre lontane producono facilmente pericoli assai prossimi».

L’11 settembre abbiamo intravisto l’Armageddon

Per la Signora Thatcher, il mondo non è affatto cambiato dopo l’11 settembre. «È solo che sono stati spazzati via lunghi anni d’illusione. Sconfitto il grande nemico – il comunismo sovietico –, era troppo difficile e sconvolgente pensare che altri nemici sarebbero sorti a disturbare la nostra prospera tranquillità… Così si è parlato sempre di più dei diritti umani e sempre meno di sicurezza nazionale. Abbiamo speso più denaro per il welfare e meno per la difesa. Abbiamo permesso che i nostri servizi d’intelligence diminuissero la propria efficienza. Abbiamo sperato – e sono stati tanti i politici d’orientamento liberal che ci hanno incoraggiato a farlo – che nel villaggio globale l’unico problema fosse quello del buon vicinato. Pochi fra noi sono stati abbastanza importuni da ricordare che le relazioni di buon vicinato spesso sono rese possibili da un buon cancello. Il nostro è un mondo colmo di rischi, di conflitti e di violenza latente. Democrazia, progresso, tolleranza – questi valori non hanno ancora conquistato il pianeta. “La fine della storia” l’abbiamo raggiunta soltanto in un senso: abbiamo intravisto l’Armageddon». La Lady di Ferro ha sempre nutrito scarsa considerazione tanto per la Rivoluzione francese, che ha sacrificato la Libertà all’Uguaglianza e poi questa alla dittatura centralizzata, quanto per la Rivoluzione russa, vista come un ritorno all’età dei tiranni.

Tuttavia «la Rivoluzione americana non è stata una rivoluzione in nessuno di questi due sensi. Ha vinto attraverso una guerra, ma le sue intenzioni erano quelle di portare pace e prosperità. Ha rotto il legame politico con la Gran Bretagna, ma non aveva alcun programma di trasformazione politica o sociale. La sua novità è insieme più circoscritta e più radicale poiché, innestandosi sulla tradizione anglosassone dei diritti del soggetto, del rule of law e del governo limitato, ha espresso una dottrina destinata a divenire il fondamento della democrazia».

Capitalismo fra Centesimus annus e Magna Charta

La Signora Thatcher ritiene che i doveri vengano prima dei diritti e osserva che la legislazione sui diritti umani finisce troppo spesso per minacciare ciò che per lei è più sacro: la libertà individuale. Il fatto è che le costituzioni scritte, nazionali e internazionali, consegnano il potere supremo a giudici non eletti piuttosto che a politici eletti legittimamente dai cittadini.

E ciò spiega perché il sogno europeo minaccia di trasformarsi in incubo. Sull’Unione Europea, la Lady di Ferro è d’accordo con Bismark: «ho sempre trovato la parola “Europa” sulla bocca di quei politici che volevano qualcosa senza avere il coraggio di chiederla a nome proprio». Per questa ragione, la Thatcher avrebbe desiderato che la Gran Bretagna, da potenza commerciale mondiale, rinegoziasse la sua appartenenza all’Unione Europea, abbandonando la Politica Agricola Comune, e aderisse al Nafta (Area di libero commercio del Nord Atlantico), per diventare membro fondatore di un’Area di libero commercio globale (Fta). Come lei stessa sottolinea nell’ultimo capitolo del suo libro, Il capitalismo e i suoi critici, la Lady di Ferro è, fino al midollo, per la libera impresa, «perché è la cosa più naturale al mondo». Nel discutere la moralità del capitalismo, si fa aiutare dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, ma si serve anche d’indicatori statistici che mostrano come il Pil delle società più libere sia enormemente più alto di quello delle società meno libere. È la scelta di aprirsi a condurre allo sviluppo. Il capitalismo può essere sia buono che cattivo, come le persone che lo realizzano.

Non senza ragione, la Thatcher rintraccia le radici individualistiche del “fondamento dell’arte di governare” nella Magna Charta, «nella sua esigenza che il potere sia limitato e responsabile delle proprie azioni, che la forza non scavalchi la giustizia e che alle persone umane venga riconosciuto un valore morale assoluto che dev’essere rispettato dai governi».

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